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“ASCIANO 2017” DI MASSIMO CAVALLETTI

Pietro Collini » Luglio 17

 

Il paesaggio di Massimo è di solito classificato come minimalista, intendendo che la composizione contiene pochi elementi e una essenzialità di linee.

Prima di tutto apprezzo la semplicità della fotografia, cioè un paesaggio ripreso senza forzature in postproduzione, rispettando la natura che ha di fronte e utilizzando con eleganza gli elementi che il paesaggio gli offre.

Non ci sono sbavature né nei toni e nemmeno nel corretto uso dei canoni estetici dell’inquadratura, che risulta ben bilanciata nelle masse e nelle linee.

Per interpretare correttamente questo paesaggio nel suo aspetto connotativo occorre però trascendere da esso in quanto tale e analizzarlo come un’opera astratta.

Quindi gli elementi del paesaggio divengono tratti grafici, non più una realtà oggettiva, ma un insieme di linee che disegnano geometrie armoniche.

La prima osservazione che possiamo fare riguarda la simmetria. Gli elementi compositivi sono disposti in modo tale da essere antimeri quasi perfetti, anche l’albero e la nuvola centrale si prestano a essere divisi in due parti simmetriche, Non a caso egli ha posto l’albero esattamente al centro del fotogramma e la nuvola centrale è anch’essa divisibile in due metà pressoché identiche.

Quindi il primo elemento è la specularità della composizione grafica, di cui dobbiamo tenere conto nel traslare gli elementi naturali in tratti grafici.

Le due nuvole laterali, che equilibrano la composizione, sono anche loro simmetriche e movimentano un cielo altrimenti desolatamente uniforme e vuoto.

Tuttavia questa fotografia, nella sua concisione, trasmette anche molti messaggi metaforici.

La linea dell’orizzonte disegnata dalla collina, divide il terreno dall’etereo e lascia il mistero dell’oltre, come nella poesia di Leopardi “Infinito”.

Essa diviene una metafora tra il reale del solido terreno, la nostra esistenza, che ha un limite e il trascendente, cioè il cielo, senza confini e senza tempo.

La strada, che nella sua parte finale piega a sinistra, oltre a conferire movimento e  contrastando la staticità della composizione, richiama metaforicamente la vita, che è un percorso, anche accidentato, ma che come tutte le cose terrene ha un suo termine, almeno apparente, perché certamente essa prosegue oltre, in una realtà escatologica della quale nulla ci è dato conoscere.

L’albero, come una solitaria vedetta, è l’unico che può vedere al di là, ma come una sfinge, immoto e an-espressivo, non lascia trapelare nulla di ciò che è “oltre”.

Come una pietra miliare ci ricorda il limite della vita, sottolinea che lì tutto finisce, ma anche lui nulla ci narra del dopo.

Come abbiamo visto una fotografia, semplice e “minimalista”, è in grado di evocare letture complesse, metafore sulla vita e il suo divenire, ponendoci domande sul destino dell’uomo senza fornirci delle risposte, mantenendo in tale modo il segreto escatologico, che a tutti noi crea angosce ancestrali.

Pietro Collini
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