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emanisca blog

Provo a lanciare l'ennesima discussione sui commenti, in particolare su quelli critici e costruttivi, da tempo ormai non così frequenti come vorremmo.

Comincio col condividere alcune riflessioni preliminari, per poi avanzare una proposta - il "Manifesto", nel prossimo post sul blog - su cui mi piacerebbe riuscire a intrattenere la comunità di Maxartis, e ovviamente lo Staff.

È una proposta che credo potrebbe costituire una base di partenza, per l'auspicato rilancio dello spirito del confronto, che sia il più possibile allargato;  una proposta che, se apprezzata, dovremmo però provare a costruire insieme.

 


Divagazione leggera sui commenti

 (e sui riscontri ai commenti)



Premessa


 

Un commento che esprime un apprezzamento positivo di sicuro gratifica, quasi sempre fa bene all'umore di chi lo riceve (e anche di chi lo esprime), ma raramente offre spunti di crescita.

Per contro, non è per niente facile esprimere una critica che metta in evidenza un difetto, e attribuisca un giudizio negativo all'oggetto considerato: le diverse sensibilità di coloro che quella critica la ricevono, possono dare origine a diverse reazioni, talvolta tese e stizzite.

In linea teorica, tuttavia, quando lo scambio avviene attraverso la forma scritta, la possibilità di premeditare la parola può meglio consentire un certo controllo. Ma occorre fissare alcune semplici regole, il cui reciproco rispetto può contribuire ad agevolare il confronto.



Le casistiche sommarie e ipotetiche del confronto


Con un processo di semplificazione estrema, potremmo catalogare i momenti di un confronto in quattro  ipotetiche tipologie, capaci di svilupparsi autonomamente o di intrecciarsi l’un l’altra, con pesi e sfumature diversi, a seconda dei casi.


Immaginiamo, per esempio, che io debba esprimere un giudizio non benevolo sulla maglia viola che indossi.


Posso dirti:


a) Secondo me quel colore non ti dona. La critica è in tema, perché specifica sull'oggetto. Non è molto circostanziata nelle motivazioni, ma resta ben delimitata entro i confini dell'argomento.


b) Francamente le maglie che hai non ti stanno per niente bene. È un'estensione: la critica si allarga a una pluralità di oggetti simili.


c) Non so dove diavolo le compri, le tue maglie! È uno sconfinamento generico: si esce dal tema, ci si allontana dalla specificità dell'oggetto, con cui tuttavia resta un legame indiretto.


d) Non ti ci vedo proprio a indossare delle maglie!  È uno sconfinamento verso la persona. Ci si allontana dall'oggetto e dai suoi richiami indiretti, per dirigersi verso la persona e le sue peculiarità.

 


Per un caso fotografico, posso per esempio immaginare di commentare un tuo paesaggio:


a) Questo paesaggio non mi dice granché. Critica in tema.


b) I tuoi paesaggi mi sembrano un po' mosci. Critica estesa.


c) Ma dove li vai mai a cercare, questi paesaggi? Sconfinamento generico.


d) Il paesaggio non è il genere che ti si addice. Sconfinamento verso la persona.

 


Gli ipotetici momenti del confronto possono ovviamente riguardare anche colui che da riscontro al commento.


La risposta al caso a) della maglia (Secondo me quel colore non ti dona) potrebbe quindi essere:


a) Dici? Secondo me invece si abbina bene ai miei pantaloni. In tema.


b) Ma se ne ho altre che ti sono piaciute! Estensione.


c) Credo che tu ce l'abbia col colore viola. Sconfinamento con legame indiretto.


d) Per favore lascia perdere. Che vuoi saperne, tu, di maglie? Sconfinamento verso la persona.


 

Mentre la risposta al caso a) del paesaggio (Questo paesaggio non mi dice granché) potrebbe essere:


a) Io invece lo trovo affascinante! In tema.


b) È un paesaggio come quelli che già  ti sono piaciuti! Estensione.


c) Non è che per caso i paesaggi non ti attirano? Sconfinamento con legame indiretto.


d) Tengo a mente, vista la galleria che ti ritrovi! Sconfinamento verso la persona.


 


La regola o accorgimento per evitare il conflitto


Il potenziale grado di conflittualità nel confronto (commento e riscontro) aumenta proporzionalmente quando ci si scosta dal caso a) al caso d). Pertanto, per provare a regolamentare lo scambio, allo scopo di evitarne l'insuccesso, si può così ragionevolmente suggerire di restare fortemente ancorati al caso a), evitando di scendere al b) e al c), se non con molta circospezione, e restando ben alla larga dal d).


Il caso a), in linea teorica, potrebbe anche reggere di fronte a batti e ribatti con toni accesi ed espressioni dure, purché venga rigorosamente rispettato il confine del tema.


Il caso d) potrebbe invece decretare la sepoltura del confronto anche con un solo monosillabo.

Il Manifesto



Per agevolare la partecipazione al commento, e in generale la condivisione di valori e finalità, può essere utile la redazione di una sorta di manifesto, che ne indichi i principi  e le regole.

Il Manifesto introduce così all'attività, al momento del confronto, e ne costituisce le linee guida, dinamiche e aggiornabili.

E’ uno strumento che traccia un indirizzo, che intende suggerire un approccio al metodo per far bene (ma non il rimbrotto a chi dovesse fare meno bene), e vuole quindi costituire un codice di base per favorire il dialogo e la relazione, stimolare la partecipazione, consentire di vincere un'eventuale timidezza se non una generica ritrosia; in estrema sintesi: uno strumento di indirizzo “positivo”, atto a favorire la condivisione, e con quella la crescita e lo sviluppo.


Il Manifesto deve essere ben visibile in testa, nella home page del sito.


Provo a lanciare un inizio di prima bozza, qui di sotto, da integrare e modificare attraverso un lavoro di gruppo, che spero possa essere il più possibile allargato. 

Col contributo di tutti potremo così giungere a una prima versione definitiva (ovviamente se si è d'accordo).



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Maxartis (il Manifesto)



La comunità cresce e si sviluppa nel confronto.

Non c'è confronto senza riscontro attivo, che si arricchisce nella pratica del commento costruttivo.

Attraverso il commento la crescita è reciproca.


Principiante non è colui che fotografa da un anno, ma accetta il confronto con gli altri.

Principiante è colui che fotografa da trent'anni, ma non ne ha mai accettato uno.



I valori del confronto:


- Altruismo

- Umiltà

- Sincerità

- Leggerezza


                                                                          aggiunte dal lavoro di gruppo:


- Consapevolezza

- Positività

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Le regole:


- Si posta una foto per condividerla, e nel contempo guadagnarne una valutazione. Pertanto, dopo aver postato a quel fine, l'autore accoglierà le considerazioni ricevute, anche se di parere diverso dal suo.


- Il confronto deve sempre riferirsi allo specifico tema (di norma la singola foto), e a quel tema preferibilmente limitarsi.

- E’ opportuno concedere sempre un riscontro, e che sia pertinente, senza mai interrompere un confronto non ancora concluso.


aggiunte dal lavoro di gruppo:


- Nel formulare un commento, tenere presente che si sta esprimendo una personale opinione, e non un giudizio o una condanna.

- Prima di replicare alle osservazioni ricevute, accertarsi di aver ben compreso le motivazioni dell'osservazione, considerando che queste sono state formulate con spirito costruttivo: la critica è sulla foto, e non sull'autore.

- In una critica costruttiva vanno evidenziati i difetti e anche i pregi. Una foto non è quasi  mai del tutto ben fatta o mal fatta.

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Difficile resistere: basta un fumante e succulento piatto di ravioli al ragù, che per la gola è subito festa.Un successo indiscusso e intramontabile, il suo. Perché sebbene qualche piccola variazione sul tema tu te la possa pure concedere - negli ingredienti o nelle quantità - la ricetta è e resta quella lì, fiera regina della casa, sempre pronta ad accogliere il commensale di turno, a sua volta sempre pronto a ripresentarsi all'appuntamento.

Lui, il ristoratore, lo conosce bene, il commensale. Perché grazie al suo piatto di ravioli al ragù riesce a catturarlo e a riempire il locale, ogni domenica; e pure nei giorni feriali se la cava discretamente.

Nel tempo si è specializzato. Ha migliorato la qualità della materia prima. Ha modulato le dosi per un migliore equilibrio dei sapori. La trattoria ha via via consolidato fama e presenze. E lui, il ristoratore, è facile che sorrida, perché la strada è ormai tracciata e ben definita. Sa che potrà cavalcare la tradizione, senza la necessità di rischiare azzardi. E quando magari gli capita di sentire di quelle nuove cose che suonano pure un po' stravagante, borbotta tra sé e sé, e tira dritto.


Anche il fotografo, come quel ristoratore, porta in dote nel bagaglio menu il suo gustoso piatto di ravioli al ragù.Lo porta in dote quando l'immagine che propone al tavolo vuole il successo nell'immediato impatto visivo; quando in quell'immagine pare adagiarsi sulla soffice comodità della tradizione, e infine legge e rappresenta uno spezzone di realtà, senza discostarsi da una statica materialità oggettiva.



Molte delle foto che scattiamo fanno fatica a discostarsi da quella statica materialità. Molte non si discostano per niente. Con l'avvento degli smartphone, poi, ne è pieno l'universo di immagini che non si discostano, o addirittura si allineano, si assuefanno allo standard, al cliché canonico. Consapevolmente, o inconsciamente. 

Talvolta raggiungiamo pure un alto grado di perizia, di competenza tecnica, e produciamo immagini anche di notevole effetto, fin da subito gradevoli e apprezzate, ma che dopo una prima consumazione sembrano arrestarsi, non ci conducono oltre, ci fanno scivolare sulla futilità della loro superficie patinata.

Produciamo quelle immagini, e ricevendone l'apprezzamento decidiamo fiduciosi di procedere in quella direzione, replicando il nostro schema abitudinario e consolidato. Come il nostro ristoratore adagiato sul comfort consolidato e immutabile dei ravioli al ragù, evitiamo di addentrarci nel terreno insidioso della ricerca, della nouvelle cousine.


Eccoci quindi a ragionare della sindrome dei ravioli al ragù che colpisce il fotografo. E lo colpisce ovunque, in ogni campo, in ogni genere.

Due su tutti, però, meglio di altri si prestano a quei sintomi: il ritratto e il paesaggio.


Partiamo dunque dal ritratto, con alcuni esempi.



Inquadratura frontale, sorriso, luminosità, bokeh.

Un classicissimo: qui la ricetta gastronomica viene seguita in maniera perfino scolastica.

Sullo sfondo del piatto, il trito fine del ragù vive da protagonista il suo ruolo altrimenti da comprimario, finendo per esaltare ulteriormente le aspettative del palato.



Nuovamente inquadratura frontale e luminosità, arricchite però da un leggero azzardo dinamico, come un lieve movimento ondulato, più accidentato, nel bordo del raviolo. Sopra un letto di salsa apparentemente più fluido.



Inquadratura frontale. Sorriso contagioso. Sguardo vivo.Qui il piatto si fa più ricco e vezzoso, come se il profumo del ragù catturasse i sensi ancora prima dell'assaggio: il gusto si accompagna così a un'atmosfera frizzante, inebriante.



Inquadratura frontale. L'aristocrazia del bianco e nero. Lo sguardo intenso, quasi sensuale.

L'ultima trattoria si propone con un piatto più elegante e sofisticato. Il taglio del raviolo è pulito, ordinato, solenne. Hai subito la sensazione di un impatto sobrio, al gusto, con l'aggiunta, poi, di quel pizzico di cacio sapientemente adagiato su un lato, e che pare tracciare alcune cifre romane.



I quattro ristoranti autori dei quattro piatti hanno tutti un punteggio molto elevato, su Tripadvisor. I commenti sono numerosi e puntano quasi sempre all'eccellente.



Restiamo al ritratto, ma proponendo ora alcuni esempi che tracciano un'altra via, e si discostano dallo stato di comfort.



Comincio da qui, da questo fulgido esempio di alta cucina: il famosissimo ritratto di Igor' Fëdorovič Stravinskij, eseguito da Arnold Newman.

In questa rappresentazione, un singolo ingrediente del piatto diviene pieno protagonista (il pianoforte, la musica), e illumina con la sua forza prepotente l'attore e soggetto principale, il musicista, relegato sì in un angolo, ma come fosse al centro.

Pesi e amalgama sono straordinari. Tre stelle Michelin, nessuna menzione su Tripadvisor.



Qui lo scultore Auguste Rodin, ritratto da Gertrude Kasebier.

Se ne vede solo il profilo, importante, su una stazza che si intuisce imponente.

La ripresa è addirittura di schiena (una ricerca gastronomica sopraffina e del tutto fuori dagli schemi, un po' come se i ravioli al ragù rinunciassero al ragù), ma la potenza visiva e compositiva ci conducono comunque a intuire la forza carismatica e austera del personaggio.



Qui invece un ritratto di Alfred Hitchcock, eseguito da Richard Avedon.

Uno sguardo che non è uno sguardo, ma che suggerisce una proiezione verso l'oltre, stimola il lato misterioso della fantasia. Un ingrediente assente - l'iride, come fosse il nostro ripieno dei ravioli - la cui assenza viene oltremodo esaltata, fino a diventare fortemente presenza.



Concludo la parentesi sul ritratto fuori dagli schemi, con questa foto di Massimo Cavalletti ricavata dagli archivi di Maxartis, che coniuga la potenza narrativa alla semplicità espressiva. I ravioli al ragù sono finiti. 
Riporto le note con le quali a suo tempo l'avevo commentata.


Leggerezza, innocenza, spensieratezza. Un'immagine dolce e delicata che di colpo annienta ogni attrito, e ti riappacifica col mondo. Quanta serenità e speranza in quel sorriso... Il gioco, poi, non fa solo da sfondo, ma pure da accompagnamento "musicale", come l'orchestra oppure il coro alle spalle del solista. Una bellissima, struggente, emozione "bambina".  



Passiamo ora ai ravioli al ragù nel "paesaggio".



Una bella palla rosso fuoco poco sopra l'orizzonte. Il mare. Il volo leggero di un pugno di uccelli. Un'immagine che potremmo anche appendere in salotto, per l'indubbia atmosfera.Quanta pace e bellezza. Un successo sicuro. Come quando il ripieno del raviolo, così come un tramonto, non mostra margini di incertezza, e conquista la gola senza esitazioni.



L'impagabile fascino esotico di un'isola immersa in un mare verde smeraldo.Aria di vacanza, respiro, evasione. La bellezza della natura che cattura l'istinto di fuga.Qui il matrimonio tra la leggerezza della pasta del raviolo e la ricchezza del ripieno si fa più vivo, corroborato dall'enfasi di un ragù particolarmente voluttuoso.



In questo caso poche pretese. Una classica panchina in primo piano. Rami di un albero a fare da cornice. Scenario di montagna, neve, vacanzieri. Aria fresca.Un piatto di ravioli standard, ma sicuro di sé. Ben presentato, e senza troppo cacio. Sai di poterlo gustare con la dovuta lentezza, e intatto piacere.



Il magnetismo un po' ruffiano del riflesso. Una gradevolezza già scontata di suo, per le sue simmetrie, il suo ordine matematico che alimenta il rigore della mente ma anche il gusto romantico dell'estetica.Un piatto di ravioli dalla presentazione elegante, raffinata. Quasi pensi che siano di produzione industriale, tanto son perfetti. Ma il gusto è gradevole, seppure casalingo.



Ora proviamo di nuovo ad allontanarci dallo stato di comfort.



Questa è "Moonrise", l'immagine forse più famosa del grande Ansel Adams.Luci e atmosfera, incorniciate in quell'imperioso e seducente bianco e nero, nemmeno consentono di inquadrarlo nella nostra metafora gastronomica.



Questa è invece una proposta di Franco Fontana, con il suo inconfondibile stile.I ravioli al ragù sono uno sbiadito ricordo, e lasciano il terreno a una sofisticata ricerca di nuova sintesi di ingredienti.



Vista di Chicago, autore Trey Ratcliff.Per certi versi un eccellente piatto di ravioli al ragù, ma così ben strutturato e originale (nelle linee compositive e nel colore), da discostarsi in modo significativo dalle tradizionali proposte di trattoria casalinga.



E anche qui chiudo con un'immagine ricavata dagli archivi di Maxartis: "Bled" di Primiano D'Apote.

Il particolare contrasto di luci conferisce alla scena un'atmosfera carica di suggestione e mistero, enfatizzata dal ricorso all'ampia gamma tonale di un deciso bianco e nero.


Qui sotto la stessa località, servita nel suo tranquillo letto di ragù.





Le foto che ci hanno preceduto, qui mostrate a rappresentare la metafora del piatto di ravioli al ragù, sono foto che ho scattato io (tutte tranne l'ultima di Bled), e giacciono comode nelle cartelle del mio hard disk. Sempre pronte per i nuovi invitati a pranzo.


Una corrente di pensiero, oggi molto in voga anche nella nostra comunità, etichetta la ricetta dei ravioli al ragù con appellativi sdegnosetti e riduttivi, come a significare ciò che è scontato, ripetitivo, la replica perenne di una noiosa rappresentazione del prevedibile.

Credo che invece si possa, in fondo, esprimere un'opinione differente, che per quanto sembri andare d'accordo con quel concetto di rappresentazione del prevedibile, provi comunque a regalare una sfumatura più generosa, e meno elitaria.

Perché se il gusto personale per quel piatto è sempre vivo e imperituro; se migliaia e migliaia di tavole imbandite, grazie a quel piatto continuano imperterrite ad accogliere astanti; non vi è ragione per disincentivarne il successo; non vi è ragione per screditarne la fama. E infine, dunque, viva i ravioli al ragù!


Ma proprio in questo, proprio in questa benevola e accondiscendente accettazione del facile e reiterato successo, sta pure la ragione in più per celebrare lo spirito di colui che vorrà invece proporsi nel nuovo cimento: la ricerca di un rinnovato e originale connubio tra dosi e ingredienti; all'orizzonte il miraggio di una quarta forchetta.



In ambito fotografico, l'architettura entra in scena anche in altre vesti, che non siano quelle tipiche di un'immagine architettonica in senso stretto (come quelle di cui abbiamo ragionato nella prima parte).



Architettura sullo sfondo: carattere e composizione


Una situazione frequente è quella in cui l'architettura accompagna la scena, contribuendo ad arricchirla. 

Non ne diviene l'interprete principale, ma assume il ruolo di comprimario discreto, capace di esaltare il vero soggetto principale.

In questi esempi che seguono, l'architettura di fatto sta intorno, e sullo sfondo. 

Si tratta di una situazione ovvia, dopo tutto. Una situazione che capita anche in altri diversi contesti (pure un paesaggio può stare intorno e sullo sfondo, per esempio).

Ma in questo caso, nel caso cioè dell'architettura più che in altri, lo sfondo può riuscire ad assumere rilievo  sia nel contenuto - ovvero nella narrazione del luogo, e quindi della storia generale dell'immagine e dei suoi personaggi che la vivono -  sia nella forma, in quanto linea guida per l'equilibrio complessivo della composizione.




Cesare Salvadeo



Qui risalta la forza altera e squadrata di questo scorcio urbano, che con le sue colonne delimita e orienta la costruzione del quadro, accompagnando la lettura fino al "piccolo" protagonista - che nella sostanza piccolo non è - seduto in basso a destra, il cui rapporto intimo con quel mondo è poi lasciato alla nostra immaginazione.

L'architettura diviene forma e contenuto, pur senza essere primo protagonista.




Tiziano Banci



In questa foto valgono le stesse considerazioni di quella precedente - sebbene con più soggetti - tuttavia col ricorso alla ricchezza estetica di un classico porticato, e del suo filare di archi, che da sempre è stimolo di suggestioni romantiche.



Altra questione, invece, per la foto che segue, che prendo a spunto solo per confronto, e per una migliore definizione del concetto espresso in questa sede: qui la figura umana non racconta una sua storia prevalente (come nelle due immagini precedenti), ma aiuta, invece, a dare proporzione e dinamismo. 

È quindi nuovamente una foto di architettura, che in base a quanto detto nella prima parte, catalogherei nella sezione "ritaglio".




Roberto Lanza




Architettura che "recita"


Altro caso, e altro genere di foto - seppure meno diffuso - è quello che prende spunto da elementi architettonici, per dar vita a un'immagine dal significato irreale, ricostruito con ironica fantasia, capace di destare ilarità. Una sorta di architettura giocosa, finalizzata a immagini interpretate, un po' come se in qualche modo l'architettura fosse chiamata a recitare una parte.


Alcuni esempi:




Fiamma Magnacca




Adolfo Fabbri




Fiamma Magnacca




Enrico Maniscalco (Goldrake - Ufo Robot)




Geometrie e astratti


La terza e ultima tipologia che passo in rassegna, è quella che rappresenta, con buona probabilità, il genere "alternativo" più frequentemente praticato: quel genere che trasforma l'elemento architettonico in una pura ricerca di tratti ed equilibri geometrici, talvolta sconfinanti anche nell'astrattismo. 

Si tratta di un genere che definirei di "estetica matematica", in cui non solo è fondamentale e imprescindibile l'intuizione per la parte, per il dettaglio (sempre frutto, comunque, di un'attenta ricerca), ma è altrettanto imperativo un rigorosissimo ordine nella composizione.

In questo genere l'elemento architettonico finisce quindi col dare forma e sostegno a un'immagine che riesce a vivere di una semantica propria, lontana dalla tipicità ortodossa della foto di architettura; architettura da un cui elemento, tuttavia, trae origine.


Gli esempi sono numerosi:


Claudio Mantova



Enrico Maniscalco



Mario Vani



Enrico Maniscalco



Daniele Consonni



Ninni Prestianni



Mario Vani



Enrico Maniscalco



Alessandro Cucchiero



Adolfo Fabbri



Guido Pucciarelli



Maurizio Berni



Enrico Maniscalco




Enrico Maniscalco



Alessandro Cucchiero



Enrico Maniscalco




Enrico Maniscalco




Enrico Maniscalco




Guido Pucciarelli




Fabio Genovieri



Maurizio Berni




Enrico Maniscalco



Alessandro Cucchiero




Alcuni elementi tecnici: ripresa e post-produzione


Giunti così al termine di questo percorso illustrativo, vale la pena soffermarsi - a questo punto - su alcuni aspetti di tipo meramente tecnico, inerenti la ripresa, e a seguire la postproduzione.


La ripesa: prospettiva e focale


In questo genere fotografico - più che in altri - un fattore fondamentale da valutare, e di cui non abbiamo fin qui argomentato, è senza dubbio la prospettiva: ciò che in sintesi possiamo definire come l'elaborazione e la trasposizione geometrica di volumetrie tridimensionali, su un piano a due dimensioni.

La prospettiva varia a seconda del punto di ripresa, e della distanza dal soggetto. E se già si può dire per ogni genere di foto, a maggior ragione in questo contesto vale la necessità di ricercare il  miglior punto di ripresa, al fine di ottenere la prospettiva più idonea a esaltare le caratteristiche del soggetto inquadrato.


Le ottiche utilizzate, nella norma, sono ovviamente quelle con maggior angolo di campo, dal 50mm standard,  fino a scendere ai grandangolari.

Verranno invece utilizzate le ottiche medio tele, o tele, quando si vorranno isolare porzioni limitate, oppure quando il soggetto ripreso è lontano.


Di primo acchito, si potrebbe essere portati a ritenere che ottiche di diversa lunghezza focale originino pure una diversa prospettiva, in fase di ripresa, con una esaltazione anche esagerata per i grandangoli, e una forte compressione, invece, per i tele.

In realtà non è così: la prospettiva, infatti, non dipende dalla focale, ma soltanto dalla distanza dal soggetto.

A parità di distanza, l'uso di ottiche diverse influisce solo sull'angolo di campo (ma non sulla prospettiva), e quindi sulla complessiva porzione di soggetto inquadrata.


Tuttavia, la nostra diversa percezione del comportamento dell'ottica riviene proprio dalle modalità usuali del suo utilizzo: con il grandangolo, infatti, siamo soliti avvicinarci al soggetto, mentre con il medio tele ci allontaniamo. Le immagini che di conseguenza siamo spesso abituati a osservare, sono immagini in cui le linee prospettiche risaltano con forte enfasi (grandangoli, fino al fish eye) oppure in cui i diversi piani sono sovrapposti e compressi, con scarsa profondità (medio tele e tele).



Mario Vani  (forte impatto suggestivo grazie all'uso di un fish-eye, il grandangolare estremo)



Enrico Maniscalco (lunghezza focale 150mm, in questo caso equivalente a 225mm, dato il fattore di crop del sensore: tra il palazzo rosso in primo piano e quello blu sollo sfondo ci sono oltre 100 metri).




La post-produzione: le linee cadenti


Una criticità importante e ricorrente, nella ripresa di foto di architettura, è legata alle cosiddette "linee cadenti".

Si tratta di un fenomeno di distorsione prospettica, che si origina quando, al momento dello scatto, il piano del sensore, o della pellicola, non è parallelo al piano del soggetto ripreso (generalmente un edificio).


Per evitare il fenomeno già in fase di ripresa, occorrerebbe utilizzare delle ottiche cosiddette "decentrabili": si tratta di obiettivi che permettono di effettuare correzioni prospettiche, spostando l'asse ottico rispetto al supporto di memorizzazione (pellicola o sensore digitale), per assicurarne il parallelismo al soggetto ripreso.

Un particolare tipo di ottiche decentrabili sono, per esempio, gli obiettivi Tilt Shift (trascurando il ben più costoso, professionale, e impegnativo banco ottico).


Non sempre, però, le linee cadenti sono inopportune.

Talvolta la loro presenza enfatizza la prospettiva e conferisce un particolare dinamismo all'immagine, utile al suo significato, come nell'esempio che segue:



Paolo De Maio




Quando tuttavia le linee cadenti vanno inevitabilmente corrette ed eliminate - dopo che in sede di ripresa non abbiamo avuto l'opportunità di utilizzare un'ottica adeguata - ecco che ci può venire in soccorso il software di post-produzione.


Esistono diversi metodi per correggere le linee cadenti in post-produzione, metodi che ovviamente dipendono dall'applicativo utilizzato, e dalla sua versione.

Qui di seguito ne descriverò alcuni, relativi ad Adobe Photoshop CS6.




Primo metodo: comando "Trasforma - Prospettiva"


Foto di partenza:



 


Il comando "Trasforma - Prospettiva" è compreso nel menu "Modifica".

Per utilizzarlo, occorre dapprima sbloccare il livello di sfondo (doppio clic sul lucchetto) oppure duplicarlo in un nuovo livello.

Il comando fa apparire un bordo intorno all'immagine, con punti di ancoraggio su cui posizionare il puntatore, per "stirare" l'immagine.




Questo l'effetto finale, dopo aver "stirato", quindi raddrizzato, le linee verticali. Quelle orizzontali in questo caso non hanno bisogno di alcun intervento.


Come si può facilmente osservare, l'azione correttiva ha però generato due "effetti collaterali".

Il primo è l'inevitabile taglio di parte dell'immagine ai bordi, con relativa perdita di informazioni (talvolta l'importanza di queste informazioni è tale, nell'economia complessiva della foto, che piuttosto che perderle si è costretti a evitare di procedere con la correzione).

Il secondo è uno schiacciamento complessivo del soggetto, che riesce a essere tollerato - sempre che lo si voglia tollerare - solo quando il soggetto non ha caratteristiche o dimensioni note, e se ne voglia prospettare una rappresentazione non necessariamente del tutto fedele.


Se al taglio delle informazioni non possiamo purtroppo porre rimedio, diverso invece il caso dello schiacciamento, che possiamo provare a recuperare col comando "Trasforma - Scala", sempre nel menu cui appartiene "Trasforma - Prospettiva".

Con "Trasforma - Scala" di fatto riusciamo ad allungare l'immagine - in questo caso verso l'alto - di quel tanto che potrà renderla più aderente alla realtà. La misura dell'allungamento potrà essere calcolata con dati certi, qualora noti, o con la migliore approssimazione riveniente da una verifica globale delle proporzioni.


Venendo alla nostra immagine, occorre dapprima aggiungere uno spazio vuoto al livello, con il comando "Dimensione quadro" del menu Immagine: si aumenta l'altezza, e si clicca su un punto in basso del piccolo riquadro di ancoraggio.




Questo il risultato:



Quindi, con il comando "Trasforma - Scala", si tira l'immagine verso l'alto puntando sul relativo punto di ancoraggio:



E questo il risultato finale, dopo aver optato per un taglio quadrato:



 


Secondo metodo - Strumento "Ritaglio Prospettiva"



Foto di partenza:



 


Lo strumento "Ritaglio - Prospettiva" appartiene al gruppo di strumenti in cui ritroviamo anche la taglierina:





Con lo strumento si seleziona, in questo caso, l'intero frame (tenendo premuto il mouse da un angolo all'angolo opposto) di modo che l'area di lavoro assuma il seguente aspetto:



 


Appare una griglia, con i soliti punti di ancoraggio ai bordi dell'immagine.

Agendo su questi punti, occorrerà operare affinché le linee verticali e orizzontali della griglia finiscano con l'essere allineate a quelle dell'immagine originaria, di modo che risultino parallele.

Questo il risultato del primo allineamento (le verticali sulla parte sinistra):



 


Questo invece il risultato dell'allineamento generale:





Il via finale all'azione del comando, taglierà le zone scure, rimaste esterne alla selezione.

Questo il risultato finale, ottenuto cliccando sul segno di conferma:






Terzo metodo: Trasformazione libera


Una terza possibilità di correzione delle linee cadenti è data dall'utilizzo del comando "Trasformazione libera", sempre nel menu Modifica.


Con "Trasformazione libera" la modifica dell'inclinazione delle linee viene effettuata attraverso i punti di ancoraggio, su cui agire contemporaneamente con il puntatore del mouse, e i tasti Shift o Control.




Quarto metodo: Trasforma Inclina, Distorci, Altera


Una quarta possibilità, infine, è legata all'uso dei comandi "Inclina, Distorci e Altera", nel menu "Immagine - Trasforma" (dove si trova anche il già citato "Trasforma - Scala").




Con queste due ultime opzioni, gli effetti della correzione sono immediatamente visibili, mentre si compie l'azione col mouse, e riguardano la porzione di immagine oggetto dell'intervento.


A titolo di esempio, gli strumenti "Inclina e Distorci" sono stati utilizzati per le immagini seguenti:









 

Siamo così giunti alla conclusione anche della seconda parte di questa lunga chiacchierata. 


E' stato per me un grande piacere potermi intrattenere con voi, e vi ringrazio tutti per avermi seguito fin qui.


Mi auguro di essere riuscito a dare un contributo, seppur piccolo, alla narrazione di un genere, quello delle foto di architettura, che credo di grande fascino e suggestione. Un genere che spero riesca ad affascinare anche voi.


A tutti, buona luce!

 


Non è per niente facile raccontare di foto di architettura.

L'argomento di per sé è molto vasto, articolato, e per certi versi non sempre di agevole classificazione.

Quello che dunque farò, o meglio che proverò a fare, è raccontarvi del mio punto di vista al riguardo. Un punto di vista personale e parziale, per nulla "accademico", con cui spero semplicemente di riuscire a stimolare interesse, e riflessioni.

 

In estrema e facile sintesi, l'architettura può essere definita come la disciplina con cui l'uomo organizza i suoi spazi vitali, progettando e costruendo le opere - edifici e strutture - destinate ad accoglierlo, nel suo quotidiano.


Questa, invece, la definizione di uno dei più noti architetti viventi, il nostro Renzo Piano: 


L'architettura è l'arte di dare rifugio alle attività dell'uomo: abitare, lavorare, curarsi, insegnare e, naturalmente, stare insieme. È quindi anche l'arte di costruire la città e i suoi spazi, come le strade, le piazze, i ponti, i giardini. E, dentro la città, i luoghi di incontro. Quei luoghi di incontro che danno alla città la sua funzione sociale e culturale. Ma naturalmente non è tutto. Perché l'architettura è anche una visione del mondo. L'architettura non può che essere umanista, perché la città con i suoi edifici è un modo di vedere, costruire e cambiare il mondo.


L'opera architettonica, tuttavia, non si limita ad assolvere alle funzioni pratiche per cui viene concepita in origine: il disegno di luoghi e di ambienti non deve solo rifarsi al rispetto di esigenze tecniche, che riguardano la funzionalità e la stabilità, ma si spinge a soddisfare, allo stesso tempo, un gusto estetico capace di coniugare l'utile con il bello.

Ragione per cui l'architettura rientra a pieno titolo nel "sublime" delle arti visive.


Venendo a noi, ai nostri scopi, come può una rappresentazione fotografica rendere giustizia a quel sublime?

Beh, credo che sia un'impresa maledettamente complicata!

Una considerazione, questa mia, che non ha alcuna intenzione di scoraggiare, com'è ovvio. Tutt'altro! Perché in realtà dovrà essere proprio questo grado di complicazione il più forte stimolo alla ricerca, affinché il risultato ultimo possa evitare di sfociare nello scontato, o in una noiosa staticità.

L'opera architettonica - sia questa un palazzo, come un ponte, o una qualsiasi altra struttura, oppure ancora uno spazio urbano - è un insieme armonico di spazi, prospettive, dettagli, contesto. Una sola immagine fotografica, con il suo limite di campo inquadrato e le sue due dimensioni, può cercare di rappresentarne un carattere, farne intuire la personalità, la presenza d'insieme, lo spirito. Ma per raccontarla, raccontarla davvero, occorrerebbe un qualcosa di simile a un reportage.


Ma come di norma avviene per tutti i generi di fotografia, anche quando ragioniamo di fotografia di architettura, la nostra ambizione invece si sofferma spesso allo scatto singolo. Quello scatto che riesca a essere il miglior interprete di una sintesi visiva, ed emotiva. Lo scatto godibile, meritevole di una pubblicazione, o di un'affissione a parete.


Detta in altri termini, si tratta, di fatto, né più né meno che di un "ritratto".

Perché le foto di architettura che di solito ci occupano, si possono sostanzialmente considerare come un ritratto dell'opera architettonica, un ritratto che la riprende dall'esterno.


Fatta questa considerazione, per praticità espositiva e di trattazione, e allo scopo di provare a fare ordine con un minimo di suddivisione sommaria (del tutto arbitraria, e di certo non esaustiva), potremmo quindi immaginare le seguenti categorie:


- ritratto ambientato: l'edificio (od opera architettonica) è ripreso insieme con parte del contesto in cui è inserito. Narra le caratteristiche dell'opera, e il suo connubio con il mondo intorno;


- ritratto del "volto": viene ripresa solo l'opera architettonica, o una sua parte significativa e distintiva;

- ritaglio: viene ripresa una porzione delimitata, anche in questo caso pur sempre distintiva (ovvero facilmente riconducibile all'opera nel suo complesso).


È evidente che ognuna delle tre categorie richiede un approccio visivo proprio, differente dalle altre due: di ampio respiro la prima, cui si chiede lo sviluppo di una visione d'insieme; di isolamento del soggetto - intero o in parte - per la seconda; di ricerca e interesse per una "porzione", nel caso della terza.


Per fare subito un paio di esempi:


Genova - Torre I Gemelli - Quartiere San Benigno



 ritratto ambientato



ritratto



ritaglio



Genova - Il "Biscione"



ritratto ambientato



ritratto



ritagli






Ogni fotografo, con maggiori attitudini in questo o quel campo, ha quasi sempre generi in cui non si cimenta mai.

La foto architettonica, invece, volente o nolente appartiene a tutti, poiché è improbabile che non sia mai capitato, o non capiti, di fotografare un edificio o un'opera architettonica, di una certa importanza o meno.

Ma come per gli altri generi solo l'estro e la soggettività del fotografo potranno conferire un valore aggiunto, rispetto a una foto puramente "oggettiva" e documentale.

Non che la foto documentale sia necessariamente di minore interesse, ma è naturale che le aspettative del gusto estetico riscontrino maggiore appagamento laddove si riescano a individuare quel taglio, o quella prospettiva, più originali o insoliti, lontani dallo standard, dall'ordinario, e di conseguenza più "intriganti".


Per arrivare a ciò, non ci sono ovviamente ricette precostituite – come sempre vince la fantasia, protagonista non codificabile – ma alcuni comportamenti possono ritenersi opportuni, in linea di massima.

Se, come detto, si tratta in fondo di foto di ritratto, ecco che allora occorre entrare in piena sintonia col soggetto, come in tutti i ritratti che si rispettino. Bisogna scrutarlo in ogni angolo, il soggetto, da ogni punto di vista (e potendo, se la disponibilità di tempo ce lo consente, in ogni condizione di luce). Girare intorno. Guardare in alto e in basso, di lato. E di nuovo girare. Per poi fermarsi. Scrutare i dettagli. Sposarli con il contesto. Scrutare di nuovo. Nuovamente girare. Girare. Girare. Lentamente. Osservare, lasciandosi trasportare dal gusto di cercare la via per farsi migliori interpreti. Senza fretta. E senza inquadrare, se non di tanto in tanto. Si porta l'occhio al mirino, o si osserva il display, solo dopo aver avuto la visione: non si inquadra se si sta ancora cercando.

Solo quando si riesce a "dialogare" col soggetto, quando finalmente se ne coglie l’intimo, solo allora si passa allo scatto. Mai prima. A meno di non volersi accontentare di immagini scontate e anonime, che andranno ad arricchire la collezione delle centinaia di migliaia in famiglia, su centinaia di cartelle dell'hard disk.


Qui di seguito ecco alcuni esempi di ritratto ambientato: una categoria che poi inevitabilmente confina, fino a confondersi, col genere del paesaggio urbano.

Dovessimo trovare una distinzione, potremmo dire che siamo nel campo di cui stiamo trattando - la foto di architettura - quando la personalità dell'elemento architettonico è ben circoscritta, evidenziata e prevalente, per quanto si possa ragionare anche in termini di paesaggio.

Nel complesso, si tratta di immagini che, seppure limitatamente alle potenzialità dello scatto singolo, lasciano immaginare una lettura del luogo, un'interpretazione, anche attraverso lo sviluppo strutturale degli edifici attori protagonisti della scena paesaggistica.


E giunti a questo punto, è doveroso un omaggio all'opera del grande Gabriele Basilico.

Questi scatti ritraggono alcuni quartieri della città di Milano.

Sono scatti all'apparenza di basso impatto estetico ed emotivo (di primo acchito), ma ben rappresentano lo spirito del luogo. Se ne respira l'atmosfera. È un paesaggio urbano, dove tuttavia è forte e prevalente la componente architettonica, nell'aspetto rigoroso degli edifici, e negli spazi.






In quest'ultima foto, notiamo che la presenza della figura umana può contribuire a dare profondità e dimensione, senza annacquare il valore architettonico e paesaggistico del contenuto.



E quindi passiamo a noi, fotografi di Maxartis, sempre nella categoria del ritratto ambientato (che ribadisco essere cugino di primo grado del paesaggio urbano).


Alessandro Cucchiero


Fiamma Magnacca


Graziano Racchelli


Antonella Giroldini


Antonella Giroldini


Enrico Maniscalco


Alberto Orlandi


Mario Vani


Enrico Maniscalco



Dal ritratto ambientato, passiamo al ritratto, la ripresa del "volto": laddove l'inquadratura si sofferma sul soggetto, isolandolo dal contesto o riprendendone una porzione significativa, capace di essere rappresentativa del tutto.

Il rigore compositivo è d'obbligo. Lo è sempre, o quasi, ma in questo genere a maggior ragione. E spesso la ricerca di simmetrie costituisce un elemento portante.



Davide Cecconi


Pietro Collini


Elis Bolis


Livio Prandoni


Enrico Maniscalco


Mario Vani


Teresa Zanetti


Enrico Maniscalco


Enrico Maniscalco



Mario Vani


Mario Vani


Ivan Catellani


Marianna Bitto


Danilo Tavecchio


Mario Vani


Mario Vani


Enrico Maniscalco


Enrico Maniscalco



La parte infine dedicata al ritaglio, spesso si spinge anche alla ricerca di equilibri rigorosamente geometrici. L'identità dell'elemento architettonico resta sempre ben visibile, ma l'esaltazione delle forme, nella loro grafia fatta di rette o di curve combinate in figure armoniche, può anche prevalere sulla "personalità" strutturale del soggetto.

In altre parole, il disegno geometrico, la prospettiva, l'elemento ripetitivo, la simmetria, la curva sinuosa, finiscono con l'assumere una rilevanza a sé, quasi rubando la scena alla protagonista principale - l'opera architettonica - senza tuttavia offuscarla, con questo, bensì valorizzandola ulteriormente.



Enrico Maniscalco


Livio Prandoni


Mario Vani


Enrico Maniscalco


Marianna Bitto


Ivan Catellani


Marianna Bitto


Livio Prandoni


Enrico Maniscalco


Mario Vani


Guido Pucciarelli


Fiamma Magnacca


Alessandro Allegretti


Maurizio Berni


Alberto Bongiorno


Enrico Maniscalco


Elis Bolis



Concludiamo questa parte cambiando radicalmente il punto di vista, e trasferendoci all'interno dell'opera architettonica: là dove si esalta l'efficienza dell'organizzazione degli spazi utilizzati dall'uomo, e dove pertanto gli spazi, insieme con l'estetica degli elementi, divengono protagonisti.>>

La rappresentazione fotografica di questi spazi può spesso indurci a inquadrature "rigide", tanto sobrie quanto scolastiche, dal valore quasi di immagine da catalogo, statica, fredda.


Qui un esempio: si tratta di uno scorcio della palazzina di caccia di Stupinigi.




Lo stesso scorcio, ripreso con maggiore "leggerezza", può coinvolgere il lettore con un maggior senso di dinamismo, e quindi di piacevolezza estetica.




Come questa inquadratura del teatro Bellini a Catania,



rispetto a quest'altra.




Nella ripresa fotografica degli interni, che intenda coniugare la rappresentazione oggettiva a un certo gusto visivo, occorre provare a evitare il punto di ripresa "frontale e piatto", dal'esito formale e scontato (per quanto utile dal lato prettamente documentale).

Anche in questo caso, come in esterno, si impone una perlustrazione attenta e meditativa, che prefiguri la scena, sguardo dopo sguardo.


In questa foto, seppure rigorosa, frontale e simmetrica, la presenza delle ombre arricchisce la scena di movimento e originalità.


Marianna Bitto


Qui una ripresa dal basso, che racconta lo sviluppo della torre senza simmetrie o geometrie troppo rigorose.


Enrico Maniscalco


Qui una composizione movimentata, quasi "musicale".


Mario Vani


In questa foto, infine, la simmetria la fa sì da padrona, ma la ripresa dall'alto in basso - non naturale - e la stessa presenza delle persone, regala una buona godibilità d'impatto, evitando la monotonia.


Michaela Dorn




E con questo, si chiude la prima parte.

Un sincero ringraziamento a chi ha potuto seguirmi fin qui.

Nella seconda parte tratterò quelle immagini fotografiche che prendono spunto da elementi architettonici, per poi invece trasformarsi in un qualcosa di differente: geometria, astratto, soggetto "alternativo".


Concluderò quindi con qualche cenno tecnico, tra cui la lavorazione delle cosiddette "linee cadenti", in sede di postproduzione.


A presto, dunque.