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Articoli utenti sul blog

teresa zanetti
Il re, scrive l'Antiquarius, alzò le spalle e, con questo gesto di noncuranza, andò incontro al suo destino, di cui era consapevole, dopo aver ordinato di lavare i suoi cani da caccia due volte la settimana. Sul campo, dice il cronista, quando lo scudiero gli cinse l'elmo, egli sbiancò in volto, e poi si gettò nella mischia. Alcune ore più tardi, durante la rotta, era morto, schiacciato dal suo cavallo che gli era caduto addosso nel pantano di un piccolo ruscello, il Csele. Un Lied dalla Baranya, cantato ancora nel secolo scorso, celebra le more di rovo che coprono il re. Il bottino fatto dai Turchi, annotato scrupolosamente dall'Antuquarius, è un esempio di quella poesia del catalogo di cui è ricca la letteratura barocca, avida di nominare il mondo.

Claudio Magris, Danubio, Garzanti, 1987

teresa zanetti Gennaio 9 '18
roberto lanza
tomasz tomaszewski

Nato nel 1953 in una famiglia dai valori tradizionali, cresciuto nella Polonia comunista, Tomasz Tomaszewski considerava fotografia solo le istantanee scattate dal padre alla famiglia in gita la domenica al parco. A 18 anni, per un libro di foto in bianco e nero mostratogli da un amico durante una discussione sul concetto di tempo innesca la magnifica ossessione che ancora oggi pervade la sua vita.

Fa subito centro, e al primo incarico per una rivista per giovani intellettuali ottiene la copertina. “Da allora non ho fotografato altro che persone”, racconta. “Sono attratto da coloro che lottano per la propria identità e cercano una giusta collocazione nella storia”.

I grandi della fotografia che lo influenzano maggiormente sono Josef Koudelka e Henri Cartier – Bresson. Per due anni lavora come freelance a ITD, poi passa a Perspectives. Finisce nella lista nera del regime comunista per una risposta pungente nel corso di uno dei molti interrogatori cui vengono sottoposti gli intellettuali: “Non mi piace che qualcuno guidi un carro armato fin dentro la mia testa”. Gli viene proibito di lavorare, ma continua a pubblicare le sue foto con lo pseudonimo di Nemo.

Anche la sua collaborazione con National Geographic inizia in modo singolare. Tomaszewski lavora con la moglie, Malgorzata, scrittrice, a un libro sugli ultimi ebrei della Polonia, e allestisce una mostra sull’argomento a Varsavia. Una visitatrice della mostra lavora per National Geographic e chiede di incontrarlo. “Ho sonno, non ho tempo”, risponde. “Non avevo idea di cosa fosse National Geographic”, ricorda oggi. Qualche tempo dopo Malgorzata rifiuta l’offerta di pubblicare sul magazine un servizio tratto dal libro. “Questa storia nostra, non per voi”, risponde.

Ma il servizio viene infine pubblicato, ed il primo di 17 che Tomaszewski realizzerà per National Geographic. I suoi reportage sono apparsi sulle piautorevoli pubblicazioni del mondo, tra cui Stern, Paris Match, New York Times, Time, US News & World Report, Sunday Times, Fortune, Vogue, Elle.
Ha vinto numerosi premi di fotografia in Polonia e all’estero, e oggi insegna e tiene workshop fotografici in Polonia, Germania, USA e Italia.
Vive a Varsavia con la moglie Malgorzata Niezabitowska.

 
roberto lanza Gennaio 8 '18
teresa zanetti
Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per la collera, ora l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia e, in tutti modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura ... Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. III
teresa zanetti Gennaio 8 '18
teresa zanetti
In certo senso era terrorizzante finire a zero. Ma quel che più doleva era che c'era, a San Francisco, una bambina di cinque anni ch'era mia figlia, l'unica cosa al mondo che io amassi, e che aveva bisogno di me: di scarpe e vestitini e da mangiare e affetto e lettere e qualche giocattolo e una visita ogni tanto.

Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia - Il giorno in cui parlammo di James Thurber, Mondadori, 1982

teresa zanetti Gennaio 7 '18
silvia baroni
La Befana vien di giorno 

con la scopa da Livorno...


Or finite son le feste 

e le pance si son deste ...


per non far più lo stravizio 

si riprende l'esercizio ...


Maxartisti si riparte !!!

per dar sfogo tutti all'arte !!


Tutti quanti in amicizia 

sempre pronti a commentare 

i paesaggi, i ragni, e il mare ...


a colori o in biancoenero 

il parere è veritiero.


Un augurio io vi mando

e una mano poi vi tendo ...


Non potendo ad uno ad uno 

vi racchiudo in un abbraccio ....

prendo , parto e volo via 

sempre in vostra compagnia .


La Befana 



silvia baroni Gennaio 6 '18 · Commenti: 3
teresa zanetti
"Se un bambino scrive nel suo quaderno «l'ago di Garda», ho la scelta tra correggere l'errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l'ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d'Italia.

La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso? […]

Un «libbro» con due b sarà soltanto un libro più pesante degli altri, o un libro sbagliato, o un libro specialissimo?“

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, 2016

teresa zanetti Gennaio 6 '18 · Commenti: 4
roberto lanza
Michael Levin  

Non è un fotografo di architettura. Né qualcuno che cattura immagini di paesaggi industriali o commerciali, eppure sembra incapsulare un arco temporale che significa RITMO, ARMONIA e STRUTTURA. Le sue fotografie sono inquietanti ma silenziose, profonde, pronunciate ma enigmatiche. Le trasforma in un luogo familiare, eppure si sente così estraneo, persino alieno.

Questo è il lavoro di Michael Levin. Un nativo di Vancouver, il cui lavoro ha una "qualità pittorica", che trasforma i suoi paesaggi in forme primarie e intrinseche per infondere loro la purezza dell'elemento per eccellenza.

 
roberto lanza Gennaio 5 '18 · Voti: 3 · Commenti: 1
teresa zanetti
In certo senso era terrorizzante finire a zero. Ma quel che più doleva era che c'era, a San Francisco, una bambina di cinque anni ch'era mia figlia, l'unica cosa al mondo che io amassi, e che aveva bisogno di me: di scarpe e vestitini e da mangiare e affetto e lettere e qualche giocattolo e una visita ogni tanto.

Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia - Il giorno in cui parlammo di James Thurber, Mondadori, 1982

teresa zanetti Gennaio 5 '18
teresa zanetti
Io non voglio essere ingiusto, ma sono fermamente convinto che se si prendesse un normale cavo di rimorchio, lo si stendesse dritto dritto in mezzo a un campo e poi si distogliesse lo sguardo per trenta secondi, quando ci si voltasse di nuovo, lo si troverebbe tutto ammucchiato in mezzo al campo, aggrovigliato e annodato, e si constaterebbe che le due estremità sono sparite; dopodiché, per sbrogliarlo, ci vorrebbe una buona mezz'ora di lavoro, con relativo accompagnamento di imprecazioni.

Jerome K, Jerome, Tre uomini in barca (per tacer del cane), Rizzoli, 1990

roberto lanza
Agata Pospieszynska

La fotografa Agata Pospieszynska è nata a Varsavia,
 dove ha conseguito una laurea in fotografia e ha subito iniziato a lavorare come fotografa di reportage.
La sua ispirazione proveniva dal voler manipolare la realtà attraverso la fotografia in modo che catturasse i sogni di chiunque.
 La capacità di Agata è portare la propria visione femminile del romanticismo esemplificata nel corpo del suo lavoro, creando immagini fresche e piene di trama.
Essendo una fotografa molto ricercata, che è nota per il suo senso dello stile quando si tratta di immagini e racconti, si sta stabilizzando come una dei fotografi più talentuosi a emergere nei nostri tempi attuali.
 La sua profonda conoscenza tecnica unita al suo occhio per i dettagli e l’amore per la moda hanno reso le sue immagini non solo uniche ma molto distintive, distinguendole da altri fotografi che lavorano nel settore oggi.

Agata ha sede a Londra.

roberto lanza Gennaio 3 '18
teresa zanetti
Veniva poi il futuro sposo, che dava il braccio a una donna della sua famiglia. Era sbarbato a puntino e fresco di barbiere (si notava il biancore della pelle appena rasata a contrastare l'abbronzatura del viso e del collo), probabilmente odoroso di qualche lozione. Mi piacerebbe immaginarlo oggi vestito, nonostante il caldo, con un completo di velluto verde a coste larghe, quello che per i vecchi d'allora sarebbe stato per anni il vestito buono, quello con cui un giorno sarebbero stati seppelliti, ma quasi sicuramente lo sposo aveva un fiammante doppiopetto di qualche sarto locale a coprire la classica camicia bianca da festa, strozzata in gola da una qualche assurda cravatta.

Francesco Guccini, Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto, Mondadori, 2015

teresa zanetti

precedente https://www.maxartis.com/blogs/post/239


Teresina mia, ma proprio no vuoi o puoi capire?

Problemi tuoi.

Io non alzo la voce, questo l'hai fatto tu,, io ho semplicemente spiegato le mie ragioni e i miei punti di vista, che ribadisco, poi sono problemi tuoi se tu ti senti presa in un vortice di misogenia inesistente.

"Ragioni per compartimenti stagni, separando storia, filosofia e storia dell'arte, che sono invece quanto di più intimamente connesso possa immaginarsi

Nulla a che vedere con il concetto di obiettività in senso filosofico (di Vattimo, Bobbio o altri filosofi), quello lo lascio a te, sei fuori tema, non è di quella obiettività che io parlo

 

ragionamenti apodittici a suffragio dei quali chiami testi di cui ben ti guardi dal citare titoli e autori "

Non è che ogni volta debba scrivere un trattato, del resto credo che tu sappia benissimo a cosa mi riferisco, o no?

"Ogni qualvolta si provi a insinuare un dubbio sui tuoi postulati (…), tiri fuori dal cilindro le parolette magiche “emotività”, “sentimentalismo” e tronchi sul nascere qualsiasi discussione

“capacità di astrarsi, spogliarsi delle proprie convinzioni e pulsioni emotive, nella lettura di una fotografia”"

Cara io la penso così, tu no. E allora? Io, lo ripeto, non ho nessuna verità rivelata, NON sono il Vangelo, semplicemente ho le mie idee e sull'argomento in questione, io la vedo così. A me pare che sia tu, che ritieni di essere la depositaria della Rivelazione, a prescindere. Tu non sei d'accordo con me: a me va benissimo, non credo che cambierò le mie idee o che la cosa mi sconvolga la vita, semplicemente la penso diversamente da te e, molto probabilmente, anche da tanti altri, ma non mi ritengo né un mestro e nemmeno Gesù Cristo. Io non ho alcuna autorità, io non conto nulla. Punto!

"Se per te è così oneroso proseguire nella tua rubrica, non capisco per quale motivo, anziché sentirti sollevato dalla totale carenza di materiale, non perdi invece occasione per ricordarne l'esistenza e richiedere che gli utenti prendano coraggio e ti inoltrino le loro cose."

Ho preso un impegno e mi sforzo di portarlo avanti, soltanto mi dispiacerebbe che si rinunci solo per una immotivata paura nei miei confronti, tutto qui.

Ora ti invito a chiudere definitivamente questa, lo ripeto, inutile e improduttiva diatriba, che credo non interessi proprio nessuno, tranne te.

Un grosso ciao

Pietro

 

P.S.: se vuoi continuare, fatti dare il mio cellulare da Adolfo e proseguiamo in privato.


segue

teresa zanetti
E poi, per quanto lo riguardava, potevano anche accoltellarlo o sparargli. Fortunatamente non aveva moglie né figli, e i genitori erano morti da un pezzo. Al fratello e alla sorella minori aveva già provveduto, e li aveva fatti laureare e sposare. Se anche lo avessero ammazzato, la cosa non avrebbe creato problemi a nessuno. Tantomeno a lui stesso.

Ma a quanto pareva, l'atteggiamento calmo e imperturbabile di Katagiri suscitava nei membri delle yakuza che lo circondavano un certo nervosismo.

Grazie a questo, nel loro ambiente si era costruito una reputazione di uomo di fegato.

Murakami Haruki, Ranocchio salva Tokyo, Einaudi, 2017

teresa zanetti Gennaio 2 '18
roberto lanza
Michael Wolf è un fotografo tedesco che ha dedicato gran parte del suo lavoro alle megalopoli di tutto il mondo. Cresciuto tra il Canada, l’Europa e gli Stati Uniti, dal 1994 si è trasferito ad Hong Kong, passando gran parte della sua carriera in Asia e collaborando, per quasi dieci anni, come corrispondente per il giornale tedesco Stern.

Il corpo dei suoi progetti si concentra soprattutto sui differenti aspetti della realtà contemporanea e le trasformazioni della vita urbana nelle metropoli. Wolf inizia la sua carriera come fotogiornalista, ma ben presto focalizza il suo interesse su progetti più artistici.


roberto lanza Gennaio 1 '18 · Commenti: 2
teresa zanetti
... e buon anno!


"- E allora come fai?

- Vado da un amico che li vende e mi tengo un po' in esercizio. Ne scelgo sempre uno diverso.

- Perché non ti sei portato via il pianoforte?

- Non lo so. Forse la sciare un oggetto al quale si tiene in un posto da cui non si vorrebbe andare via, è un modo per rimanere legati a quel posto. Per sperare di Tornarci. Non lo so.

La risposta mi lasciò interdetto."

Gianrico Carofiglio, Le tre del mattino. Einaudi, 2017

teresa zanetti Gennaio 1 '18 · Commenti: 3
roberto lanza
Philippe Halsman (Riga, 2 maggio 1906 – New York, 25 maggio 1979) è stato un fotografo statunitense.

Nato a Riga da una famiglia ebrea, suo padre Morduch (Max) Halsman, era un dentista, e sua madre Ita Grintuch, preside di liceo. Halsman studiò ingegneria elettrica a Dresda. Nel settembre 1928, Halsman partì per un tour a piedi sulle Alpi austriache con il padre, Morduch, ma il padre morì durante il viaggio per gravi ferite alla testa, in circostanze mai completamente chiarite e Halsman venne condannato a 4 anni di reclusione per parricidio. Il caso fu sfruttato dalla propaganda anti-ebraica e acquisì quindi notorietà internazionale, tanto che Albert Einstein e Thomas Mann scrissero a sostegno di Halsman. Halsman venne rilasciato nel 1931, a condizione di lasciare l'Austria[1].

Halsman si trasferì in Francia, dove cominciò a contribuire come fotografo a riviste di moda, come Vogue, guadagnandosi una reputazione per i ritratti e divenendo noto per le sue immagini nitide e scure, che evitavano il vecchio "soft focus look". Quando la Francia venne invasa dai nazisti nel maggio del 1940, Halsman fuggì a Marsiglia. Riuscì quindi a ottenere un visto per gli Stati Uniti con l'aiuto di Albert Einstein (che avrebbe poi fotografato nel 1947). Attratto dal surrealismo, nel 1941 incontrò Salvador Dalí, con cui iniziò un fruttuoso rapporto artistico durato trent'anni.

Nel 1952 ritrasse John Fitzgerald Kennedy, producendo due album fotografici: una delle fotografie apparve sulla copertina dell'edizione originale del libro di Kennedy Profiles in Courage, mentre un'altra fu utilizzata per la campagna politica al Senato.

  

roberto lanza Dicembre 30 '17
roberto lanza

Mark Cohen è un grande outsider della street photography. Durante gli anni settanta il fotografo americano ha sviluppato un’estetica unica, lontana dalla fotografia di strada proveniente dall’Europa.

Nato nel 1943 a Wilkes-Barre, in Pensilvenia, Mark studia presso il Penn State University e il Wilkes college, prima di aprire uno studio commerciale fotografico nel 1966. Selezionato da Nathan Lyons per partecipare alla mostra collettiva, “Vision and Expression”, organizzata presso l’International Museum of Photography at George Eastman House di Rochester nel 1969, il fotografo americano tiene una personale al Museum of Modern Art (MOMA) di New York, quattro anni più tardi.

La sua prima monografia, in bianco e nero, “Grim Street” realizzata per le strade di Wilkes-Barre, offre un ritratto sorprendente della città e dei suoi cittadini. Un mondo disordinato e viscerale, fatto di incontri erotici con dettagli del corpo umano.

Nel suo secondo libro, “True Color”, commissionato dalla George Eastman House, Cohen passa al colore, restando fedele al suo stile per donarci una testimonianza complessa ed ermetica del piccolo borgo minerario di Wilkes-Barre.

La maggior parte dei lavori del fotografo americano sono stati scattati all’interno del piccolo centro natale. Servendosi dell’obiettivo grandangolare e dell’uso del flash, Cohen va alla ricerca dei piccoli dettagli e dei particolari.

Attraverso un metodo, da lui stesso definito “invadente”, si impossessa della privacy delle persone, fino a “decapitarle”, riuscendo a restituire l’espressività che di solito associamo ai visi, con i particolari del corpo. Così tra gambe nude, mani protese e gente di passaggio, Mark Cohen cattura gli istanti di vita che gli passano davanti, riuscendo nel tentativo di cogliere le domande e i misteri della normalità.

 

roberto lanza Dicembre 28 '17
roberto lanza
Julian Calverley

La fotografia paesaggistica è un must per tutti gli appassionati e i professionisti. Il rischio però a volte è quello di cadere nella banalità o di realizzare una cartolina già vista e rivista.
Per realizzare delle immagini esclusive e originali fatevi consigliare da un professionista che ha saputo catturare l’oscurità e l’ermetismo di numerosi paesaggi.
Julian Calverley, un fotografo inglese di grande talento dimostra che non serve una reflex per ottenere risultati professionali ma la scelta del luogo e dell’atmosfera in un preciso istante. Non serve un perfetto cielo limpido e dei colori brillanti; Julian sceglie il fascino del vento, l’oscurità e il lato crudele della natura. Dai paesaggi marini ai boschi aridi e deserti, il fotografo riesce a dare una forte carica emotiva ad ogni suo scatto.
L’autunno e l’inverno sono i periodi dell’anno che preferisce, per la drammaticità che riesce a cogliere dal brutto tempo e la teatralità della luce.
Le sue fotografie non sono colme di elementi, sono apparentemente semplici ma straordinariamente dense di significato.
Secondo Julian – “Lo stesso paesaggio può cambiare ed essere irriconoscibile da un momento all’altro, in base alle condizioni meteo o alla potenza del mare”.
La peculiarità di questo artista è che la maggior parte dei suoi lavori sono stati realizzati senza un particolare equipaggiamento ma con una fotocamera Alpa di medio formato o con l’Iphone. Proprio la fotografia con lo smartphone lo ha reso popolare su Instagram e alla raccolta di queste immagini ha dedicato un libro dal titolo #Iphoneonly.


roberto lanza Dicembre 26 '17 · Commenti: 1
roberto lanza
Paolo Pellegrin

Paolo Pellegrin (Roma, 1964) è un fotografo italiano, legato alla nota agenzia internazionale Magnum Photos dal 2001 e membro effettivo della stessa dal 2005[1].Nato a Roma nel 1964 frequenta inizialmente la facoltà di Architettura all'Università della Sapienza, ma abbandona gli studi senza conseguire la laurea durante il terzo anno di corso[2].Riconosciuto come uno dei maggiori fotoreporter di guerra collabora con testate giornalistiche quali Newsweek e New York Times magazine[3]. È stato insignito di numerosi premi, tra cui la Robert Capa Gold Medal (2006), lo Eugene Smith Grant in Humanistic Photography (2006), l'Olivier Rebbot for Best Feature Photography (2004), la Leica Medal of Excellence (2001), dieci World Press Photo tra il 1995 e il 2013


roberto lanza Dicembre 23 '17 · Voti: 3
roberto lanza
Gary Stochl

Le foto di Stochl rappresentano 40 anni di vita della gente di Chicago, gente ordinaria nessuno stereotipo. Gente,
semplicemente gente per strada. Appare naturale il collegamento con Robert Frank, unico suo riferimento peraltro
insieme ad HCB (per il resto fu un assoluto autodidatta). Anche lui ha fotografato gente nella loro solitudine, nelle loro
difficoltà, nella loro ordinaria routine cittadina. Una sperimentazione visiva, con un certo pessimismo di fondo, che
sprigiona grandi capacità percettive, intelligenza, eleganza e pazienza. Spesso due o tre fotografie all’interno dello stesso
fotogramma, ognuna con caratteristiche (anche cromatiche) proprie, ma strettamente connesse tra loro.  
Riflessi, squarci, aperture su muri e barriere, elementi non solo separatori, ma anche di unione certamente e sempre
relazioni con l’ambiente urbano. L’uso delle luce e dell’ombra è pregevolissimo, di altissimo livello, ed insieme alla sua
attenzione per i riflessi (proprio in virtù della ricerca della foto nella foto, della storia nella storia) e del suo bianco nero
molto contrastato, oggi Gary Stochl è un fotografo consacrato, apprezzato e studiato nelle università americane.
Il libro citato in apertura fu pubblicato nel 2005, le fotografie di Gary sono esposte in mostra permanente al Art Institute of
Chicago, ed al LaSalle Bank Photography Collection, oltre che in numerose collezioni private. La sua prima mostra
ufficiale è dell’Autunno del 2003 alla Gallery Chicago, all’età di 57 anni.  
Sembra una leggenda metropolitana, ed invece Gary oggi vive a Stickney nell’Illinois, appena fuori Chicago.


roberto lanza Dicembre 21 '17 · Voti: 2
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