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BREVE STORIA DELLA FOTOGRAFIA DI STRADA 2° PUNTATA

Cavalletti Massimo » Giugno 23 '17

La nascita della fotografia rappresentò una vera e propria rivoluzione
nel campo della cultura visiva. La sua capacità, o presunta tale, di
riprodurre fedelmente la realtà suscitò grandi entusiasmi e liberò la
pittura da questa necessità, apparentemente decretandone la morte. Fatto
sta che, invece, la pittura, liberata da questo peso opprimente, visse
una stagione di grande fermento e di grandi novità. Nacquero infatti
sperimentazioni e tentativi che la portarono su una strada di
rinnovamento e da questi tentativi ebbero origine nuovi modi di
intenderla e praticarla (Impressionismo- Cubismo, ecc.). La fotografia,
inizialmente, sembrò poter soddisfare in pieno la necessità di
riprodurre la realtà così come si dispiega davanti all’occhio umano.
Dette l’impressione di essere pienamente oggettiva, qualità che la
pittura non possedeva in maniera evidente. Una parte della produzione
dei primi fotografi si indirizzò su questa strada. Di quell’epoca si
possono apprezzare paesaggi e altri soggetti ripresi nella loro
veridicità. Naturalmente lo stile di queste immagini è semplice e
lineare cioè di pura documentazione, ma allo stesso tempo completo ed
efficace: basti pensare alle immagini delle cascate del Niagara o dei
parchi nazionali di Yosemite o di Yellowstone. Si soddisfece in tal modo
la sete di documentazione del grande pubblico, soprattutto per quanto
riguarda la conoscenza dei luoghi. Cito tra i paesaggisti Timothy O’
Sullivan (1840-1882) (Foto 1-2)) che, girando con un carro trainato da
muli nel quale conservava i materiali e che serviva da camera oscura, fece
conoscere al pubblico statunitense molte realtà paesaggistiche
dell’ovest degli USA ancora sconosciute, dopo essere stato uno dei primi
fotoreporter di guerra e aver ripreso quella civile americana come
assistente di Mathew B. Brady.


Foto n° 1

 

Foto n° 2

 

La nuova scoperta fu usata per catalogare, documentare, testimoniare.
Nel 1851 in Francia la Commissione per i Monumenti Storici incaricò
alcuni fotografi francesi di riprendere una serie di edifici.
Nel 1852 in Italia, a Firenze, aprì l’azienda dei fratelli Alinari  che si
occupò da subito della documentazione di monumenti storici e opere d’arte.
Ho accennato allo statunitense M. B. Brady (1822-1896). Insieme
all’inglese Roger Fenton (1829-1869) fu il capostipite dei fotoreporter
di guerra. Fenton fu incaricato dal governo inglese di fotografare la
guerra di Crimea (1853-1856) e a dire il vero le immagini che riportò
erano edulcorate, innocue. Mostravano soldati in momenti di riposo, i
loro alloggi. Non si vedevano morte e distruzione. Probabilmente ebbe
ordini precisi di non mostrarle per non colpire sfavorevolmente
l’opinione pubblica inglese che avrebbe potuto sviluppare avversione
verso l’impresa bellica. Siamo di fronte alla dimostrazione che, pur
mostrando cose reali, con la fotografia si può mentire tralasciando di
parlare di argomenti che sono fondamentali nella comprensione di un
fenomeno. Si tratta di manipolazione anche questa, manipolazione del
consenso a fini propagandistici. La macchina fotografica sarà anche
neutra, ma non lo è mai il suo uso. (Foto 3-4)


Foto n° 3

 

Foto n° 4

 

A ulteriore esempio di manipolazione cito l’immagine di Fenton “Valle
dell’ombra della morte”. Dell’immagine ci sono due versioni, una con
molte palle di cannone e una con poche. Non ci è chiaro se Fenton le
aggiunse o le tolse. Si capisce che come documentazione queste immagini
perdono molto del loro potere in quanto non c’è la certezza che quello
che vi è ritratto sia reale. Da quello che si sa, se ne può dedurre
anche che Fenton abbia potuto costruire l’immagine, portandosi dietro le
palle di cannone e quindi che l’evento che egli cerca di documentare in
realtà non sia avvenuto. (Foto 5)

Foto n° 5

 

Brady invece portò l’orrore della guerra all’attenzione dell’opinione
pubblica americana. Con il permesso di A. Lincoln radunò numerosi
fotografi nel Brady Photographics Corps, tra cui O’ Sullivan, che
sguinzagliò sui campi di battaglia. Dalle loro immagini si può ben
comprendere quale orrore sia la guerra. Una delle immagini più famose è
proprio di O’ Sullivan e si intitola “Raccolta di morti” che mostra una
distesa di cadaveri a Gettysburg (1863) (Foto 6), una delle più
sanguinose battaglie della guerra civile americana.

Foto n° 6

 

Anche in questo reportage vi furono manipolazioni come nella famosa
immagine di Alexander Gardner (1821-1882) “Rifugio di un cecchino
ribelle” in cui l’autore voltò il cadavere per vederne meglio il volto e
aggiunse un fucile. (Foto 7) Comunque sia si può dire che con Brady
nacque il reportage di guerra.

 

Foto n° 7

 

Il ritratto, singolo o della famiglia, si affermò tra le classi più
abbienti, che al tradizionale e più costoso ritratto dipinto
sostituirono il ritratto fotografico, decisamente più realistico. Va
detto che inizialmente il ritratto fotografico non soddisfaceva molto,
forse perché la persona ritratta spera sempre di sembrare migliore di
quello che è in realtà, mentre la fotografia spesso è spietata in questo
senso. Così i ritrattisti ritoccavano e coloravano le loro immagini per
venire incontro ai desideri delle persone. Uno dei ritrattisti più
famosi fu il francese Gaspard-Félix Tournachon, meglio conosciuto come
Nadar (1820-1910). Famosa la sua foto di Sarah Bernhardt. (Foto
8) Fotografava con uno stile senza fronzoli, usando sfondi semplici,
sfruttando la luce naturale, ma fu anche uno dei primi a usare la luce
artificiale. I soggetti sono suoi amici e questo lo avvantaggia nel
coglierne le caratteristiche della personalità. Nei suoi ritratti riesce
a entrare in comunicazione col suo soggetto e in un istante lo riassume
in una riproduzione che è somiglianza reale.

Foto n° 8

 

A fianco di questa corrente ne troviamo un’altra che, al contrario,
cercò di produrre immagini il più somiglianti possibile a quelle della
pittura (Pittorialismo), in ossequio all’idea che la fotografia fosse
un’arte con le stesse potenzialità della pittura, anche se praticata con
mezzi e capacità diverse. L’idea fu fieramente avversata da coloro i
quali riconoscevano al nuovo mezzo solo la capacità di documentare, di
essere testimone oggettivo di una realtà data e stentò a farsi largo
anche perché l’opinione generale vide le immagini fotografiche come il
risultato di processi meccanici, chimici e fisici, anziché come il
frutto della spiritualità che animava il pittore. Naturalmente va tenuta
in conto anche l’avversione dei pittori che in qualche modo si sentirono
espropriati di una loro peculiarità, anche se molti fecero uso delle
fotografie come modello per le loro pitture. Insomma, quasi subito, la
dualità della fotografia (documentazione-interpretazione), insita nella
natura stessa del mezzo, divenne ben presto un dualismo, tuttora
irrisolto, tra fotografia che documenta e fotografia come arte.
Esponente di spicco del Pittorialismo fu Julia Margaret Cameron
(1815-1879) (Foto 9-10). Cominciò a fotografare all’età di 48 anni. Ci
ha lasciato ritratti tra i più intensi che si conoscano in cui riprese
alcune delle personalità più in vista dell’epoca, tra cui Herschel,
Tennyson e Carlyle. Divenne famosa per l’uso dello sfuocato a fini
creativi e, per quanto all’epoca criticata per questo e accusata di
sciatteria e di incapacità tecnica, non si lasciò impressionare dalle
critiche. “… quando nel mettere a fuoco raggiungevo qualcosa che ai miei
occhi fosse molto bello mi fermavo, anziché avvitare l’obiettivo fino a
raggiungere un fuoco ben definito, sul quale tutti gli altri fotografi
insistono.” Le sue intenzioni erano chiare e il suo lavoro era tutto
teso a dimostrare che la fotografia poteva essere arte. “Le mie
aspirazioni sono nobilitare la Fotografia e garantirle il carattere e
gli usi della Grande Arte, combinando il reale, l’ideale e non
sacrificando niente della Verità, con tutta la possibile devozione alla
Poesia e all’Arte…” I suoi ritratti comunicano una grande partecipazione
e spesso un connubio tra l’anima del soggetto e lo spirito dell’autrice.
“Quando questi uomini si trovavano di fronte alla mia macchina
fotografica la mia anima tentava di fare il suo dovere nei loro
confronti, registrando accuratamente sia la grandezza dell’anima sia
l’aspetto esteriore dell’uomo.”

Foto n° 9

 

Foto n° 10

 

Altro esponente di questa corrente fu l’inglese Henry Peach Robinson
(1830-1901). Lo cito soprattutto per “Fading away” ( Foto 11) del 1858,
il suo miglior lavoro. L’immagine è un collage di 5 negativi che mostra
una fanciulla nei suoi ultimi momenti di vita. La scena è costruita.
L’immagine è fortemente romantica. La somiglianza con una pittura è
straordinaria. La composizione perfetta con gli spazi dell’immagine
occupati in maniera equilibrata dai vari elementi presenti. I grandi
tendaggi scuri che lasciano vedere solo una parte di finestra sono come
il sipario della vita che si sta per chiudere e isolano la scena creando
un’atmosfera di compostezza e di ineluttabile attesa. Sono una soglia
che divide il percorso terreno da quello dell’aldilà. Sullo sfondo il
cielo luminoso ma solcato da grandi nubi quasi nere annuncia il trapasso
ma nello stesso tempo la rinascita a nuova vita. Magistrale il livello
tecnico del montaggio, considerando anche che la fotografia era ai primi
passi. Anche questa immagine, come quella di Bayard o di Gardner, ci
mostra come la fotografia abbia fra le sue qualità quella di essere
menzognera o meglio che il suo uso si presta alla menzogna.

Foto n° 11

 

In questo contesto di grande animazione si muovevano anche alcuni
fotografi il cui interesse si appuntò sull’uomo, sulle sue attività e
sulle sue condizioni di vita. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.


FINE DELLA SECONDA PUNTATA

 

 

Cavalletti Massimo
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