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tere01 blog

Buonasera a tutti ...

Dopo alcune settimane di assenza, mi ripresento, scusandomi per essere scomparsa dalla sera alla mattina ...

Con la massima delicatezza possibile per non far male a nessuno, stavolta, immersi la mano nella poltiglia nera e mostrai la mia pesca:


ciclopemichiediilnomefamosoediotidiròtudammiviadaquitristoinsettoescrementodellaterraconqueste-paroleilrefelino


"Ok, sono frasi. E adesso cosa ti aspetti da noi?"

"Suona! Suona per separarle! Suona per riportarle nelle loro storie!"

"Spiegati meglio, Giovanna! I musicisti non saranno tutti intellettuali, ma hanno una gran voglia di capire"

"Ogni libro ha la sua storia, Dario, lo sanno tutti, anche gli analfabeti. Ma ogni libro ha anche il suo ritmo, il suo respiro, lento o veloce, a scatti, sincopato, regolare ... E i ritmi sono meno numerosi delle storie, che sono infinite. Ci sono libri a due tempi, altri a tre o quattro tempi ... Ci sono libri-valzer, libri-tango ..."


Ecco qual era la mia speranza: trovare il ritmo di ciascuna delle storie da cui le parole erano state cacciate. E, così facendo, ridare a ogni parola la possibilità di tornare nella propria.

Erik Orsenna, La danza delle virgole, Salani, 2010

"Ma noi dove ci troviamo?"

"Se mi dici chi siamo, ti dirò dove ci troviamo"

"Era come un canto?"

"O piuttosto un pianto, a quanto ricordo"

"Era una certa storia ... Chissà che storia ..."

"E questo gatto nero, senza dubbio è una presenza reale, percepibile"

"Sì, è certamente il filo che ci condurrà alla verità"

"Ecco, ci stiamo avvicinando alla verità ..."

"Questo gatto, al tempo dei nostri antenati, era considerato una divinità"

"E un giorno, seduto sulla porta della cella, ha divulgato il senso di tutta la storia".

Naghib Mahfuz, La taverna del gatto nero, Pironti Editore, 1993

precedente: https://www.maxartis.com/blogs/post/132



Ogni qualvolta si provi a insinuare un dubbio sui tuoi postulati (…), tiri fuori dal cilindro le parolette magiche “emotività”, “sentimentalismo” e tronchi sul nascere qualsiasi discussione

capacità di astrarsi, spogliarsi delle proprie convinzioni e pulsioni emotive, nella lettura di una fotografia

 

... chi non ha argomenti urla. E tu utilizzi con sovrabbondanza l'ultimo stratagemma di Schopenhauer

"o non hai letto quello che ho scritto, oppure proprio non hai capito niente"

 

Ragioni per compartimenti stagni, separando storia, filosofia e storia dell'arte, che sono invece quanto di più intimamente connesso possa immaginarsi

Nulla a che vedere con il concetto di obiettività in senso filosofico (di Vattimo, Bobbio o altri filosofi), quello lo lascio a te, sei fuori tema, non è di quella obiettività che io parlo

 

ragionamenti apodittici a suffragio dei quali chiami testi di cui ben ti guardi dal citare titoli e autori 

“Le mie citazioni sui Becher e la scuola di Dusseldorf, sono estrapolate da uno dei volumi più quotati sull'argomento scritto da chi se ne intende sul serio

 

U.D.E.

 

Mi restano solo due riflessioni

Se per te è così oneroso proseguire nella tua rubrica, non capisco per quale motivo, anziché sentirti sollevato dalla totale carenza di materiale, non perdi invece occasione per ricordarne l'esistenza e richiedere che gli utenti prendano coraggio e ti inoltrino le loro cose.

 

 

Che cosa ti dà così fastidio? Che si dicano certe cose o che a dirtele sia una donna, vista la conclamata MISOGINIA (ma sei in buona compagnia) di cui ha dato saggio in numerose occasioni e massimamente qui nella risposta a Michela.

https://www.maxartis.com/viewtopic/10/190/index.html?op=in&page=4

 

Teresa

 

PS: Terezin era il campo di concentramento ceco in cui erano internati gli artisti


(segue)

Il piccolo rumore dell'acqua frustata ci ha seguiti nel mattino fino a che io non mi sono sentito stanco. Allora ho lasciato maria e sono tornato indietro nuotando regolarmente e respirando bene. Sulla spiaggia mi sono steso a pancia in giù vicino a Masson e ho messo la faccia nella sabbia. Gli ho detto che si stava bene e anche lui era di questa opinione. Poco dopo è venuta Maria. Mi sono girato per vederla venire avanti. Era tutta vischiosa d'acqua marina e aveva spinto i capelli all'indietro.Si è distesa contro il mio fianco e i due calori, del suo corpo e del sole, mi hanno un po' addormentato.

Maria mi ha scosso dicendo che Masson era tornato a casa: era ora di far colazione. Mi sono alzato perché avevo fame, ma Maria mi ha detto che dal mattino non l'avevo baciata. Era vero e tuttavia avevo voglia di farlo. "Vieni nell'acqua", mi ha detto. Abbiamo fatto qualche bracciata e lei si è stretta contro di me. Ho sentito le sue gambe attono alle mie e l'ho desiderata.

ALbert Camus, Lo Straniero, Bompiani, 1980

74 anni, 5 mesi, 9 giorni                            Giovedì, 19 marzo 1998


La pelle nera di Nazaré, insondabile profondità cromatica, i bruni, gli ocra, i blu, i rossi, il viola porpora che le orla il sesso, il rosa chiaro della lingua, il biondo rosato dei palmi, non so mai di quale sfumatura si incanta il mio sguardo, da quale profondità riaffiora; guardare il corpo nudo di Nazaré significa tuffarsi nella sua pelle. Per la prima volta mi rendo conto che la mia è solo una veste superficiale. La pelle liscia di Nazaré, con i pori così stretti da diventare impercettibili, pelle di ciottolo bagnato, su cui i vestiti danzano a ogni passo. Il seno, i glutei, il ventre, le cosce, la schiena diNazaré, così densi che il suo corpo sembra pura energia. L'erotismo di Nazaré ... Quando mi lamento di non risuscitare tutte le volte (ben lungi!), lei puntualizza, signore, lei riduce il sesso a una questione di ... alzabandiera. Segue un festival di carezze periferiche, una profusione di abbracci inediti approvati dall'orgasmo di Nazaré. I seni di Nazaré, due isole sulla superficie lattea nell'acqua del nostro bagno: le presento i miei paesi emergenti! Il sapore pepe e miele di Nazaré, il suo profumo ambrato, la sua voce roca, l'esplosione afro della sua chioma in cui le mie dita si perdono. La filosofia di Nazaré: Niente male! dico all'apice dell'estasi. Intende dire bellissimo!, obietta lei, assolutamente meraviglioso! Facendomi poi osservare che la litote e l'eufemismo praticati da noialtri Europei come il massimo del bon ton, riducono le nostre capacità di entusiasmo, rattrappiscono i nostri strumenti di percezione, che il nostro stile ha preso il sopravvento e che di questo moriamo. Il dolce umorismo di Nazaré: Ah! signooooore, in un lungo sospiro di addormentamento; e l'unico nome che voglio è questa presa in giro. Le lacrime di Nazaré quando parto, senza che un solo lineamento del viso si muova, lacrime silenziose che scivolano sul ciottolo delle guance. L'incavo lasciato nel mio petto da quel tesoro che si è stretto così forte a me.

Daniel Pennac, Storia di un corpo, Feltrinelli, 2012, nella mirabile traduzione di Yasmina Melaouah

La potenza del ritocco. Il sogno della fotografia come impronta diretta della realtà su una superficie nasce nelle grotte della Cantabria e degli alti Pirenei circa 20.000 anni or sono. Quelle silhouettes di mani preistoriche tracciate sulle pareti sono veri e propri negativi. Tracciati con polvere ocra soffiata sopra il palmo appoggiato sulla roccia, sono il desiderio di un'immagine prodotta direttamente dal proprio oggetto, per impressione e non per imitazione. Arte suprema per l'uomo cacciatore, la cui sopravvivenza dipende dalla familiarità con le tracce e le impronte. Ma quanto frustrante anche per lui è riuscire a ottenere impronte corrette: non tutte le mani vengono perfettamente disegnate, qui un dito manca, là un contorno resta indefinito. Nelle note di Gagas gli antropologi riconoscono alcuni interventi, diciamo così, in post-produzione: correzioni manuali, completamente fatte con un tampone: paleo-ritocchi, insomma. Non c'è dubbio che sia questo, il ritocco, il più antico (praticato già sul dagherrotipo), il più diffuso, il patriarca dei trucchi fotografici. Forse anche il più ingenuo. Alain Jaubert, che pure dedica anni a smascherare i falsi fotografici di ogni regime, quasi lo assolve:


in ultima analisi, il lavoro del peggior ritoccato ore rimarrà modesto se paragonato a questa frode universale che è, sin dalle origini, la fotografia.


Il virtuosismo che richiede per essere minimamente accettabile, quasi un'arte nell'arte, ne fa il vero ponte fra la pittura e la fotografia molto più dei pasticci pittorialisti. Fossi uno storico delle Annales, definirei il ritocco una struttura della fotografia: per la sua presenza costante, stabile attraverso tutti gli aggiornamenti tecnici, lungo l'intero corso dell'evoluzione del mezzo. Persino l'incunabolo più prezioso della storia fotografica, la veduta dalla finestra della tenuta di Gras finalmente catturata nel 1826 da Joseph Nicephore Nièpce su una lastra di peltro coperta di bitume, è nota all'umanità intera in una versione pesantemente ritoccata mano. La vicenda non è in edita, anzi è onestamente riferita dal protagonista, ma non viene citata volentieri nella storia della fotografia, forse per l'imbarazzo che suscita dover pensare che, fin dal suo mitologico certificato di nascita, quel che una fotografia ci mostra è una manipolazione.

Michele Smargiassi, Un'autentica bugia, Contrasto, 2009

La casa si trova nel quartiere Arakawa, nel centro di Tokyo, in una zona caratterizzata dalla presenza di piccole abitazioni distribuite sul territorio in modo disordinato. Si tratta di un'area che è stata completamente distrutta durante la seconda guerra mondiale e dove, in seguito, gli edifici sono stati ricostruiti senza alcun criterio urbanistico; la casa C si contrappone a questo contesto formando una geometria chiara e riconoscibile sia nel disegno sia nella scelta dei materiali (...).

Il prospetto principale della casa, che corre parallelo ala strada pubblica, è completamente chiuso e articolato soltanto dall'aggetto di un piccolo volume bianco adibito a cella frigorifera.

Il prospetto d'ingresso verso la strada privata è invece completamente trasparente al piano terra e chiuso al primo piano, in corrispondenza della camera padronale, contenuta in un volume grigio che sembra galleggiare sopra la parete vetrata ...

Kei 'Ichi Irie, La Casa C in Case in Giappone, Electa, 2005

E' difficile per me parlare del lavoro di Nan Goldin senza prima parlare di lei; la totale mia mancanza di distacco rispetto a tutto quello che avrei da dire di lei mi ostacolerebbe. E mi sentirei pure un po' ridicolo. La conosco da talmente tanti anni e ho viaggiato con lei in ogni parte del mondo, in Europa e oltre, per ragioni di lavoro e anche solo per puro piacere. Mi ha fotografato più di quanto riesca a ricordare e la sua "famiglia", fatta dei suoi tanti amici sparpagliati ovunque nel mondo, è anche la mia.

Fortunatamente, con la fotografia di Nan, un certo tipo di attenzione critica è del tutto secondario. Nan è la sua fotografia formano un tutt'uno e coloro che dovessero guardarli, nel momento stesso in cui realmente li capissero, sarebbero irresistibilmente attratti dal loro mondo. Sono inquisitori e al tempo stesso si lasciano interrogare. Lo spettatore deve in qualche modo diventare parte attiva dell'atto di fotografare, ricostruendo ciò che è accaduto prima e le circostanze in cui la fotografia è stata fatta. In altre parole deve, per un breve istante, acconsentire a diventare parte della famiglia allargata di nan Goldin.

Guido Costa, Nan Goldin, Phaidon, 2001

Nell'arte occidentale (...) il termine 'moderno' è stato identificato con modernismo e in seguito con post-modernismo.Il modernismo voleva essere un'innovazione e una sfida all'ordine esistente e significava, soprattutto nel campo dell'architettura, il rifiuto di ogni decorazione e ornamento. Il post-modernismo a sua volta è nato come sfida al movimento precedente, in particolare al razionalismo. In anni recenti in tutto il mondo si è verificata una tendenza alla sperimentazione nell'arte dei giardini. I vecchi principi sono stati rifiutati e, in molti casi, è la natura stessa ad essere negata. Anche in Giappone stiamo sperimentando, ma a mio parere una delle differenze fondamentali rispetto all'Occidente è che noi ci ispiriamo ancora alla progettazione tradizionale dei giardini.

Shunmyo Masuno, Nuovi Giardini Giapponesi, Logos, 2006