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robertolanza blog

Philippe Halsman (Riga, 2 maggio 1906 – New York, 25 maggio 1979) è stato un fotografo statunitense.

Nato a Riga da una famiglia ebrea, suo padre Morduch (Max) Halsman, era un dentista, e sua madre Ita Grintuch, preside di liceo. Halsman studiò ingegneria elettrica a Dresda. Nel settembre 1928, Halsman partì per un tour a piedi sulle Alpi austriache con il padre, Morduch, ma il padre morì durante il viaggio per gravi ferite alla testa, in circostanze mai completamente chiarite e Halsman venne condannato a 4 anni di reclusione per parricidio. Il caso fu sfruttato dalla propaganda anti-ebraica e acquisì quindi notorietà internazionale, tanto che Albert Einstein e Thomas Mann scrissero a sostegno di Halsman. Halsman venne rilasciato nel 1931, a condizione di lasciare l'Austria[1].

Halsman si trasferì in Francia, dove cominciò a contribuire come fotografo a riviste di moda, come Vogue, guadagnandosi una reputazione per i ritratti e divenendo noto per le sue immagini nitide e scure, che evitavano il vecchio "soft focus look". Quando la Francia venne invasa dai nazisti nel maggio del 1940, Halsman fuggì a Marsiglia. Riuscì quindi a ottenere un visto per gli Stati Uniti con l'aiuto di Albert Einstein (che avrebbe poi fotografato nel 1947). Attratto dal surrealismo, nel 1941 incontrò Salvador Dalí, con cui iniziò un fruttuoso rapporto artistico durato trent'anni.

Nel 1952 ritrasse John Fitzgerald Kennedy, producendo due album fotografici: una delle fotografie apparve sulla copertina dell'edizione originale del libro di Kennedy Profiles in Courage, mentre un'altra fu utilizzata per la campagna politica al Senato.

  


Mark Cohen è un grande outsider della street photography. Durante gli anni settanta il fotografo americano ha sviluppato un’estetica unica, lontana dalla fotografia di strada proveniente dall’Europa.

Nato nel 1943 a Wilkes-Barre, in Pensilvenia, Mark studia presso il Penn State University e il Wilkes college, prima di aprire uno studio commerciale fotografico nel 1966. Selezionato da Nathan Lyons per partecipare alla mostra collettiva, “Vision and Expression”, organizzata presso l’International Museum of Photography at George Eastman House di Rochester nel 1969, il fotografo americano tiene una personale al Museum of Modern Art (MOMA) di New York, quattro anni più tardi.

La sua prima monografia, in bianco e nero, “Grim Street” realizzata per le strade di Wilkes-Barre, offre un ritratto sorprendente della città e dei suoi cittadini. Un mondo disordinato e viscerale, fatto di incontri erotici con dettagli del corpo umano.

Nel suo secondo libro, “True Color”, commissionato dalla George Eastman House, Cohen passa al colore, restando fedele al suo stile per donarci una testimonianza complessa ed ermetica del piccolo borgo minerario di Wilkes-Barre.

La maggior parte dei lavori del fotografo americano sono stati scattati all’interno del piccolo centro natale. Servendosi dell’obiettivo grandangolare e dell’uso del flash, Cohen va alla ricerca dei piccoli dettagli e dei particolari.

Attraverso un metodo, da lui stesso definito “invadente”, si impossessa della privacy delle persone, fino a “decapitarle”, riuscendo a restituire l’espressività che di solito associamo ai visi, con i particolari del corpo. Così tra gambe nude, mani protese e gente di passaggio, Mark Cohen cattura gli istanti di vita che gli passano davanti, riuscendo nel tentativo di cogliere le domande e i misteri della normalità.

 

Julian Calverley

La fotografia paesaggistica è un must per tutti gli appassionati e i professionisti. Il rischio però a volte è quello di cadere nella banalità o di realizzare una cartolina già vista e rivista.
Per realizzare delle immagini esclusive e originali fatevi consigliare da un professionista che ha saputo catturare l’oscurità e l’ermetismo di numerosi paesaggi.
Julian Calverley, un fotografo inglese di grande talento dimostra che non serve una reflex per ottenere risultati professionali ma la scelta del luogo e dell’atmosfera in un preciso istante. Non serve un perfetto cielo limpido e dei colori brillanti; Julian sceglie il fascino del vento, l’oscurità e il lato crudele della natura. Dai paesaggi marini ai boschi aridi e deserti, il fotografo riesce a dare una forte carica emotiva ad ogni suo scatto.
L’autunno e l’inverno sono i periodi dell’anno che preferisce, per la drammaticità che riesce a cogliere dal brutto tempo e la teatralità della luce.
Le sue fotografie non sono colme di elementi, sono apparentemente semplici ma straordinariamente dense di significato.
Secondo Julian – “Lo stesso paesaggio può cambiare ed essere irriconoscibile da un momento all’altro, in base alle condizioni meteo o alla potenza del mare”.
La peculiarità di questo artista è che la maggior parte dei suoi lavori sono stati realizzati senza un particolare equipaggiamento ma con una fotocamera Alpa di medio formato o con l’Iphone. Proprio la fotografia con lo smartphone lo ha reso popolare su Instagram e alla raccolta di queste immagini ha dedicato un libro dal titolo #Iphoneonly.


Paolo Pellegrin

Paolo Pellegrin (Roma, 1964) è un fotografo italiano, legato alla nota agenzia internazionale Magnum Photos dal 2001 e membro effettivo della stessa dal 2005[1].Nato a Roma nel 1964 frequenta inizialmente la facoltà di Architettura all'Università della Sapienza, ma abbandona gli studi senza conseguire la laurea durante il terzo anno di corso[2].Riconosciuto come uno dei maggiori fotoreporter di guerra collabora con testate giornalistiche quali Newsweek e New York Times magazine[3]. È stato insignito di numerosi premi, tra cui la Robert Capa Gold Medal (2006), lo Eugene Smith Grant in Humanistic Photography (2006), l'Olivier Rebbot for Best Feature Photography (2004), la Leica Medal of Excellence (2001), dieci World Press Photo tra il 1995 e il 2013


Gary Stochl

Le foto di Stochl rappresentano 40 anni di vita della gente di Chicago, gente ordinaria nessuno stereotipo. Gente,
semplicemente gente per strada. Appare naturale il collegamento con Robert Frank, unico suo riferimento peraltro
insieme ad HCB (per il resto fu un assoluto autodidatta). Anche lui ha fotografato gente nella loro solitudine, nelle loro
difficoltà, nella loro ordinaria routine cittadina. Una sperimentazione visiva, con un certo pessimismo di fondo, che
sprigiona grandi capacità percettive, intelligenza, eleganza e pazienza. Spesso due o tre fotografie all’interno dello stesso
fotogramma, ognuna con caratteristiche (anche cromatiche) proprie, ma strettamente connesse tra loro.  
Riflessi, squarci, aperture su muri e barriere, elementi non solo separatori, ma anche di unione certamente e sempre
relazioni con l’ambiente urbano. L’uso delle luce e dell’ombra è pregevolissimo, di altissimo livello, ed insieme alla sua
attenzione per i riflessi (proprio in virtù della ricerca della foto nella foto, della storia nella storia) e del suo bianco nero
molto contrastato, oggi Gary Stochl è un fotografo consacrato, apprezzato e studiato nelle università americane.
Il libro citato in apertura fu pubblicato nel 2005, le fotografie di Gary sono esposte in mostra permanente al Art Institute of
Chicago, ed al LaSalle Bank Photography Collection, oltre che in numerose collezioni private. La sua prima mostra
ufficiale è dell’Autunno del 2003 alla Gallery Chicago, all’età di 57 anni.  
Sembra una leggenda metropolitana, ed invece Gary oggi vive a Stickney nell’Illinois, appena fuori Chicago.



Berenice Abbott nacque a Springfield, nell'Ohio dove crebbe con la madre divorziata. Iniziò gli studi alla Ohio State University, che però abbandonò agli inizi del 1918.

Nello stesso anno si trasferì con i suoi amici dell'università al Greenwich Village di New York, dove venne ospitata dall'anarchico Hippolyte Havel. La Abbott condivise una grande casa nella Greenwich Avenue insieme ad altre persone, tra le quali la scrittrice Djuna Barnes, il filosofo Kenneth Burke, ed il critico letterario Malcolm Cowley. Mentre studiava scultura conobbe Man Ray e Sadakichi Hartmann.

L'interesse della Abbott nella fotografia nacque nel 1923, quando Man Ray, che era alla ricerca di qualcuno che non sapesse assolutamente niente di fotografia e facesse quindi solo quello che gli veniva detto, la assunse come assistente alla camera oscura nel suo studio di Montparnasse. In seguito la Abbott scrisse: "Mi avvicinai alla fotografia come un'anatra si avvicina all'acqua. Non ho mai voluto fare niente altro." Ray fu impressionato dai suoi lavori e le permise di usare il suo studio.

Berenice Abbott si concentrò sulle persone del mondo artistico e letterario: francesi (Jean Cocteau), espatriati (James Joyce), e persone di passaggio in città. Secondo Sylvia Beach, "Essere "fotografati" da Man Ray o Berenice Abbott significava che eri qualcuno". I lavori della Abbott vennero messi in mostra a Parigi assieme a quelli di Man Ray, Kertész e altri, nel "Salon de l'Escalier" — o più formalmente il "Premier Salon Indépendant de la Photographie", sulla scalinata del Théâtre des Champs-Élysées. La sua ritrattistica era insolita nelle mostre dei fotografi modernisti che si svolsero nel 1928–9 a Bruxelles e in Germania.

Nel 1925 venne introdotta da Man Ray alla fotografia di Eugène Atget. Divenne così una grande ammiratrice delle opere di Atget, più di quanto lo fossero Ray e la sua cerchia, e nel 1927 riuscì a convincerlo a posare per un ritratto. Atget morì poco tempo dopo.

Berenice Abbott iniziò a documentare New York nel 1929.

Nel 1935 la Abbott si trasferì in un loft al Greenwich Village, con la critica d'arte Elizabeth McCausland, con la quale visse fino alla morte di questa nel 1965. Le due collaborarono a un lavoro sostenuto dal Federal Art Project e pubblicato nel 1939 in forma di libro col titolo di Changing New York. Usando una macchina fotografica a grande formato, la Abbott fotografò New York City con la stessa attenzione ai dettagli e la diligenza che aveva appreso dalla carriera di Eugène Atget. La sua opera ha fornito una cronaca storica di molti edifici e isolati oggi demoliti di Manhattan.

La Abbott fece parte del movimento della straight photography, che sottolineava l'importanza di avere fotografie non manipolate né per quanto riguarda il soggetto, né per quanto riguarda il processo di sviluppo. Era inoltre contro i pittorialisti come Alfred Stieglitz, che avevano guadagnato molta popolarità durante un notevole periodo della sua carriera, e che quindi lasciarono il suo lavoro senza supporto da parte di questa particolare scuola di fotografi.

Nel corso di tutta la sua carriera, la fotografia della Abbott consistette molto nel mettere in mostra l'aumento dello sviluppo nella tecnologia e nella società. Le sue opere documentano e lodano il panorama di New York. Tutto ciò fu guidato dalla sua convinzione che un'invenzione moderna come la macchina fotografica meritasse di documentare il XX secolo.


Luca Campigotto

Luca Campigotto (Venezia, 23 febbraio 1962) è un fotografo italiano.

Si è laureato a Venezia in storia moderna con una tesi sull'epoca delle grandi scoperte geografiche. Dall'inizio degli anni novanta ha legato la propria ricerca al tema del viaggio, realizzando progetti a colori e in bianconero sulle città di notte e i paesaggi selvaggi. I suoi lavori principali sono dedicati a Venezia, Il Cairo, i paesaggi di montagna della Grande Guerra, New York e Chicago. Come ha scritto W. Guadagnini: «[...] le sue fotografie slittano ben presto in un'altra dimensione, che è quella dell'immaginario. Un immaginario che davanti allo spettacolo naturale cerca non un Altro da sé, né la conferma delle proprie certezze, ma i modi per rendere visibile la dismisura dell'emozione».



Bill Cunningham
In bici, vestito sempre con la giacca blu, i pantaloni chiari e le scarpe con la suola di gomma.  

Era il maestro dello street style. Cunningham fece per mezzo secolo nelle strade di New York esattamente quello che faceva alle sfilate, o alle feste del falò delle vanità di Manhattan: fotografare la società, attraverso i vestiti. Non solo quella dei ricchi: la vita di tutti. Per Cunningham, bostoniano trapiantato a New York dopo un’infelicissima esperienza a Harvard la prima carriera fu sì nella moda, ma come cappellaio per signore dell’Upper East Side. Capì all’alba degli anni 60 che presto nessuna avrebbe più portato cappelli e che con la fotografia avrebbe potuto raccontare una storia più bella: il mondo come passerella. Solo i bambini, quando giocano, hanno sulle labbra lo stesso sorriso che aveva Cunningham al lavoro: facendo gimkane in bici tra i camion di Midtown seguiva la preda, vestito sempre in giacca blu da netturbino di Parigi, pantaloni khaki, scarpe nere con la suola di gomma. Fece vita monacale dormendo per sessant’anni su una specie di barella in uno sgabuzzino che ospitava l’archivio dei suoi negativi, con il bagno sul corridoio. Rifiutò per decenni l’assunzione al New York Times, del quale era collaboratore fisso, avere un padrone gli faceva orrore: si rassegnò a cedere alle avances del giornale nel 1994, quando non riuscì a schivare l’ennesimo furgone e finì all’ospedale senza assicurazione. Gli ultimi anni furono quelli dei premi come il titolo di Chevalier dans l’ordre des Arts et des Lettres, ritirato a Parigi. Gli dedicarono un bel documentario e lui non andò in sala, la sera della prima, perché doveva fotografare gli invitati sul tappeto rosso. E poi la mostra al Metropolitan alla quale rispose «no grazie» e le campagne ricchissime che avrebbe potuto scattare per gli stilisti che non prese mai in considerazione, «i soldi sono facili ma la libertà non ha prezzo». Venne considerato il padre nobile dei fotografi di street style che affollano Internet ma lui scattò fino a qualche anno fa solo su pellicola



Joan Colom


Nato a Barcellona nel 1921, Joan Colom studia ragioneria e inizia a lavorare come contabile per un’impresa tessile.
Comincia ad interessarsi alla fotografia come autodidatta, entrando poi a far parte nel 1957
della Agrupación Fotográfica de Cataluña e, successivamente, fondando il gruppo artistico El Mussol.

Per molti anni della sua vita, armato di una Laica M2, ha esplorato nei momenti liberi dal lavoro di contabile,
il quartiere popolare di Barcellona noto come Barrio Chino.
Affascinato e incuriosito dall’umanità dei personaggi che intravedeva
in quei vicoli – prostitute, delinquenti, ubriaconi e giovani in cerca di avventure erotiche –
per anni ha immortalato e reso celebri nei suoi scatti volti, gesti,
momenti e luoghi che manifestano la naturale teatralità di quella varia umanità.

Nascondendo nel cappotto la sua Laica, Colom è riuscito a documentare la Barcellona dei sobborghi.
 Ha reso memorabili fugaci squarci di vita quotidiana, fotografati con estremo realismo, passione,
sempre in modo ironico e disincantato. Sono scatti clandestini,
 ma che riescono a rintracciare la bellezza nascosta dagli anni della dominazione franchista.

Donne in attesa di clienti, vestiti che ne risaltano le curve, tacchi alti,
uomini intontiti dal passaggio di una ragazza avvenente, giovani in cerca di una preda da derubare,
questi i soggetti delle foto di Colom.

Le sue foto rappresentano così, non solo meravigliose opere artistiche,
ma importanti documenti storici e sociologici. Foto che riescono a catturare gli sguardi,
i gesti, le smorfie, tutti i generi di persone e il loro interagire.
Colom ha ricercato per le sue immagini la realtà viva, emotiva e concreta,
per catturare la vita nei suoi momenti e farla vivere eternamente attraverso la sua fotografia.

  


Lee Friedlander

Lee Friedlander (Aberdeen, 14 luglio 1934) è un fotografo statunitense, conosciuto per le sue immagini asimmetriche in bianco e nero aventi come soggetto i paesaggi sociali urbani degli Stati Uniti .

Negli anni '60 Friedlander emerse, contemporaneamente a Garry Winogrand e Diane Arbus, come parte della generazione dei “fotografi di strada” (Street photographers), utilizzando uno “snapshot aesthetic” per catturare dei soggetti contemporanei urbani con un “realismo assoluto”.

Per rispettare la tradizione dei suoi predecessori Robert Frank e Walker Evans, Friedlander intraprese numerosi viaggi attraverso tutti gli Stati Uniti, e le persone ed i luoghi che visitava durante quei viaggi diventarono il suo materiale come fonti primarie.

Nel 1963, Friedlander espone al Museo Internazionale di Fotografia presso la George Eastman House nella sua prima mostra solista.

Nel 1967 John Szarkowski, studioso e curatore al Museo di arte moderna di New york, incluse Friedlander nella rivoluzionaria esibizione “New Documents”. Quell’esibizione riconobbe un nuovo stile di fotografia documentaria che celebrò il punto di vista del fotografo. 30 delle fotografie di Friedlander, molte delle quali avevano come soggetto luoghi urbani, vennero esibite insieme a quelle di Winogrand ed Arbus. L’esibizione diede una svolta rilevante alle carriere di tutti e tre i fotografi.

Alcune delle fotografie più famose di Friedlander appaiono nel numero di settembre del 1985 sulla rivista Playboy: si tratta di immagini di nudo in bianco e nero di Madonna, all'epoca studentessa e pagata 25$ per il servizio fotografico. Una delle immagini fu battuta a 37.500 $ in un'asta di Christie's Art House.

Friedlander era particolarmente conosciuto per le sue fotografie in bianco e nero (scattate principalmente con una Leica 35-mm), che generalmente ritraevano soggetti estremamente banali come: cartelli stradali, vetrine, alberi e così via.
Sin dall’inizio della sua carriera Friedlander ha utilizzato diverse tecniche per complicare e distorcere la visione dell’immagine ritratta; la maggior parte di queste tecniche comprendeva utilizzare le immagini riflesse di diversi oggetti quotidiani, come vetrine di negozi, porte e lastre di vetro, e specchi di varie dimensioni. Nel 1990 Friedlander cambiò la sua Leica con una Hasselblad Superwide, la quale gli permise di scattare immagini molto nitide e dettagliate. La lente grandangolo era più appropriata per il suo stile “iniziale”, permettendogli di scattare foto dei paesaggi americani cogliendo l’intera scena, come quelle presenti nel “The Desert Seen” (1996).


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