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Mirko Fambrini
Un ottimo articolo di Michele Smargiassi contiene tante interessanti riflessioni o spunti, come spesso accade.
L'oggetto della materia viene dal passato, anche lontano, ed è aperto da sempre; al momento anche la vicenda processuale rimane tuttora in corso, aperta verso il futuro.
Con rammarico aspetterò facendo il tifo.

smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2019/12/06/tony-gentile-fo
Mirko Fambrini Dicembre 6
Mirko Fambrini
Ieri al Photolux ho scoperto uno che sa ancora raccontare storie... segnatevi il suo nome perché si aggiungerà ai grandi.
Dmitry Markov.

Una trentina di stampe in pari lato di circa 25 cm mi hanno incantato per le storie che racchiudono.
Un audio-video all'interno della mostra (con sottotitoli) che lui racconta di alcune fotografie è stato davvero impagabile.
Non si trova ancora moltissimo di articoli (sarò curioso di cercare il suo libro), mette tutto sul suo profilo Instagram:
www.instagram.com/dcim.ru/?fbclid=IwAR2Qxv-X8QMUeRaRWq3QIjmHQAe1zj5rbJ

e sul suo profilo FB da cui estrapolo il link di una foto di cui mi sono innamorato ed una raccolta di un suo post in cui scorrendo sono racchiuse molte storie:

www.facebook.com/photo.php?fbid=2069068543110048&set=a.206906575311032

www.facebook.com/photo.php?fbid=2069073256442910&set=a.206906575311032

Ho pochi dubbi e remore, nella diversità di tempo, luoghi e di mezzi, nell'accostare un ricordo ai lavori di Frank, ed ho detto tutto.

Segnatevi questo nome.
Mirko Fambrini Dicembre 2 · Commenti: 1
Bruno Tortarolo

Oggi vi propongo questa sintetica recensione di un libro piuttosto interessante del noto giornalista e direttore di più testate nazionali.

Come l'autore ho sottolineato l'opera di alcuni autori dal nutrito elenco in indice.

Buona lettura.




Quale elemento riesce ad accomunare grandi fotografi così diversi nel loro stile e nel loro modo di parlare alla gente?

Cosa li unisce sotto le insegne di una passione come un vessillo che esprime soprattutto l’amore per questo mondo e la sua gente?

E qual è il momento catalizzatore che riesce a coagulare dietro una serie di lenti una emozione, un evento, un dramma e una gioia? la morte e la rinascita in un ciclo fermato in una frazione di secondo per restituirci quella realtà mai immaginata e infine restituitaci, anche in modo brutale, davanti agli occhi.

Sono quelli quell’elemento, gli occhi, macchina imprescindibile che ci accompagna e che in modo consapevole o inconsapevole usiamo per registrare le nostre emozioni.

Questi autori sono accomunati da un uso straordinario di questo organo che associato a più o meno moderne attrezzature scrutano sulle vicende del mondo dandocene una visione filtrata dalla propria cultura, sensibilità e abilità, anche tecnica perché è impensabile raggiungere certe vette qualitative senza un adeguato supporto, tuttavia non è sempre vero e questo specie nel caso di Josef Koudelka che nel 1968 si trovò ad affrontare fotograficamente una invasione con il poco materiale di cui disponeva, o un Erwitt che nei primi anni 60 non disponeva certamente di mostri tecnologici come successivamente Steve McCurry il quale poteva disporre anche di un supporto logistico enorme al pari di un Sebastiao Salgado.

Anime diverse, che si definiscono in modo diverso; un misuratore di spazi, un catalogatore, un testimone, un filosofo che parla del valore della vita, un politico che scandaglia gli orrori umani, un collezionista e via dicendo, caratteri che coprono quasi tutto ciò che il genere umano sa esprimere.

Ma c’è una cosa che li accomuna maggiormente, è l’occhio che sa scavare nell’umanità più profonda, oserei dire un occhio ‘gentile’, un occhio che versa lacrime nell’istante dopo aver testimoniato un dramma di morte, o descrive la regalità di un Sudanese, o si cala dentro la tragedia ma con il necessario amorevole distacco per ‘non disturbare’ e nello stesso tempo essere testimone diretto di quella tragedia

Questo non è solo un libro di fotografia anche se ne contiene molte, note e meno note come gli autori non tutti conosciuti alla maggioranza di fotoamatori ma che non mancheranno di stupire per la loro profondità. Questo è anche un libro sul giornalismo “sull’essenza del giornalismo: andare a vedere, capire e testimoniare”, Calabresi non è un giornalista ‘prestato’ alla fotografia ma un amatore che mosse i suoi primi passi in questa nostra passione all’età di 12 anni e non l’ha più abbandonata, più o meno ricalca la storia di molti di noi, e come noi i vari Calabresi e tutti i Fotografi illustrati in questo libro, hanno lo stesso comune denominatore, gli occhi, e ad Occhi Aperti stiamo costantemente per non farci sfuggire quelle schegge di mondo che ogni giorno ci attraversano la vista. Buona lettura.

 



QUESTO LIBRO, NOTE DELL’AUTORE

Cosa potremmo sapere, cosa potremmo immaginare, cosa potremmo ricordare dell’invasione sovietica di Praga se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le immagini di un ‘anonimo fotografo praghese’, che si scoprì poi chiamarsi Josef Koudelka? Quanta giustizia hanno fatto quelle foto, capaci di raccontare al mondo la freschezza e l’idealismo di una primavera di libertà.

Ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta. Un’immagine talmente forte da riuscire a muovere sensibilità e coscienze pubbliche.





Penso al giovane Sebastiao Salgado che nel 1984 si presenta alla redazione del quotidiano Liberation con i suoi scatti in bianco e nero che denunciano gli effetti della carestia in Sahel, un racconto sconvolgente nella sua forza, che obbliga l’Occidente a fermarsi e impone di non voltare la testa dall’altra parte.



Salgado apre gli occhi al mondo e tornerà a farlo due anni dopo, rivelando l’immenso formicaio umano di una miniera d’oro a cielo aperto brasiliana, dove la vita e la fatica umana non hanno alcun valore.



Sono partito con tre immagini negli occhi, una immensa terrazza coperta di detriti da cui si vede Beirut distrutta alla fine della lunga guerra civile libanese; lo sguardo di un uomo nel momento in cui viene arrestato e vede svanire il suo sogno di attraversare il confine tra il Messico e gli USA; un gruppo di donne indiane che si abbracciano in mezzo a una tempesta di sabbia. Volevo sapere da Gabriele Basilico, Alex Webb e Steve McCurry cosa era successo un attimo prima e un attimo dopo il momento dello scatto, che cosa avevano pensato e se si erano immediatamente resi conto della magia e della forza di quella fotografia.

 


GABRIELE BASILICO

 

“Alla fine sono salito qui, sulla terrazza dell’Hilton, al sedicesimo piano e ho trovato ciò che cercavo. Ho avuto bisogno di tempo ma poi tutto è stato chiaro: Beirut non era morta, sullo sfondo respirava ancora, potevo cominciare a fotografarla”

Gabriele Basilico arriva nella capitale libanese nell’autunno del 1991, la lunghissima guerra civile è finita da poco, la città distrutta, il centro è completamente abbandonato, le uniche presenze umane sono i posti di blocco dell’esercito siriano.

“Ero in difficoltà, non riuscivo a trovare un filo: non ero concentrato, non ero contento, non ero soddisfatto. Camminavo per le strade insieme allo scrittore libanese Selim Nassib, provavo a scattare con una 6x9, senza cavalletto, per prendere confidenza con lo SPAZIO, ma non funzionava. Selim però coglie il mio disagio e mi chiede, in modo molto diretto: ‘Sei in crisi?’ ‘Sì, non sono un fotografo di guerra e nemmeno un fotogiornalista e non so come affrontare questa storia, non so neanche da dove cominciare’ Allora Sèlim mi dice di seguirlo e mi porta all’ultimo piano dell’Hilton, un ammasso di macerie che poi fu demolito. Fu una fatica arrivarci, c’erano detriti su tutti gli scalini e ognuno dei sedici piani era pericolante. Arrivato in cima, prima ancora che io possa riprendere fiato, mi lancia una domanda: ‘Cosa vedi?’. ‘Una città distrutta’ rispondo e non vedo cos’altro potrei aggiungere. Ma lui insiste con un tono perentorio: ‘Guarda più in là, cosa vedi?’. Una città distrutta, non riesco a vedere altro. ‘Guarda ancora più lontano, cosa vedi?’. Io metto a fuoco lo sfondo e vedo un po’ di fumo, dei panni stesi, cose vive. Allora lui mi dice quasi gridando: ‘Non è una città morta, ma ferita, è ancora viva. Scendi, scendi e fotografa questo’ Ho ascoltato le sue parole, ho fissato la linea dell’orizzonte e sono entrato in una vertigine: ho fatto seicento foto di grande formato in un mese. Avevo trovato la chiave per interpretare Beirut”.

Alla fine di quel viaggio…mette in pubblico il suo talento che lo porterà ad essere un grande fotografo, una figura che non era mai esistita. “Mi chiedi che fotografo sono? Bene, io sono un misuratore di spazi, arrivo in un luogo e comincio a muovermi come un rabdomante, non cerco l’acqua ma un punto di vista. L’azione fondamentale è lo sguardo, devo trovare la misura giusta tra me, l’occhio e lo spazio. La foto è la memoria tecnica fissata di questo sguardo. Ma c’è bisogno di tempo, devi sapere prima cosa guardare, la foto d’eccellenza è contemplativa”.




ALEX WEBB

 

“Esistono momenti in cui il dio della fotografia decide di farti un regalo; è esattamente ciò che è successo quel pomeriggio. Alcune fotografie le devi pianificare e ci devi lavorare a lungo. Questa è semplicemente venuta”.

“La foto colpisce per l’atmosfera rarefatta, quasi sospesa, riguardandola la immagino silenziosa, non ho ricordo di rumori, anche se sicuramente si saranno sentite le pale dell’elicottero. Mi ricordo solo di essere corso nell’erba e di aver scattato prima che venissero portati via. Vennero caricati su una macchina che era poco più in là. Guarda le facce dei due messicani, sembra ci sia rassegnazione, quasi che fosse un destino scritto, ma non c’è paura e poi c’è anche una specie di delicatezza nei movimenti degli agenti. E guarda la mano del ragazzo, sembra quasi sfiorare l’elicottero. Non sembra un arresto violento. E’ una immagine tipica di quegli anni, che oggi non esiste più”.

“Io provo sempre ad avvicinarmi il più piano possibile e in modo meno intrusivo possibile. Ci sono alcune situazioni in cui pensi di poter entrare senza problemi, in altre devi fare più attenzione. Solitamente quando la foto ha successo è perché è accaduto qualcosa di completamente inaspettato. Per me è questa la cosa più emozionante: quando il mondo ti dona qualcosa che non ti puoi minimamente immaginare…Charles Harbutt una volta ha detto che non era solamente lui che cercava la foto ma era la foto che cercava lui, una volta ogni tanto i due si incontravano”.





STEVE McCURRY

 

“Nel 1983 ho capito che per farcela dovevo entrare in quell’acqua lurida, coperta di melma, piena di rifiuti e di animali morti: per completare il mio progetto dovevo accettare tutti i rischi, anche quello di ammalarmi e morire”.





Le foto di McCurry appaiono perfette: levigate, armoniose, serene, perfino positive, anche se raccontano di India o Afghanistan, anche se parlano di fame, inondazioni o tempeste di sabbia.



Si potrebbe credere che il suo tocco magico sia quello di cogliere l’attimo senza sporcarsi, la capacità di volare alto e leggero sui problemi, sfuggendo a ogni pesantezza e dolore. Poi lo incontri, ascolti il suo tono di voce basso e senza incertezze mentre parla di queste immagini che sono tra le più note al mondo, e tutto cambia improvvisamente sapore: capisci che per cogliere l’attimo perfetto è dovuto scendere fino in fondo, nel mondo della fatica e della sofferenza.



Quella ragazza con gli occhi verdi, lo scialle rosso sui capelli, lo sguardo fiero ma anche spaventato e una piccola cicatrice sul naso, la notò nell’angolo di una tenda usata come scuola femminile nel campo profughi di Nasir Bagh, vicino a Peshawar, in Pakistan. Il ritratto della “Ragazza afghana” sarebbe diventato la più famosa copertina del NGM. L’identità di questa ragazzina, che allora aveva 12 anni, rimase sconosciuta a lungo, finchè nel 2002 McCurry la ritrovò mamma e con il burqa e scoprì finalmente il suo nome, Sharbat Gula.






Mi avevano raccontato che è stanco di questa foto e della mania che la circonda, ma quando glielo dico allarga le braccia: “E’ la foto di una ragazza e secondo me è una foto della quale non ti puoi mai stancare. La salva la sua qualità. Certo tutti mi chiedono di raccontare la sua storia, a volte può essere stancante ma faccio in modo che non mi dia fastidio, lo accetto e basta. Diciamo la verità; sarebbe peggio avere foto che non interessano a nessuno, bisogna essere grati di questa cosa e apprezzare il fatto che il tuo lavoro colpisca la gente, che trasmetta EMOZIONE”.


Grazie per l'interesse o per la semplice lettura.

Bruno.




Mirko Fambrini
Per chi non lo sapesse il genio di Kubrick, da giovane, ha iniziato con la fotografia.
Ho trovato questa rassegna interessante in ogni caso.

Buona lettura a chi interessa.

E' in Inglese, solito discorso per il traduttore automatico.



https://www.demilked.com/old-photos-new-york-streets-stanley-kubrick/?fbclid=IwAR39rOQGGS5Le432fB4_H4EV1o9ijkCmnm8XZoB7Y2IEuqzJllYQKHsPLUA

Mirko Fambrini Novembre 18 · Voti: 5 · Commenti: 3
Mirko Fambrini
Come da titolo. 

Una recensione con alcuni spunti interessanti su Mark Cohen, un grande autore ed interprete della fotografia di strada.

Molto particolare lui, è davvero interessante seguire il suo modo di fotografare.

Anche questo è in inglese, ma la pagina si traduce (almeno a me) in modo automatico.


Buona lettura a chi interessa.


https://independent-photo.com/news/mark-cohen-dark-knees/?fbclid=IwAR3d-UMzuJBVJr-L5iFcRbJPeW-FiCqx6rd5n6nQb06SkOfOeapgy31uNVY#.Xb8XrjIdyOE.facebook

Mirko Fambrini Novembre 5 · Commenti: 4
Mirko Fambrini
Come da titolo un interprete dei nostri giorni della fotografia di strada, con molti passaggi secondo me interessanti.

A chi interessa può trovare materiale e riferimenti ad altri autori ed alla sua filosofia.


Buona lettura (E' in Inglese ma il traduttore automatico aiuta)


https://www.thedailybeast.com/jonathan-higbees-photographs-turn-new-yorks-happy-accidents-into-art?ref=scroll



Mirko Fambrini Novembre 4 · Voti: 2 · Commenti: 3
Bruno Tortarolo
“La panchina (diminutivo di panca) è solitamente un elemento dell'arredo urbano: si tratta di un sedile che può ospitare più persone, solitamente situato all'aperto in aree pubbliche come piazze o parchi, è costruita con diversi materiali.”


Questo è ciò che comunemente definisce l’oggetto che ognuno, almeno una volta nella vita, ha usato nelle più svariate situazioni e luoghi; è anche ciò che quasi tutti, almeno una volta nella vita, ha fotografato come soggetto primario oppure come elemento in una composizione, solitaria oppure di una serie, al mare come in montagna, in città come nella solitudine di un parco.

La caratteristica peculiare di questo oggetto è quella di essere occupata oppure libera e il primo caso è certamente il più interessante da un punto di vista anche della sintassi applicata alle arti figurative e grafiche cioè il rapporto fra gli elementi delle composizioni e le loro rispettive funzioni, questo sarà oggetto di una più approfondita analisi che comporta anche implicazioni filosofiche ed esistenziali


Questo concetto si può applicare anche all’oggetto libero come nell’esempio di Elis Bolis:



la relazione tra gli elementi che concorrono alla “costruzione” di quella proposizione, panchina-albero-panchina, gioca sul sicuro appeal che la ripetizione di uno stesso oggetto ha su di un ipotetico spettatore che trova, nella sottolineatura, un preciso e forte messaggio su cosa l’autore voleva mettere in evidenza.

Lo stesso effetto lo si ottiene come nella foto di Francesco Ercolano:



A differenza della precedente viene posto l’accento sul soggetto in primo piano relegando il secondo, seppur ben presente e riconoscibile, ad un elemento che riempie e bilancia l’immagine intorno alla verticalità del lampione.

In questo caso viene introdotto un terzo elemento, vivo, che in qualche modo anticipa, seppur in modo improprio, ciò che sarà oggetto di analisi nel rapporto tra uomo e manufatto e soprattutto perché ciò rappresenta grande motivo d’interesse per chi si dedica alla passione fotografica.


Tuttavia l’effetto più tradizionale rimane quello immortalato nella perfetta composizione sempre di Francesco Ercolano:



Fotograficamente parlando la suddivisione in terzi dona il giusto equilibrio alla scena superiormente occupata dal ramo che bilancia la pavimentazione e la balaustra con il nostro soggetto primario, la panchina solitaria, in una condizione di attesa.

Non vediamo persone, animali, niente che sembra dover interagire con quel semplice sedile eppure sentiamo, percepiamo che qualcosa o qualcuno incombe; potremmo stare lì ad osservare quella scena, consapevoli che si tratta di una immagine, immaginando di veder apparire quella persona che verrà ad occuparla perché in fondo ognuno di fronte a questa situazione, anche in modo recondito, è ciò che farebbe e lo farebbe maggiormente se la situazione fosse proprio quella che ci appare, così perfetta per lo svolgersi dell’azione.

L’immagine parla chiaro: ha spiovuto e intorno non sembra esserci alcuno, la stagione non è la migliore dell’anno (ma dipende dai punti di vista), l’albero è senza foglie e il mare è calmo, il cielo sembra schiarire e la residua umidità sfuma l’orizzonte rendendo ancor più indefinito il paesaggio.

Ma la panchina è lì, attrae, invita, quasi lo chiede, stai passando, probabilmente hai dei pensieri, sei riflessivo in quel momento, stai per rivolgerti a qualche entità spirituale e ti senti stanco sotto il peso dei pensieri, quale migliore occasione per fermarsi, sedersi e volgere lo sguardo verso l’orizzonte e pensare.


Quando ogni cosa è vissuta fino in fondo non c'è morte né rimpianto, e neppure una falsa primavera. Ogni orizzonte vissuto spalanca un orizzonte più grande, più vasto, dal quale non c'è scampo se non vivendo.”

(Henry Miller)


Oppure sei una persona innamorata e il tuo cuore esplode di quel sentimento, la leggerezza dell’essere rarefà l’aria e quel capogiro va assecondato da un momento di rilassatezza vagando con la mente e farsi soccorrere da parole adeguate.


Le panchine custodiscono migliaia di storie meravigliose, ricordi di mani che si cercano, promesse mai mantenute, baci improvvisi. Tutti ne abbiamo una sulla quale il cuore è ancora seduto.”

(Anonimo)


Quella panchina della foto è ancora vuota ma serba tutti quei ricordi, pensieri e persone, di quelle passate e che passeranno e che cederanno al fascino misterioso di quel misto di ferro, legno, pietra o resina che invita, a volte fagocita, spesso dona quel momento necessario all’equilibrio, sempre è una presenza indispensabile nel panorama e della quale quasi non ti accorgi finchè ne brami la presenza.

E’ il momento in cui la persona si impossessa del manufatto e lo fa per le più svariate motivazioni.


Nella foto di Alessandro Cucchiero una motivazione ormai delle più desuete, scrivere, farlo veramente come ci è stato insegnato nella nostra infanzia e oltre finchè la tecnologia moderna ci ha dato gli strumenti per farlo diversamente:



Scrivere o disegnare, non ha molta importanza, in entrambi i casi potrebbe essere una forma d’arte e quale miglior posto per creare arte se non al cospetto di un panorama, perlomeno uno spazio libero, probabilmente quell’orizzonte che ci fa gettare lo sguardo e la mente oltre ad esso, in un luogo indefinito che prende il nome di fantasia e creatività, dove non c’è un altro orizzonte se non quello che noi poniamo come limite alla nostra immaginazione che può essere infinita come l’universo stesso, ma un universo tutto nostro dove poterci muovere senza alcun limite espressivo proprio come anche la fotografia che pratichiamo qui, che ha limiti solo fisici del supporto ma immensi come pensiero.

Il pensiero porta alla filosofia ed è straordinario come Aristotele quasi ci spieghi ciò che oggi applichiamo “religiosamente” ogni volta che ci dedichiamo alla nostra passione;

per Aristotele il concetto preminente è senz’altro quello di arte, considerata come una Techne (tecnica, arte, il “fare bene qualcosa”, l’abilità di portare a compimento una cosa, possedere una tecnica, conoscere come qualcosa può essere realizzato in maniera compiuta), in netta opposizione al concetto platonico di Bello, che è un’idea, una ispirazione tendente ad autosoddisfarsi e compiersi, si potrebbe sostenere che il platonico sia autoreferenziante, l’aristotelico creativo e industrioso nel perseguire i suoi tecnicismi mai fini a se stessi e che sfociano nella creatività. Guardando la foto viene da chiedersi cosa si celi al di là, quale ispirazione possa aver trovato il soggetto e magari quanto comoda o scomoda possa essere quella seduta, non sembra delle migliori ma spesso è maggiore l’idea di panchina che la panchina stessa.

All’attività manuale subentra quella cerebrale, la panchina come primario luogo di riflessione e contemplazione; anche in questo caso la filosofia ci apre una visione moderna: sempre Aristotele individua nella contemplazione, intesa come pura attività dell’intelletto, il bene dell’uomo, la sua felicità, tale attività è amata per sé stessa, in contrapposizione alle attività pratiche orientate alla produzione di un elemento distinto dall’azione.


In questa foto:



lo sguardo perso all’orizzonte e la postura che indica un “abbandono” non solo corporeo porterebbero a questa concezione nell’abbandonarsi alla felicità, pensare al proprio bene, individuare quell’equilibrio (qui evidenziato anche dal puro dato tecnico di bilanciamento dell’immagine dove la barca si pone in perfetto contraltare al primo soggetto che è la panchina, soggetto e oggetto primario, punto da cui parte l’azione proprio in virtù della sua presenza assai strategica e che compie proprio quell’azione di fagocitare il “viandante” come vedremo nella prossima immagine donandogli anche quella giusta dose di privacy nello svolgere le proprie azioni.

Non sappiamo il volto di quella persona ma lo immaginiamo bearsi del panorama e del fluire dei propri pensieri, c’è sempre un orizzonte dove questi vanno ad infrangersi ma ci sarà sempre un mare che li restituirà al legittimo proprietario.


Anna Marogna con la sua foto ci apre ad una nuova possibilità:



La panchina si trasforma a sua insaputa e diventa supporto utile e concreto, il significato intrinseco e sottinteso indirizza al tema del viaggio che presume nella sua peculiarità una insita difficoltà dovuta al muoversi, all’essere esposti ad un certo disagio che si identifica nella stanchezza dello spostarsi, spesso senza una dimora certa se non al traguardo di questo peregrinare.

I pesi del bagaglio accentuano questa fatica ed è così che la panchina assurge al suo ruolo salvifico, ci si scorda la sua scomodità e diventa all’occorrenza punto di ristoro, di riposo, di riflessione; estemporaneo deposito bagagli e sala di lettura, improvvisato ristorante con il cartoccio di prelibatezze locali che il titolare del secondo zaino è appena andato ad acquistare lì a pochi metri da questa straordinaria “veranda” sul mare dove il “padrone di casa” sembra non gradire o viceversa gradirà molto ciò che gli verrà benevolmente dispensato.

Immagine dalla interessante lettura che invita ad un ipotetico dialogo tra gabbiano e viaggiatore, una sorta di comunione di sensazioni. Sembra di sentire i pensieri dell'uno rispondere a quelli dell'altro:

“anche tu sosti un poco prima di riprendere il viaggio eh?”

“già, giusto il tempo per mangiare un panino poi mi rimetto in cammino”

Semplice e lineare ma è proprio ciò che quella panchina serberebbe come ricordo di quella doppia sosta.


Nella terza fotografia concessa da Francesco Ercolano:



Oltre agli elementi fondamentali quali ovviamente la panchina, la persona seduta, il mare di fronte oggetto di osservazione e si presume fonte d’ispirazione (anche se il soggetto sembra intento a qualcosa d’altro) l’immagine introduce un elemento squisitamente compositivo.

Non abbiamo più il terzo superiore occupato dall’albero ma in questo caso il terzo di destra; notare come la figura umana insista esattamente sul terzo di sinistra ma a questo punto anche su quello di destra complice l’introduzione dell’intelligente riflesso, completano proprio la panchina e la striscia bianca della pavimentazione.

Insomma, benissimo la panchina come prosecuzione del tema, ma anche un esempio da studiare su quanto la composizione può donare ad una perfetta fruizione di un lavoro di questo tipo.


Questa foto ribalta totalmente il concetto appena espresso:



La panchina assume il ruolo di supporto passivo, non è più il luogo di un estemporaneo incontro, di quella “attesa” dell’ospite che vi avrebbe trovato riposo, complicità, ispirazione, contemplazione, quasi una dimora coatta; abbiamo visto panchine rivolte materialmente in modo come ad invitare l’ospite a sedersi di fronte ad un palcoscenico straordinario; quel ribaltamento, anche se in modo involontario dettato da regole urbanistiche, determina uno scenario spogliato di ogni poesia accrescendo quel senso di disagio già ampiamente espresso dal soggetto seduto e la sua postura indefinita come fosse un corpo estraneo che non sa trovare pace da quell’abbinamento; “together” sembra quasi irridente in questo dialogo della solitudine ma se volessimo dare un senso antropomorfico alla situazione si potrebbe infine leggere come un riscatto, un invito, una esortazione…stiamo insieme, annulliamo questa nostra rispettiva solitudine.

Mi piace citare il commento di una autrice, ritiratasi dalla fotografia, che rilasciò su questa foto:


La persona è assolutamente celata da questo richiudersi in se stessa, dal chinarsi del capo, come a scomparire. E paradossalmente invece questo corpo è massiccio, e quasi amplificato in volume dall'atteggiamento delle membra. Esattamente quello che talvolta chi soffre non vorrebbe, combattuto fra la voglia di invisibilità e il desiderio invece di aiuto invocato con la presenza. Una foto coraggiosa, che sfida il rischio banalità di questo genere di soggetto ma che riesce indenne da un angolo periglioso, facendosi paradigmatica. Le foglie cadute, il rado tappeto di anime vegetali perdute, sono la sola concessione visiva, un tocco struggente, in una foto altrimenti dura e senza sconti. Non è per me un ritratto ad un disagio, ma un ritratto al disagio con la D maiuscola, al perdersi di un anima che si palesa fisicamente al bordo di una via, ma che nella posa sfatta del corpo, ha solo la tappa finale di un viaggio complesso.

Fotografa una condizione, con tratti vitrei ed incisi, e se genera disagio che si fa pietas, in questo viluppo dettagliato di carne e tessuto, dimenticato in se stesso, sul ferro di una panchina, davvero colpisce nel segno.”


Trovo questo commento straordinario dove vengono espressi concetti importanti meritevoli di una profonda riflessione, a cominciare da quella “pietas” che non è pietà in senso letterale cioè sentimento di commossa e intensa partecipazione al dolore ma sentimento di affetto.


La storia della Fotografia, attraverso i suoi più grandi esponenti, non è immune dall’aver trattato questo soggetto e lo ha fatto nelle sue innumerevoli varianti.

Fino a questo momento abbiamo trattato l’argomento panchine come un qualcosa dai molteplici risvolti positivi.

Abbiamo visto come può essere un luogo accogliente pur nella sua “fredda” concezione di sedile, oggetto inanimato ma che sembra trarre energia dal suo fruitore divenendone un tutt’uno, sia che faccia esprimere buone vibrazioni sia che sia supporto ad un disagio umano.

L’attrazione a livello fotografico potrebbe essere indicativa di quell’immedesimarsi nella situazione che ci si appresta a riprendere oltre a tutte le implicazioni tecniche relative alla vocazione simmetrica e alla ripetizione del soggetto come abbiamo visto all’inizio di questo articolo.

Dicevo dell’aspetto positivo legato a ciò che è stato esposto fino ad ora; per ribaltare questo concetto userò come esempio ciò che un grande fotografo ungherese del 900, André Kertész, realizzò negli anni 60.


Il riferimento è questa foto:



Il titolo è “Broken bench” e il messaggio che sembra voler trasmettere è quello che le panchine, in certi momenti e anche in base al nostro stato d’animo, suscitano tristezza, rassegnazione, senso di abbandono anche interiore.

Rappresentano un luogo dove fermarsi per isolarsi dal mondo, un luogo dove sedersi a riflettere sui nostri affanni e preoccupazioni o lasciarsi andare alla malinconia.

Proviamo ad immaginare una panchina nel parco con una persona anziana seduta, non sto neanche a dire qual’è il pensiero che viene subito in mente, oppure una panchina in una stazione con persone che aspettano impazienti un treno o un autobus, mentre vorrebbero essere in viaggio o già sul luogo di arrivo, crea insomma una sorta di frustrazione. Lo stare seduti su una panchina in attesa da l’idea del provvisorio, della precarietà; ora sono qui ma tra poco me ne andrò, sembra quasi un’attesa impaziente della morte.

Nel volume “L’infinito istante” di Geoff Dyer l’autore pone alcune fondamentali osservazioni su quella che potrebbe definirsi una vera ossessione che Kertész aveva per la panchina:


“Sarebbe chiedere troppo affermare che le sagome che si vedono in molte fotografie di Kertész sembrano sempre dirette incontro alla morte o attenderla con impazienza, ma sarebbe abbastanza ragionevole sostenere che sono sempre in cerca di una panchina.

E la panchina rappresenta una sorte di morte. Una panchina sta… in panchina. Sta a bordo campo, condannata al ruolo di spettatore, marginale.

L’uomo sulla panchina è proprio un surrogato della situazione di Kertész: osserva la vita ma non vi partecipa più. Almeno, come la gente fotografata da Brassaï e Weegee, ha ancora una panchina.

Il 20 settembre del 1962 a New York, dopo anni e anni di mortificazioni e affronti, Kertész realizzò uno scatto che riassumeva perfettamente la propria situazione, o la sua percezione della propria situazione.

E adesso la panchina non è solo vuota, ma anche rotta.

Etimologicamente avrebbe senso se l’uomo che dà le spalle alla macchina fotografica avesse dichiarato da poco fallimento ma, allo stesso tempo, potrebbe essere solo un passante che guarda interrogativo la panchina. Per dirla sommariamente, se Kertész voleva che la panchina rotta riflettesse la rovina dell’osservatore, egli vede anche, e vede se stesso in quel modo, qualcuno che sta a guardare, curioso, comprensivo ma distaccato.

E’ questa ambiguità ripetuta e condensata che riesce a salvare l’immagine dal sentimentalismo che la minaccia.”


Una gustosa osservazione /rivelazione su questa foto della panchina rotta, la foto è costruita; Kertész prepara la scena come un regista di teatro.

Le due donne sullo sfondo sedute su una panchina sono Elizabeth la moglie del fotografo con una amica e l’uomo di spalle che guarda la panchina è Frank Thomas, il socio di Elizabeth nella ditta di cosmetici, che oltretutto è cieco.

Praticamente Kertész, come osserva sempre Dyer, aveva sistemato le cose per dare alla fotografia il rimando simbolico che desiderava.

Questa importante asserzione, in chiusura a questo lavoro, apre in realtà ad un grosso argomento e fondamentale quesito che investe la fotografia moderna, il dibattimento verte inevitabilmente sul significato di foto cosiddetta Street della quale corrente Kertész è un grande esponente, è probabile che ciò faccia crollare miti in un caso o metta seriamente in difficoltà in un altro chi è dedito a questo aspetto che per definizione dovrebbe essere “genuino”, tuttavia ci porterebbe fuori tema.


Grazie per l'interesse eventualmente suscitato.

Ringrazio in particolare:

Alessandro Cucchiero

Anna Marogna

Elis Bolis

Francesco Ercolano

per aver dato il consenso alla pubblicazione delle loro immagini a corredo del testo.

Le restanti foto sono dell'autore.

Bruno Tortarolo


roberto lanza

Se a qualcuno interessa per approfondire l'argomento

e ha voglia di leggersi questo lungo articolo  (magari stampandolo per una più facile lettura) :


http://www.nadir.it/tecnica/COMPOSIZIONE/composizione.htm

roberto lanza Ottobre 21 · Commenti: 6
Bruno Favaro

Il 14 Agosto di un anno fa, alle ore 11:36, crollava il Ponte Morandi e portava con sè 43 vittime innocenti.

Ad un anno di distanza non esiste più nulla del vecchio Ponte, se non l’enorme montagna di detriti conseguente all’abbattimento controllato del 28 giugno scorso delle due pile sovrastanti le case, di cui avevo mandato testimonianza fotografica a suo tempo.


Al di fuori di ogni retorica, e al fuori di ogni giudizio positivo o negativo su come stiano procedendo le cose, oggi voglio portarvi con me nelle vie che più hanno sofferto per quella tragedia immane, e che ancora oggi sono nel disagio, ma cercano con grande forza di venirne fuori.

Via Porro è senza dubbio il simbolo del crollo. E’ la via dove si trovano le case che erano sovrastate dal Ponte. Buona parte della via è zona rossa ancora oggi, tanto vale che se oggi cercate su Google Maps questa strada, la visione in Street View è ancora antecedente al crollo, in quanto la macchina di Google non ha potuto transitarvi per poter recepire gli aggiornamenti, ed il Ponte è ancora lì a sovrastare le abitazioni, come un enorme gigante, purtroppo con i piedi di argilla

Ecco un’ immagine di via Porro che ho tratto appunto da Google Maps di recente:



Foto di Via Porro in Google Maps, come era prima del crollo e come la si vede anche adesso in rete



L’adiacente Via Walter Fillak forse è meno nota a chi non abita a Genova, ma è una grande arteria di comunicazione cittadina tra i popolosi quartieri periferici della Val Polcevera ed il centro di Genova. Anche questa via è bloccata dal giorno del crollo, ed anche questa via in Google Maps appare come era un anno fa. Eccola:




Qui sopra due foto di Via Fillak in Google Maps, come era prima del crollo e come appare anche ora in Google Maps



Ed oggi?

Molte case di Via Porro hanno dovuto essere abbandonate, altre sono state abbattute ed altre lo saranno ancora, ma altre invece hanno continuato ad essere abitate, pur se tra un milione di difficoltà.

Le case di Via Walter Fillak non hanno subito danni, ma la strada è stata tagliata in due, trasformandosi da strada trafficatissima piena di attività in un deserto senza vita. In particolare, i detriti dell’esplosione controllata del 28 giugno scorso l’hanno definitivamente spezzata in due tronconi, col conseguente tracollo delle attività commerciali della zona.

Qui sotto due mie immagini di sabato scorso di via Fillak come è ora, da entrambi i versanti dei detriti del Ponte.


Foto dei detriti del Ponte in via W. Fillak, da Sud verso Nord



Foto dei detriti del Ponte in via W. Fillak, da Nord verso Sud



Il problema più grosso di Via Fillak, di Via Porro e di altre strade adiacenti sono state le polveri dovute al crollo e al maneggiamento dei detriti, e hanno continuano ad esserlo in tutti questi mesi, in particolare durante l’esplosione del 28 giugno. Camminando in prossimità del cantiere ho avvertito ancora in questi giorni l’odore della polvere nell’ aria. La gente che abita ai confini della zona rossa cerca di resistere come può, e lo fa anche affidando la propria rabbia e la propria determinazione a scritte ed a cartelli improvvisati esposti artigianalmente là dove si può.




I manifesti della gente che abita nelle zone adiacenti la zona rossa



Più a nord di Via Porro c’è il popoloso quartiere di Certosa. Qui per fortuna non ci sono stati danni fisici alle cose o alle persone, ma il crollo ne ha collassato la micro economia proprio per le difficoltà di comunicazione. Per lungo tempo per andare in centro da qui si doveva fare un lungo giro vizioso, intasato di macchine. E se la scuola era “al di là del Ponte”, anche i bambini erano in grossa difficoltà.

Per cercare di rivitalizzare la zona e provare a fare qualcosa di positivo, sono stati invitati di recente i migliori Writers, lasciandogli a disposizione le facciate delle case per la loro arte. E la risposta dei Writers non si è certo fatta mancare. Di seguito alcuni miei scatti di sabato scorso.







I Murales nel quartiere di Certosa




Nella città di Paolo Villaggio non poteva mancare lui...il Ragioniere per eccellenza: ed ecco che una delle case è stata dipinta proprio col faccione del mitico Ugo Ragionier Fantozzi!

Inutile dire che è il murales più visitato…e quello che io stesso ho fotografato di più.





Il Ragionier Ugo Fantozzi




I murales non possono cancellare la tragedia, questo no, ma di sicuro possono migliorare l’umore. Devo dire che mi sentivo bene e leggero nel girare tra questi enormi disegni a cielo aperto. Il lavoro dei Writers non si è limitato ai grandi murales, molte serrande di proprietari consenzienti sono state rivitalizzate e rallegrate, come potete vedere qui sotto.



I Writers all'opera anche nelle serrande




Lungo l’argine del fiume, nella zona dove il 14 Agosto 2018 precipitarono auto e camion, ha voluto lasciare lasciare la sua testimonianza anche il famoso writer che si firma “Manu Invisibile”. Qui sotto la sua opera


Il Murales di "Manu Invisibile"





Mi piace chiudere queste mie brevi righe con una immagine estremamente positiva che ho scattato domenica mattina: questo è il primo pilone del nuovo ponte che sta nascendo. L’ho scattata domenica scorsa, 11 Agosto, alle ore 7:19 del mattino. 


Il primo pilone del nuovo ponte


Se osservate bene in basso a sinistra si vede un operaio al lavoro, ed il cantiere era perfettamente operativo. E proprio oggi è stato aperto un bypass stradale sfruttando via Porro, in modo da poter aggirare in parte il blocco di via Walter Fillak. Insomma, la volontà di tutti di fare in fretta c’è! E magari potrà transitare la macchina di Google Maps per aggiornare la situazione, così il vecchio Ponte Morandi sparirà anche dalla Street View di Google



Grazie di cuore a chi mi ha seguito fino a qui.

Bruno






Bruno Favaro Agosto 12 · Voti: 5 · Commenti: 15
Ester Di Stefano
Salve ragazzi, desidero condividere con voi  l'articolo di un mio amico: https://www.economiaefinanzaverde.it/2019/06/20/fotografo-contro-scrittore/                                  Io l'ho trovato molto interessante. Lo dedico a tutti i fotografi-scrittori di Maxartis.                               Buona giornata!

   Ester Di Stefano

Ester Di Stefano Giugno 20 · Commenti: 5
Mirko Fambrini

Stavolta vi ho fregato, eh? 

Immagino che per molti la grammatica delle fantasia sia un ossimoro, altri più furbetti hanno googolato e sono arrivati a Gianni Rodari.

Ok ci risiamo, direte voi.

Già ci risiamo.

L'autore non è casuale e sarà il filo conduttore per ben tre motivi.

Mettevi l'animo in pace o abbandonate serenamente.


Giovanni Rodari è l'autore perfetto per comprendere lo spirito della fotografia di strada, musicalmente mi verrebbe in mente il grande Sergio Endrigo, anche se più complesso per la poliedricità.


Visto che ho fatto un ripasso.. (bugia! ndr) ...ehm volevo approfondire alcuni temi, riassumo che è stato un uno scrittorepedagogistagiornalista e poeta italiano, specializzato in letteratura per l'infanzia e tradotto in molte lingue. 


Ha scritto frasi, favole, filastrocche e poesie per bambini.


Ditemi se voi se il mondo che lui racconta non è l'emblema di una certa fotografia di strada.


" Con un po’ di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da Giacomo Leopardi" (Lezioni di ottimismo G. Rodari).


Jan Rockar 
www.flickr.com/photos/jrockar/39230735165/in/pool-2768749@N20/ 

JAD JADSADA 
www.flickr.com/photos/124069208@N04/14793264470/in/pool-2768749@N20/ 

Oppure leggete "La passeggiata di un distratto" (è un po lunga da riportare" 

www.filastrocche.it/contenuti/la-passeggiata-di-un-distratto/ 

e guardate se non si ritrova in queste fotografie:>>


Yannis Bautrait 
www.flickr.com/photos/yaya13baut/31858760378/in/pool-2768749@N20/ 

f.d. walker 
www.flickr.com/photos/fdwalker/31319051486/in/pool-streetfight/ 

Edas Wong 
www.flickr.com/photos/edaswong/39199572214/in/pool-streetfight/ 


Arsenio Jr Nidoy 
www.flickr.com/photos/109545888@N06/31259218431/in/pool-streetfight/ 

xaris p 
www.flickr.com/photos/xarisp/26303811254/in/pool-streetfight/ 

Mi è capitato molte volte di leggere negli autori della fotografia di strada un richiamo al senso del gioco, al tornare bambini, a cercare di mantenere il loro punto di vista diverso (anche fisicamente dal basso) da quello dell'adulto.>>

Più curioso, più istintivo, con una maggiore capacità di meravigliarsi e stupirsi per le piccole cose, per la maggiore ampiezza nel vedere particolari microcosmi e mondi paralleli.

E' questo è il punto due. 

Ma il punto uno?

Dopo. 

Vediamo se riesco a spiegarmi meglio. 


Ripassiamo il punto due, ed il mondo di Rodari, niente punto uno ancora.


Leggete questa:  


"C’era una volta un punto

e c’era anche una virgola:

erano tanto amici, si sposarono e furono felici. 

Di notte e di giorno

andavano intorno

sempre a braccetto:

“Che coppia modello”

la gente diceva

“che vera meraviglia

la famiglia Punto-e-virgola”.


Al loro passaggio

in segno di omaggio

perfino le maiuscole

diventavano minuscole:

e se qualcuna, poi,

a inchinarsi non è lesta

la matita del maestro

le taglia la testa." (La famiglia Punto e virgola. G. Rodari).


Ditemi se tutto questo non è espresso in questa foto:


Michele Liberti 

www.flickr.com/photos/mikyliber/29839915411/in/dateposted/ 


Oppure questa:


"Se andrete a Firenze 

vedrete certamente 

quel povero 'ane 

di cui parla la gente.


È un cane senza testa, 

povera bestia. 

Davvero non si sa 

ad abbaiare come fa.


La testa, si dice, 

gliel’hanno mangiata… 

(La “c” per i fiorentini 

è pietanza prelibata).


Ma lui non si lamenta, 

è un caro cucciolone, 

scodinzola e fa festa 

a tutte le persone.


Come mangia? Signori, 

non stiamo ad indagare: 

ci sono tante maniere 

di tirare a campare.


Vivere senza testa 

non è il peggior dei guai: 

tanta gente ce l’ha, 

ma non l’adopera mai!" (Il ane senza testa. G. Rodari).


Dite che non esiste quel cane?


TAVEPONG PRATOOMWONG 
www.flickr.com/photos/tavepong/14578805317/in/pool-apfstreet/
Ho subito associato questo modo di vedere al mondo che Rodari racconta ai bambini ed ho provato, giocando, ad unire i due mondi scoprendo cose per me interessanti.


Ma il punto uno? 

Calma e pazienza come al solito, guardiamo ancora qualcosa:


"Per colpa di un accento

un tale di Santhià

credeva d’essere alla meta

ed era appena a metà.


Per analogo errore

un contadino a Rho

tentava invano di cogliere

le pere da un però.


Non parliamo del dolore

di un signore di Corfù

quando, senza più accento,

il suo cucu non cantò più." (Per colpa di un'accento. G. Rodari).


Guylecliff

www.flickr.com/photos/leguiff/35409105754/in/pool-2768749@N20/


Ancora:

Non si può essere mai

sicuri di quello che

un bambino impara

guardando la televisione.


E non si deve mai sottovalutare

la sua capacità di reagire

creativamente al visibile.(I bambini e la televisione. G. Rodari).


Francesco Luppolo.

www.flickr.com/photos/luppolofrancesco/42700636395/in/dateposted/


Si potrebbe proseguire ancora a lunga, ma credo sia giunto il momento di passare al punto tre.

Ed il punto uno?

Calma.


Può uno foto di strada, secondo questa tipo di accezione avere anche un contenuto più "serio e riflessivo?

Anche in questo caso il mondo di Rodari può essermi di aiuto.

In questa filastrocca:


"Filastrocca per tutti i bambini,

per gli italiani e per gli abissini,

per i russi e per gli inglesi,

gli americani ed i francesi;


per quelli neri come il carbone,

per quelli rossi come il mattone;

per quelli gialli che stanno in Cina

dove è sera se qui è mattina.


Per quelli che stanno in mezzo ai ghiacci

e dormono dentro un sacco di stracci;

per quelli che stanno nella foresta

dove le scimmie fan sempre festa.


Per quelli che stanno di qua o di là,

in campagna od in città,

per i bambini di tutto il mondo

che fanno un grande girotondo,

con le mani nelle mani,

sui paralleli e sui meridiani…(Girotondo di tutto il mondo. G. Rodari).


non credo di forzare se ho associato subito questo accostamenti:


Sagi Kortler 
www.miamistreetphotographyfestival.org/mspf-2015-finalists?lightbox=im 

yoriyas Moroccan Photographer 
www.flickr.com/photos/yoriyas/24213405013/in/pool-apfstreet/


Curioso che a me la prima ho richiamato una fusione ideale di due fotografie di un grande padre della fotografia di strada, fotografo eclettico e dotato di molta ironia.


Guardate queste due foto e mettetele insieme:

Elliot Erwitt

shop.magnumphotos.com/products/19-north-carolina-1950-segregation-foun 

e la maya desnuda e Maya Vestida (non ho trovato il link della sola foto su magnum) 
www.lastampa.it/2018/09/27/cronaca/lo-sguardo-ironico-e-irriverente-di 


Ci sono molti modi per affrontare qualunque tematica, ed anche giocando e scherzando si può dire la verita (cit.)

E questo è il punto tre. 


Torniamo ora al titolo iniziale.


Grammatica della fantasia - introduzione all'arte di inventare storie (G.Rodari).

Il libro è teorico e non narrativo. 


Questo è il punto uno.


L'autore ci dice che "Quello che io sto facendo è di ricercare le "costanti" dei meccanismi fantastici, le leggi non ancora approfondite dell'invenzione, per renderne l'uso accessibile a tutti. Insisto nel dire che, sebbene il Romanticismo l'abbia circondato di mistero e gli abbia creato attorno una specie di culto, il processo creativo è insito nella natura umana ed è quindi, con tutto quel che ne consegue di felicità di esprimersi e di giocare con la fantasia, alla portata di tutti.".>>

In altre parole è quello di cui, molto più umilmente sto cercando di mettere insieme per la fotografia di strada, ma il percorso è molto lungo, appena iniziato, e probabilmente noioso.>>

Meglio divertirsi con Rodari e con la fotografia di strada, e continuare a studiare entrambi e, nel frattempo, fare il punto sulla lezione ed io, nel mio piccolo, ho pensato a questo:>>


"La mia mucca è turchina

si chiama Carletto

le piace andare in tram

senza pagare il biglietto.


Confina a nord con le corna,

a sud con la coda.

Porta un vecchio cappotto

e scarpe fuori moda.


La sua superficie

non l’ho mai misurata,

dev’essere un po’ meno

della Basilicata.


La mia mucca è buona

e quando crescerà

sarà la consolazione

di mamma e di papa.


(Signor maestro, il mio tema

potrà forse meravigliarla:

io la mucca non ce l’ho,

ho dovuto inventarla). (La mia Mucca. G. Rodari).


Mirko Fambrini 
www.flickr.com/photos/107055202@N02/43276692540/in/dateposted/ 
















Mirko Fambrini Novembre 22 '18 · Commenti: 7
MAX ARTIS
Abito a Firenze, dalle parti della stazione.

Nel post che promuove questa iniziativa leggo di mandare foto “che raccontino la vostra città, paese, quartiere…”.

E fin qui va bene perché le foto sono prese nel raggio di 200 metri da casa.

Ma più oltre ci sarebbe anche scritto che deve essere “un posto dove stai bene,
che ti piace passarci anche solo qualche ora.
 Un posto tuo”.

Ecco, su questo purtroppo non ci siamo per niente, perché tanto sto bene dentro casa,
quanto mi irrita fuori.
 È un abitare è schizofrenico, il mio: dentro casa pace e tranquillità,
fuori folla e confusione.

Perciò non sono affatto sicuro che le mie foto rispondano
del tutto allo spirito di questa iniziativa, anche perché alcune, più che mostrare suggeriscono;

ma c’è il rischio che suggeriscano solo a me…


 Il tetto di casa con quelli vicini




Gioco d’ombra sulla classica pulsantiera di ottone



 L’importante è il rispetto




Estetica del denaro


Giungla urbana





 Catacombe funzionali





Priorità




   La bellezza nonostante


Gente, gente e merci




… ma sei comunque solo



Un abbraccio,

Alessandro




MAX ARTIS Novembre 17 '18 · Commenti: 8
Mirko Fambrini

Con le mani sbucci, le cipolle. 

Zucchero Sugar Fornaciari (nome d'arte che mi ricorda un po photographer) ha scritto questo pezzo (Con le mani) nel 1987, diventando un ritornello molto popolare, oscurando quasi un grande brano come Hey Man. 
Ma non voglio parlare di "Sugar" Fornaciari, peraltro non mi sta nemmeno particolarmente simpatico, considerazione personale di cui lui se fregherebbe altamente. 

Cosa c'entrano quindi le mani e le cipolle con la fotografia? 

Come per Pirandello e la fotografia di strada, abbiate pazienza e capirete. 
Lasciamo da parte un momento le cipolle e prendiamo le mani. 

Girando in rete mi sono ritrovato davanti a questa foto di Gianni Berengo Gardin: 

www.artribune.com/wp-content/uploads/2013/02/2.G.Berengo-Gardin_Catani 

Ecco allora spiegato il richiamo alle mani della canzone del nostro "Sugar" nazionale. 
Più bravi e preparati di me potrebbero meglio spiegare il senso di questa fotografia, trovando aspetti denotativi, connotativi, percorso dell'autore e molte altre cose interessanti, tra cui il "punctum" barthesiano delle mani. 
Ora che GBG sia un grande Autore noto e straconosciuto è scontato; meno scontato è che questa foto sia stata vista da altri autori contemporanei di foto di strada, probabilmente non bravi come lui, ma messaggeri sempre di mani, ed ancora meno probabile è che conoscano la canzone del nostro "Sugar" nazionale: 

Nappadol Maitreecit 
www.flickr.com/photos/124543994@N05/40380334285/in/pool-2768749@N20/ 

Kevin Ballance 
www.flickr.com/photos/squintyeye/42755142590/in/faves-107055202@N02/ 

o anche variazioni sul tema con mani artificiali: 

Chu Viet Ha 
www.flickr.com/photos/chuvietha/44110152225/in/faves-107055202@N02/. 

E chissà quante altre non mi vengono in mente! 

"...le tue mani così all'improvviso..." 

Comincia ad essere più chiaro il tema? 

Meno probabile ancora, come già detto è che tutti anche questi conoscessero il nostro Adelmo Fornaciari. 
Eppure come non notare la similitudine tra questo verso "Si sono fatte strada fuori e dentro di me... usa le tue mani, su di me... e questa fotografia di Giacomo Vesprini: 

www.flickr.com/photos/giacomovesprini_in-side/16359556868/in/dateposte 

proseguendo con il canticchiare "e accarezzi il gatto, con le mani..." 

questa di Aaron Aardvark: 

www.flickr.com/photos/anteatertheater/8081857518/in/faves-107055202@N0 

Tra mani come soggetto, oggetto, punctum, variazioni sul tema, mi vengono in mente 
Ilan Ben yehuda 

www.flickr.com/photos/116685283@N05/34516328892/in/faves-107055202@N02 

Djan13 
www.flickr.com/photos/djan13/11563754353/in/pool-onthestreet/ 

Nico Ferrara 
www.flickr.com/photos/nicolasferrara/43335526925/in/pool-streetfight/< 

e mille altre se ne potrebbero aggiungere. 

Ok direte voi, ma le cipolle? 

Beh, quelle lasciamole ancora da parte un momento, perchè mica solo la fotografia di strada si interessa alle mani. 

Mi permetto di sconfinare in un'altro settore affascinante. 

Il ritratto. 

Potrei probabilmente richiamare Pirandello anche per questa disciplina, ma avendone già fatto uso potrei solo ripetermi. 
Preferisco allora proseguire nel racconto di alcuni passaggi personali e continuare con Zucchero Fornaciari. 

Nell'avvicinarmi alla materia ricordo di essere partito dapprima con lo studio dei tagli, primo piano, mezzo busto, busto intero, americano e via. 
Nel fare pratica mi si sono poste moltissime questioni alla quali, come semplice dilettante di fotografia, cercavo di trovare quale soluzione mi convinceva maggiormente. 

Ve ne era una particolarmente difficile da risolvere: le mani nei primi piani. 

Ancora le mani è quel motivetto che oggi mi piace tanto. 

"...per provare nuove sensazioni, farsi trasportare dalle emozioni...". 

E' relativamente più facile fare un primo piano senza inserire le mani del soggetto. 
Dico relativamente perchè essendovi meno elementi gli spazi sono più liberi. 
Molto più difficile è inquadrare un volto con la presenza delle mani. 
Ricordo un utente generoso che in un commento sotto un ritratto scrisse più o meno qualcosa come: la gestualità delle mani, ove inserita con un taglio stretto sul volto deve essere in sintonia con l'espressione del viso. Già è difficile trovare l'espressività che si cerca, aggiungere poi le mani è difficilissimo perchè due parti espressive diverse (volto e mani) hanno un proprio linguaggio che deve essere ricondotto ad un unico insieme, di accordo o di contrasto, ma non di dissonanza". 

Quasi mi viene da pensare di tagliarle 'ste cipolle, almeno non piango solo per disperazione 

Le cose peggiorano quando ci accorgiamo che gli spazi nel frame sono troppo spesso piccoli per non tagliare qualcosa in malo modo. 
Una cosa particolarmente turbante accadeva quando le mani comparivano dal basso, entrando nella frame moncate e con una parvenza quasi estranea, suggeritrice di battute da parte dell'osservatore del tipo "ma le mani sono del soggetto, sembrano di un'altra persona." 
In effetti guardi e riguardi e ti convinci che ha ragione. 
Ti riproponi che la prossima volta o non le metti oppure non tagli nemmeno un filo di braccio. 
Ok. 
Al massimo taglio le cipolle. 

Poi un giorno ad una mostra di Lartigue, grandissimo fotografo eclettico e godereccio, rimasi fermo mezz'ora su questo suo bellissimo ritratto (SCORRETE SINO A 1945 E CLICCATE SULLA FOTO PERCHE' NON RIESCO A SALVARE SOLO IL RITRATTO) 

www.lartigue.org/en/jacques-henri-lartigue/chronology/ 

Il più bello di tutti quelli ho visto sinora ad ora. 
Una sorta di Gioconda leonardesca, anzi più magnetica. 
Meno famosa delle icone del Che, di quelle di Jim Morrison, Marylin, e ciascuno aggiunga quello che crede. 
Una luce incredibile, uno sguardo sublime, la trina del velo, l'ombra sul volto e... quella mano. 
Quella mano, quel gesto in parte ombra in parte in luce, tocca, sfiora, suggerisce, parla. 

Guardi, rimiri, osservi contempli quella foto, entusiasta, poi ad un certo punto realizzi. 
Ma la mano è tagliata! 

Ricominci il motivetto " per provare nuove sensazioni, farsi trasportare dalle emozioni". 

Mi ero proposto di non tagliare più e mi tocca iniziare da capo, farmi nuove domande. 

E voi continuate invece a domandarmi: ma le cipolle? 

Beh, leggendo sopra quello che scritto sopra, mia nonna mi avrebbe detto da buona toscana: "oh bi' lo sai come si dice quando ti si ascolta ? 
Dove vai? Son cipolle". 

Ha certamente ragione mia nonna, e pertanto le cipolle centrano sempre. 


Mirko Fambrini Novembre 13 '18 · Commenti: 3
Bruno Favaro
Sottotitolo: "Ho viaggiato nel tempo ed ho visto il passato"


Il mio paese è Sestri Ponente, un tempo comune autonomo e dal dopoguerra diventato delegazione di Genova. E sino a prima della guerra era un luogo di mare e di villeggiatura, con spiagge frequentate da turisti, spiagge dalle quali si poteva ammirare un bellissimo Castello sul mare situato al confine tra Sestri Ponente e Cornigliano, altra futura delegazione di Genova .
Quando io sono nato ormai le spiagge non c’erano più, inglobate da industrie ed aeroporto costruito sul mare, e non c’era nemmeno più il Castello Raggio (questo era il suo nome, dal nome del suo proprietario) ma ho ben chiaro nelle mente i racconti di mia madre che ne parlavano come di una costruzione mitica, tanto che era come se l’avessi visto di persona anche io. In questo mi hanno sempre aiutato le cartoline d’epoca che lo riproducevano da ogni angolazione, e ve ne propongo alcune qui di seguito tratte dalla rete, qualcuna proveniente addirittura dall’archivio storico Alinari. Nelle immagini d'epoca spesso ricorre il nome di Cornigliano invece di Sestri in quanto il Castello stesso si trovava al confine.







Il Castello Raggio, cito da Wikipedia “…fu edificato in stile liberty a fine Ottocento dall'imprenditore e uomo politico ligure Edilio Raggio. Assai ammirato per le sue eleganti linee architettoniche, per la sua realizzazione venne finanziata la somma straordinaria per l'epoca di seicentosessantamila lire. La sua struttura era a forma di parallelepipedo, con una torre a pianta quadrangolare che affiancava il corpo principale …<omissis>… gli interni erano stati fatti finemente affrescare.

Nella parte occidentale del corpo principale diverse aperture conducevano al giardino (arricchito da un piccolo orto) e alle scuderie. Sul lato orientale, una galleria consentiva di giungere ad un belvedere la cui vista spaziava dal litorale della riviera ligure di ponente fino alla torre della Lanterna…<omissis>…Il castello fu frequentato negli anni a cavallo del secolo e fino alla prima guerra mondiale da esponenti della nobiltà e del mondo politico fra cui il re Umberto I d'Italia con la regina Margherita di Savoia, la contessa Fiammetta Doria (della potente dinastia dei Doria), il duca di Galliera, il principe di Napoli, il conte di Torino e il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti”. 

Di seguito ancora altre foto d'epoca.





Durante la seconda guerra mondiale i Raggio lo abbandonarono rifugiandosi in luoghi più sicuri, il Castello subì danni e saccheggi, e dopo la guerra fu definitivamente abbandonato, ridotto ad uno scheletro vuoto. Il 14 Aprile 1951 fu tristemente abbattuto per fare spazio all’industrializzazione selvaggia che caratterizzò il dopoguerra del ponente genovese (e non solo), un’epoca in cui il rispetto del territorio era un concetto ancora non presente nella mentalità comune. 


Chilometri di mare prospicenti il Castello furono interrati per fare spazio ad una acciaieria ed all’aeroporto, e le spiagge ed il mare furono da allora solo un ricordo per Sestri Ponente e Cornigliano. 


Qui sotto una foto aerea nella quale il Castello è ancora prospicente sul mare e subito dopo una immagine presa da Google Maps di come è la stessa zona oggi, cercando di riprendere la stessa prospettiva (la freccia rossa indica il punto dove sorgeva il Castello, la linea gialla indica dove prima arrivava il mare). 





Come vedete addio Castello Raggio ma soprattutto addio mare, tombato definitivamente per far posto all'industria. Speso in Liguria la mancanza di spazi e la necessità di creare lavoro ha generato queste situazioni.


...E ora si viaggia nel tempo!!! 


Come ho scritto all’inizio, io sono cresciuto col mito del Castello Raggio, ma una cosa che non vi ho detto è che (e cito di nuovo Wikipedia) “fu edificato ricalcando nelle sembianze - e secondo le intenzioni dell'architetto Rovelli - il castello di Miramare di Trieste, fatto costruire intorno al 1860 da Massimiliano d'Asburgo”. 

Insomma, i Raggio si erano fatti costruire una copia (quasi) esatta del famoso Castello Miramare di Trieste, sia negli esterni che negli interni. 

Io questo l’ho sempre saputo perché mia madre spesso diceva: “A Trieste c’è un castello uguale!”

Già…a Trieste c’è un Castello (quasi) uguale. Mia madre non lo ha mai visto dal vero ed io l’avevo visto solo in immagini; ed in effetti la somiglianza vedendolo in foto è notevole, per non dire sorprendente. E perché allora non andare a vederlo di persona, facendo una sorta di viaggio a ritroso nel tempo?

E così questa estate io e mia moglie siamo partiti destinazione Trieste e vi dirò che visto dal vero la somiglianza è ancora più sorprendente. Caspiterina...stavo vedendo il Castello Raggio finalmente!!

Qui di seguiti metto alcune mie immagini scattate a Trieste, convertite in BN e antichizzate con un filtro. 






...ma non è uguale al Castello Raggio? E se non vi sembra così, vi prego, per amicizia non ditemelo! 


Un salutone a tutti dal Castello...Raggio, e grazie di avermi seguito sino qui!

Bruno 
















Bruno Favaro Novembre 7 '18 · Commenti: 11
MAX ARTIS
 il Paese è Posta Fibreno (Fr) in ciociaria.
Mille anime.
Ho cercato di raccontare la mia estate in questo paesino del basso Lazio
dove mi ritrovo sempre in estate.
E' il mio paese di origine, dove sono nato e dove vivono ancora mio padre ed i miei parenti ed amici.

La serie di foto inizia con il dondolo sotto il sole cocente nel giardino di casa.
La mia estate si snoda tra la casa in campagna
(il paesaggio con i rotoballe si trova proprio davanti al cancello),
il lago di acqua cristallina con l'acqua a 10 gradi costante ed i bagnanti temerari,
le sagre e le uscite serali con amici alla ricerca di un po' di refrigerio
e di relax con momenti di quotidianità tra scherzi e battute divertenti.
Non mancano le feste religiose ed i fuochi pirotecnici.
L'evento d'eccezione è stata la luna rossa con il paesaggio ed il castello in basso
(trattasi di scatto unico, vero, nessun fotomontaggio, come tutte le foto del resto).
Le ultime foto segnano il volgere della fine della bella stagione
con il bicchiere abbandonato e ritrovato su di una cassetta dell'Enel
(vero anche questo, non l'ho messo io) al mattino successivo ad una festa serale,
come a voler dire che la festa è finita
ed il dondolo semidistrutto dopo una violenta grandinata che ci proietta verso l'autunno.
 

 
Le foto sono tutte "vere", cioé scatti unici,
non fotomontaggi e soprattutto spontanee, non preparate.
Certo, quella in gruppo è chiaro che era una foto in posa ma comunque sempre occasionale,
cioé decisa al momento e fatta al volo.
Io porto sempre con me la fotocamera, anche quando vado a mangiare una pizza!

Ho cercato di numerare le foto mettendo ordine al racconto: l'inizio e la fine dell'estate.





MAX ARTIS Novembre 3 '18 · Commenti: 10 · Tags: mario, vani
Mirko Fambrini

Che cosa c'entra Pirandello con la fotografia di strada?

C'entra fidatevi, centra.

Guardate i numeri.


Una...


Una è la visione di fotografia di strada di colui che ha ormai acquisito tutte le certezze.

Il momento decisivo di Bresson è stata la sua folgorazione e nessuno sarà mai in grado di fargli cambiare idea.

- Guarda che ci sono anche fotografie che raccontano storie - obietta un'altro uno.

- Robert Frank si che faceva street photography -

- Le sue foto sono vive, descrivono la realtà nuda e cruda, altro che momento decisivo -

- Si ma se non è presente il momento decisivo è solo reportage, e se non è reportage è qualcos'altro -

Quante volte ci sarà capitato di leggere queste cose, mutando talvolta vecchi maestri di riferimento.


- E allora William Klein dove lo mettiamo? Lui si che fu rivoluzionario ed innovatore.>>

Infranse tutte le regole, altro che momento decisivo. Quando sei in strada è solo un attimo, puoi fare quello che vuoi. -

Altro uno.

- Lasciate perdere, facile il bianco e nero.  

Vuoi mettere Joel Meyerowitz. La sua street photography è l'unica originale. Intanto è a colori e talvolta non ci sono nemmeno le persone! -

- Senza persone? Ma cosa dici, se non ci sono le persone non può street photography!

Altro uno.

- Erwitt faceva vera street, faceva ridere, in strada si ride, per le cose serie ci sono i libri. -


Tutti uno, o meglio una unica visione tesa ad escludere, a selezionare per riduzione.

Già ridurre, ridurre ed escludere ma da cosa?


Nessuna...


Può apparire strano ma secondo alcuni la "street photography" non esiste.

Nessuna- è la visione che hanno coloro che riducono, riducono, riducono e riducendo avvertono: guardate chein realtà  è solo reportage. 

Il resto sono solo mere elucubrazioni speculative.

Il singolo frammento insignificante non ha nessun valore. 

Chi se ne frega se la maglietta a righe attraversa le strisce pedonali (ed inoltre diciamocelo: basta con 'ste strisce pedonali, non se ne può più).

Chi se ne frega se una scatola rossa entra con congiunzione astrale con il pianeta Marte e similari (ed inoltre diciamocelo: questo trova colori ha un po scassato gli zebedei).

Chi se frega se il cartellone pubblicitario fa rima baciata con il primo che passa per la strada (ed inoltre diciamocelo che sono tutte preparate).

Chi se ne frega delle luci e delle ombre (ed inoltre diciamocelo che se fate un corso di fotografia imparate anche ad esporre correttamente) 

Lasciate perdere, la street photography, e prima ancora la straightphotography, non esiste, sono americanate.

Lo sapete che molti fotografi italiani dei tempi passati dicono che loro scattavano e basta, lo chiamavano reportage, mica c'era internet e HCB non sapevano nemmeno chi fosse. Oggi gli fanno i complimenti per le loro foto di street.

Datemi retta, la street non esiste, è solo reportage, il resto è modaiolo, è solo un' illusione di mercato..


... e centomila.


Centomila sono invece coloro che scendono in strada e scattano foto.

Oggi.

Foto belle anche con signorine meno belle, foto brutte anche con signorine più belle, foto buone (anche se non per mangiare quando viene Natale), cattive (da non mangiare tutti i giorni), con persone-cose-animali (con ulteriori scelte opzionali ma escludete le parole che iniziano con la xwy che tanto non le trova nessuno), riprese quando è uscita la lettera F, il 12, o il colore giallo, e via dicendo.

Escono e scattano quello che hanno da dire.

Una storia, una persona, una barzelletta o anche niente.

Anche il niente può avere un senso.

L'importante è non abusarne perchè troppo niente alla fine... non vuol veramente dire niente.


E se ne fregano se non piace.

Non piace nemmeno Pirandello.

Ma chi lo ha mai letto 'sto Pirandello?

E se ne fregano se qualcuno alza il dito e dice: ma questa non è street!


Dite loro di leggere Pirandello.

Anzi di studiare Pirandello, ed anche la fotografia di strada.


Ma sopratutto, non prendetevi troppo sul serio, e studiate anche voi Pirandello e se resta tempo anche... la fotografia di strada.


Mirko Fambrini Ottobre 29 '18 · Voti: 5 · Commenti: 1
Ester Di Stefano
Ciao, maestro Lanza!. Dopo aver letto il tuo post ho realizzato un video usando degli scatti effettuati tre anni fa a Coimbra. Ho usato Movie Maler e ho scelto il formato 16/9. Ho incontrato qualche difficoltà perchè non tutte le foto erano compatibili e quindi ho dovuto aggiungere delle barre laterali ad alcune di esse. Ti sarei grata se potessi dare un' occhiata al mio lavoro e darmi un tuo parere. Il video ha una durata di 2 minuti e mezzo circa. Grazie per la cortese attenzione prestatami. Un cordiale saluto. 


Ester Di Stefano Settembre 27 '18 · Commenti: 3
Livio Prandoni

Voglio condividere con immenso piacere quasta mi avventura fatta con la mia compagna Lucy .

Si tratta della salita alla cima Gniffetti a 4.559 mt. in cima al monte Rosa, allego un racconto di quello che è successo e un piccolo filamto fatto tutto col cellulare.

purtroppo spesso quasi in movimento perche' si era in cordata e on avevo la piena autonomia di potermi fermare da sole e fare filati e foto come sarebbe stato giusto fare.

Mi sono accontentato anche perche' devo dire che non sono immagini traballanti e di scarsa qualiata'.

Il punto non sono le buone immagini ma trasmettere a tutti voi la grande emozione che abbiamo provato in quei giorni per una grande avventura che mai ci saremmo immaginati di riuscire a portare a termine soprattutto per la quota elevata e la nostra avanzatra eta'.


allego i due link per scaricare racconto e filamto, inoltore mia mail per eventiuali domande e commenti personali, grazie e buona visione.


livio.prandoni@gmail.com


Livio



https://www.dropbox.com/s/l980am5yhboo1ky/La%20grande%20sfida%20%20formato%20A4.docx?dl=0



https://www.dropbox.com/s/wry6wsldfdrhtlp/monte%20rosa%20mart%20%2024%20ore%2018.mp4?dl=0


Livio Prandoni Agosto 27 '18 · Commenti: 9 · Tags: montagna
Bruno Favaro

Per il suo 70.mo compleanno Costa Crociere ha commissionato al noto fotografo Oliviero Toscani un lavoro fotografico che cercasse di raccontare l'obiettivo che si prefigge la Costa in ogni sua crociera: rendere felici i suoi ospiti.

Le fotografie sono esposte attualmente a Genova nei saloni espositivi di Palazzo Ducale.

La mostra è ad accesso gratuito ed è consentito fotografare tutto quello che si vuole. Quindi ho pensato di farvi cosa gradita fotografando tutte le immagini esposte ed a proporvele.

Per chi ha voglia di leggere, ecco i pannelli introduttivi alla mostra, con anche una presentazione di Philippe Daverio.
Una precisazione: in un pannello si parla di 150 foto esposte, in realtà le vere fotografie esposte (in formato gigante) erano poco meno di 40, le altre erano proiettate su pareti o tendine e ho rinunciato a fotografarle perchè di bassa qualità.











Ecco ora tutte le stampe giganti esposte. Non ho modificato nulla, ed ho lasciato dell'aria attorno alle stampe proprio per far vedere il taglio scelto da Toscani senza nessun intervento. Non ho corretto la distorsione del mio obiettivo perchè ininfluente vista la tipologia delle immagini (ed anche più comodo per me...  )
Nemmeno il bilanciamento del bianco non aveva bisogno di grosse correzioni


NOTA: alcune immagini sono sfocate e/o micromosse: erano proprio così anche le stampe esposte. 















































































Cosa ne pensate di queste foto? 

Secondo voi trasmettono quello che si prefiggeva il committente? 

Secondo voi Toscani ha fatto un buon lavoro?


Io ho la mia idea, ma non voglio influenzarvi. Dirò la mia dopo le vostre impressioni.Se qualcuno volesse fare riferimento ad una foto in particolare, per facilitarne l'identificazione metto qui sotto le miniature delle foto con la numerazione progressiva.





Grazie a chi mi ha seguito fin qui!

Bruno 




Bruno Favaro Agosto 9 '18 · Commenti: 13
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