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Bruno54 blog

Oggi vi propongo questa sintetica recensione di un libro piuttosto interessante del noto giornalista e direttore di più testate nazionali.

Come l'autore ho sottolineato l'opera di alcuni autori dal nutrito elenco in indice.

Buona lettura.




Quale elemento riesce ad accomunare grandi fotografi così diversi nel loro stile e nel loro modo di parlare alla gente?

Cosa li unisce sotto le insegne di una passione come un vessillo che esprime soprattutto l’amore per questo mondo e la sua gente?

E qual è il momento catalizzatore che riesce a coagulare dietro una serie di lenti una emozione, un evento, un dramma e una gioia? la morte e la rinascita in un ciclo fermato in una frazione di secondo per restituirci quella realtà mai immaginata e infine restituitaci, anche in modo brutale, davanti agli occhi.

Sono quelli quell’elemento, gli occhi, macchina imprescindibile che ci accompagna e che in modo consapevole o inconsapevole usiamo per registrare le nostre emozioni.

Questi autori sono accomunati da un uso straordinario di questo organo che associato a più o meno moderne attrezzature scrutano sulle vicende del mondo dandocene una visione filtrata dalla propria cultura, sensibilità e abilità, anche tecnica perché è impensabile raggiungere certe vette qualitative senza un adeguato supporto, tuttavia non è sempre vero e questo specie nel caso di Josef Koudelka che nel 1968 si trovò ad affrontare fotograficamente una invasione con il poco materiale di cui disponeva, o un Erwitt che nei primi anni 60 non disponeva certamente di mostri tecnologici come successivamente Steve McCurry il quale poteva disporre anche di un supporto logistico enorme al pari di un Sebastiao Salgado.

Anime diverse, che si definiscono in modo diverso; un misuratore di spazi, un catalogatore, un testimone, un filosofo che parla del valore della vita, un politico che scandaglia gli orrori umani, un collezionista e via dicendo, caratteri che coprono quasi tutto ciò che il genere umano sa esprimere.

Ma c’è una cosa che li accomuna maggiormente, è l’occhio che sa scavare nell’umanità più profonda, oserei dire un occhio ‘gentile’, un occhio che versa lacrime nell’istante dopo aver testimoniato un dramma di morte, o descrive la regalità di un Sudanese, o si cala dentro la tragedia ma con il necessario amorevole distacco per ‘non disturbare’ e nello stesso tempo essere testimone diretto di quella tragedia

Questo non è solo un libro di fotografia anche se ne contiene molte, note e meno note come gli autori non tutti conosciuti alla maggioranza di fotoamatori ma che non mancheranno di stupire per la loro profondità. Questo è anche un libro sul giornalismo “sull’essenza del giornalismo: andare a vedere, capire e testimoniare”, Calabresi non è un giornalista ‘prestato’ alla fotografia ma un amatore che mosse i suoi primi passi in questa nostra passione all’età di 12 anni e non l’ha più abbandonata, più o meno ricalca la storia di molti di noi, e come noi i vari Calabresi e tutti i Fotografi illustrati in questo libro, hanno lo stesso comune denominatore, gli occhi, e ad Occhi Aperti stiamo costantemente per non farci sfuggire quelle schegge di mondo che ogni giorno ci attraversano la vista. Buona lettura.

 



QUESTO LIBRO, NOTE DELL’AUTORE

Cosa potremmo sapere, cosa potremmo immaginare, cosa potremmo ricordare dell’invasione sovietica di Praga se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le immagini di un ‘anonimo fotografo praghese’, che si scoprì poi chiamarsi Josef Koudelka? Quanta giustizia hanno fatto quelle foto, capaci di raccontare al mondo la freschezza e l’idealismo di una primavera di libertà.

Ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta. Un’immagine talmente forte da riuscire a muovere sensibilità e coscienze pubbliche.





Penso al giovane Sebastiao Salgado che nel 1984 si presenta alla redazione del quotidiano Liberation con i suoi scatti in bianco e nero che denunciano gli effetti della carestia in Sahel, un racconto sconvolgente nella sua forza, che obbliga l’Occidente a fermarsi e impone di non voltare la testa dall’altra parte.



Salgado apre gli occhi al mondo e tornerà a farlo due anni dopo, rivelando l’immenso formicaio umano di una miniera d’oro a cielo aperto brasiliana, dove la vita e la fatica umana non hanno alcun valore.



Sono partito con tre immagini negli occhi, una immensa terrazza coperta di detriti da cui si vede Beirut distrutta alla fine della lunga guerra civile libanese; lo sguardo di un uomo nel momento in cui viene arrestato e vede svanire il suo sogno di attraversare il confine tra il Messico e gli USA; un gruppo di donne indiane che si abbracciano in mezzo a una tempesta di sabbia. Volevo sapere da Gabriele Basilico, Alex Webb e Steve McCurry cosa era successo un attimo prima e un attimo dopo il momento dello scatto, che cosa avevano pensato e se si erano immediatamente resi conto della magia e della forza di quella fotografia.

 


GABRIELE BASILICO

 

“Alla fine sono salito qui, sulla terrazza dell’Hilton, al sedicesimo piano e ho trovato ciò che cercavo. Ho avuto bisogno di tempo ma poi tutto è stato chiaro: Beirut non era morta, sullo sfondo respirava ancora, potevo cominciare a fotografarla”

Gabriele Basilico arriva nella capitale libanese nell’autunno del 1991, la lunghissima guerra civile è finita da poco, la città distrutta, il centro è completamente abbandonato, le uniche presenze umane sono i posti di blocco dell’esercito siriano.

“Ero in difficoltà, non riuscivo a trovare un filo: non ero concentrato, non ero contento, non ero soddisfatto. Camminavo per le strade insieme allo scrittore libanese Selim Nassib, provavo a scattare con una 6x9, senza cavalletto, per prendere confidenza con lo SPAZIO, ma non funzionava. Selim però coglie il mio disagio e mi chiede, in modo molto diretto: ‘Sei in crisi?’ ‘Sì, non sono un fotografo di guerra e nemmeno un fotogiornalista e non so come affrontare questa storia, non so neanche da dove cominciare’ Allora Sèlim mi dice di seguirlo e mi porta all’ultimo piano dell’Hilton, un ammasso di macerie che poi fu demolito. Fu una fatica arrivarci, c’erano detriti su tutti gli scalini e ognuno dei sedici piani era pericolante. Arrivato in cima, prima ancora che io possa riprendere fiato, mi lancia una domanda: ‘Cosa vedi?’. ‘Una città distrutta’ rispondo e non vedo cos’altro potrei aggiungere. Ma lui insiste con un tono perentorio: ‘Guarda più in là, cosa vedi?’. Una città distrutta, non riesco a vedere altro. ‘Guarda ancora più lontano, cosa vedi?’. Io metto a fuoco lo sfondo e vedo un po’ di fumo, dei panni stesi, cose vive. Allora lui mi dice quasi gridando: ‘Non è una città morta, ma ferita, è ancora viva. Scendi, scendi e fotografa questo’ Ho ascoltato le sue parole, ho fissato la linea dell’orizzonte e sono entrato in una vertigine: ho fatto seicento foto di grande formato in un mese. Avevo trovato la chiave per interpretare Beirut”.

Alla fine di quel viaggio…mette in pubblico il suo talento che lo porterà ad essere un grande fotografo, una figura che non era mai esistita. “Mi chiedi che fotografo sono? Bene, io sono un misuratore di spazi, arrivo in un luogo e comincio a muovermi come un rabdomante, non cerco l’acqua ma un punto di vista. L’azione fondamentale è lo sguardo, devo trovare la misura giusta tra me, l’occhio e lo spazio. La foto è la memoria tecnica fissata di questo sguardo. Ma c’è bisogno di tempo, devi sapere prima cosa guardare, la foto d’eccellenza è contemplativa”.




ALEX WEBB

 

“Esistono momenti in cui il dio della fotografia decide di farti un regalo; è esattamente ciò che è successo quel pomeriggio. Alcune fotografie le devi pianificare e ci devi lavorare a lungo. Questa è semplicemente venuta”.

“La foto colpisce per l’atmosfera rarefatta, quasi sospesa, riguardandola la immagino silenziosa, non ho ricordo di rumori, anche se sicuramente si saranno sentite le pale dell’elicottero. Mi ricordo solo di essere corso nell’erba e di aver scattato prima che venissero portati via. Vennero caricati su una macchina che era poco più in là. Guarda le facce dei due messicani, sembra ci sia rassegnazione, quasi che fosse un destino scritto, ma non c’è paura e poi c’è anche una specie di delicatezza nei movimenti degli agenti. E guarda la mano del ragazzo, sembra quasi sfiorare l’elicottero. Non sembra un arresto violento. E’ una immagine tipica di quegli anni, che oggi non esiste più”.

“Io provo sempre ad avvicinarmi il più piano possibile e in modo meno intrusivo possibile. Ci sono alcune situazioni in cui pensi di poter entrare senza problemi, in altre devi fare più attenzione. Solitamente quando la foto ha successo è perché è accaduto qualcosa di completamente inaspettato. Per me è questa la cosa più emozionante: quando il mondo ti dona qualcosa che non ti puoi minimamente immaginare…Charles Harbutt una volta ha detto che non era solamente lui che cercava la foto ma era la foto che cercava lui, una volta ogni tanto i due si incontravano”.





STEVE McCURRY

 

“Nel 1983 ho capito che per farcela dovevo entrare in quell’acqua lurida, coperta di melma, piena di rifiuti e di animali morti: per completare il mio progetto dovevo accettare tutti i rischi, anche quello di ammalarmi e morire”.





Le foto di McCurry appaiono perfette: levigate, armoniose, serene, perfino positive, anche se raccontano di India o Afghanistan, anche se parlano di fame, inondazioni o tempeste di sabbia.



Si potrebbe credere che il suo tocco magico sia quello di cogliere l’attimo senza sporcarsi, la capacità di volare alto e leggero sui problemi, sfuggendo a ogni pesantezza e dolore. Poi lo incontri, ascolti il suo tono di voce basso e senza incertezze mentre parla di queste immagini che sono tra le più note al mondo, e tutto cambia improvvisamente sapore: capisci che per cogliere l’attimo perfetto è dovuto scendere fino in fondo, nel mondo della fatica e della sofferenza.



Quella ragazza con gli occhi verdi, lo scialle rosso sui capelli, lo sguardo fiero ma anche spaventato e una piccola cicatrice sul naso, la notò nell’angolo di una tenda usata come scuola femminile nel campo profughi di Nasir Bagh, vicino a Peshawar, in Pakistan. Il ritratto della “Ragazza afghana” sarebbe diventato la più famosa copertina del NGM. L’identità di questa ragazzina, che allora aveva 12 anni, rimase sconosciuta a lungo, finchè nel 2002 McCurry la ritrovò mamma e con il burqa e scoprì finalmente il suo nome, Sharbat Gula.






Mi avevano raccontato che è stanco di questa foto e della mania che la circonda, ma quando glielo dico allarga le braccia: “E’ la foto di una ragazza e secondo me è una foto della quale non ti puoi mai stancare. La salva la sua qualità. Certo tutti mi chiedono di raccontare la sua storia, a volte può essere stancante ma faccio in modo che non mi dia fastidio, lo accetto e basta. Diciamo la verità; sarebbe peggio avere foto che non interessano a nessuno, bisogna essere grati di questa cosa e apprezzare il fatto che il tuo lavoro colpisca la gente, che trasmetta EMOZIONE”.


Grazie per l'interesse o per la semplice lettura.

Bruno.




“La panchina (diminutivo di panca) è solitamente un elemento dell'arredo urbano: si tratta di un sedile che può ospitare più persone, solitamente situato all'aperto in aree pubbliche come piazze o parchi, è costruita con diversi materiali.”


Questo è ciò che comunemente definisce l’oggetto che ognuno, almeno una volta nella vita, ha usato nelle più svariate situazioni e luoghi; è anche ciò che quasi tutti, almeno una volta nella vita, ha fotografato come soggetto primario oppure come elemento in una composizione, solitaria oppure di una serie, al mare come in montagna, in città come nella solitudine di un parco.

La caratteristica peculiare di questo oggetto è quella di essere occupata oppure libera e il primo caso è certamente il più interessante da un punto di vista anche della sintassi applicata alle arti figurative e grafiche cioè il rapporto fra gli elementi delle composizioni e le loro rispettive funzioni, questo sarà oggetto di una più approfondita analisi che comporta anche implicazioni filosofiche ed esistenziali


Questo concetto si può applicare anche all’oggetto libero come nell’esempio di Elis Bolis:



la relazione tra gli elementi che concorrono alla “costruzione” di quella proposizione, panchina-albero-panchina, gioca sul sicuro appeal che la ripetizione di uno stesso oggetto ha su di un ipotetico spettatore che trova, nella sottolineatura, un preciso e forte messaggio su cosa l’autore voleva mettere in evidenza.

Lo stesso effetto lo si ottiene come nella foto di Francesco Ercolano:



A differenza della precedente viene posto l’accento sul soggetto in primo piano relegando il secondo, seppur ben presente e riconoscibile, ad un elemento che riempie e bilancia l’immagine intorno alla verticalità del lampione.

In questo caso viene introdotto un terzo elemento, vivo, che in qualche modo anticipa, seppur in modo improprio, ciò che sarà oggetto di analisi nel rapporto tra uomo e manufatto e soprattutto perché ciò rappresenta grande motivo d’interesse per chi si dedica alla passione fotografica.


Tuttavia l’effetto più tradizionale rimane quello immortalato nella perfetta composizione sempre di Francesco Ercolano:



Fotograficamente parlando la suddivisione in terzi dona il giusto equilibrio alla scena superiormente occupata dal ramo che bilancia la pavimentazione e la balaustra con il nostro soggetto primario, la panchina solitaria, in una condizione di attesa.

Non vediamo persone, animali, niente che sembra dover interagire con quel semplice sedile eppure sentiamo, percepiamo che qualcosa o qualcuno incombe; potremmo stare lì ad osservare quella scena, consapevoli che si tratta di una immagine, immaginando di veder apparire quella persona che verrà ad occuparla perché in fondo ognuno di fronte a questa situazione, anche in modo recondito, è ciò che farebbe e lo farebbe maggiormente se la situazione fosse proprio quella che ci appare, così perfetta per lo svolgersi dell’azione.

L’immagine parla chiaro: ha spiovuto e intorno non sembra esserci alcuno, la stagione non è la migliore dell’anno (ma dipende dai punti di vista), l’albero è senza foglie e il mare è calmo, il cielo sembra schiarire e la residua umidità sfuma l’orizzonte rendendo ancor più indefinito il paesaggio.

Ma la panchina è lì, attrae, invita, quasi lo chiede, stai passando, probabilmente hai dei pensieri, sei riflessivo in quel momento, stai per rivolgerti a qualche entità spirituale e ti senti stanco sotto il peso dei pensieri, quale migliore occasione per fermarsi, sedersi e volgere lo sguardo verso l’orizzonte e pensare.


Quando ogni cosa è vissuta fino in fondo non c'è morte né rimpianto, e neppure una falsa primavera. Ogni orizzonte vissuto spalanca un orizzonte più grande, più vasto, dal quale non c'è scampo se non vivendo.”

(Henry Miller)


Oppure sei una persona innamorata e il tuo cuore esplode di quel sentimento, la leggerezza dell’essere rarefà l’aria e quel capogiro va assecondato da un momento di rilassatezza vagando con la mente e farsi soccorrere da parole adeguate.


Le panchine custodiscono migliaia di storie meravigliose, ricordi di mani che si cercano, promesse mai mantenute, baci improvvisi. Tutti ne abbiamo una sulla quale il cuore è ancora seduto.”

(Anonimo)


Quella panchina della foto è ancora vuota ma serba tutti quei ricordi, pensieri e persone, di quelle passate e che passeranno e che cederanno al fascino misterioso di quel misto di ferro, legno, pietra o resina che invita, a volte fagocita, spesso dona quel momento necessario all’equilibrio, sempre è una presenza indispensabile nel panorama e della quale quasi non ti accorgi finchè ne brami la presenza.

E’ il momento in cui la persona si impossessa del manufatto e lo fa per le più svariate motivazioni.


Nella foto di Alessandro Cucchiero una motivazione ormai delle più desuete, scrivere, farlo veramente come ci è stato insegnato nella nostra infanzia e oltre finchè la tecnologia moderna ci ha dato gli strumenti per farlo diversamente:



Scrivere o disegnare, non ha molta importanza, in entrambi i casi potrebbe essere una forma d’arte e quale miglior posto per creare arte se non al cospetto di un panorama, perlomeno uno spazio libero, probabilmente quell’orizzonte che ci fa gettare lo sguardo e la mente oltre ad esso, in un luogo indefinito che prende il nome di fantasia e creatività, dove non c’è un altro orizzonte se non quello che noi poniamo come limite alla nostra immaginazione che può essere infinita come l’universo stesso, ma un universo tutto nostro dove poterci muovere senza alcun limite espressivo proprio come anche la fotografia che pratichiamo qui, che ha limiti solo fisici del supporto ma immensi come pensiero.

Il pensiero porta alla filosofia ed è straordinario come Aristotele quasi ci spieghi ciò che oggi applichiamo “religiosamente” ogni volta che ci dedichiamo alla nostra passione;

per Aristotele il concetto preminente è senz’altro quello di arte, considerata come una Techne (tecnica, arte, il “fare bene qualcosa”, l’abilità di portare a compimento una cosa, possedere una tecnica, conoscere come qualcosa può essere realizzato in maniera compiuta), in netta opposizione al concetto platonico di Bello, che è un’idea, una ispirazione tendente ad autosoddisfarsi e compiersi, si potrebbe sostenere che il platonico sia autoreferenziante, l’aristotelico creativo e industrioso nel perseguire i suoi tecnicismi mai fini a se stessi e che sfociano nella creatività. Guardando la foto viene da chiedersi cosa si celi al di là, quale ispirazione possa aver trovato il soggetto e magari quanto comoda o scomoda possa essere quella seduta, non sembra delle migliori ma spesso è maggiore l’idea di panchina che la panchina stessa.

All’attività manuale subentra quella cerebrale, la panchina come primario luogo di riflessione e contemplazione; anche in questo caso la filosofia ci apre una visione moderna: sempre Aristotele individua nella contemplazione, intesa come pura attività dell’intelletto, il bene dell’uomo, la sua felicità, tale attività è amata per sé stessa, in contrapposizione alle attività pratiche orientate alla produzione di un elemento distinto dall’azione.


In questa foto:



lo sguardo perso all’orizzonte e la postura che indica un “abbandono” non solo corporeo porterebbero a questa concezione nell’abbandonarsi alla felicità, pensare al proprio bene, individuare quell’equilibrio (qui evidenziato anche dal puro dato tecnico di bilanciamento dell’immagine dove la barca si pone in perfetto contraltare al primo soggetto che è la panchina, soggetto e oggetto primario, punto da cui parte l’azione proprio in virtù della sua presenza assai strategica e che compie proprio quell’azione di fagocitare il “viandante” come vedremo nella prossima immagine donandogli anche quella giusta dose di privacy nello svolgere le proprie azioni.

Non sappiamo il volto di quella persona ma lo immaginiamo bearsi del panorama e del fluire dei propri pensieri, c’è sempre un orizzonte dove questi vanno ad infrangersi ma ci sarà sempre un mare che li restituirà al legittimo proprietario.


Anna Marogna con la sua foto ci apre ad una nuova possibilità:



La panchina si trasforma a sua insaputa e diventa supporto utile e concreto, il significato intrinseco e sottinteso indirizza al tema del viaggio che presume nella sua peculiarità una insita difficoltà dovuta al muoversi, all’essere esposti ad un certo disagio che si identifica nella stanchezza dello spostarsi, spesso senza una dimora certa se non al traguardo di questo peregrinare.

I pesi del bagaglio accentuano questa fatica ed è così che la panchina assurge al suo ruolo salvifico, ci si scorda la sua scomodità e diventa all’occorrenza punto di ristoro, di riposo, di riflessione; estemporaneo deposito bagagli e sala di lettura, improvvisato ristorante con il cartoccio di prelibatezze locali che il titolare del secondo zaino è appena andato ad acquistare lì a pochi metri da questa straordinaria “veranda” sul mare dove il “padrone di casa” sembra non gradire o viceversa gradirà molto ciò che gli verrà benevolmente dispensato.

Immagine dalla interessante lettura che invita ad un ipotetico dialogo tra gabbiano e viaggiatore, una sorta di comunione di sensazioni. Sembra di sentire i pensieri dell'uno rispondere a quelli dell'altro:

“anche tu sosti un poco prima di riprendere il viaggio eh?”

“già, giusto il tempo per mangiare un panino poi mi rimetto in cammino”

Semplice e lineare ma è proprio ciò che quella panchina serberebbe come ricordo di quella doppia sosta.


Nella terza fotografia concessa da Francesco Ercolano:



Oltre agli elementi fondamentali quali ovviamente la panchina, la persona seduta, il mare di fronte oggetto di osservazione e si presume fonte d’ispirazione (anche se il soggetto sembra intento a qualcosa d’altro) l’immagine introduce un elemento squisitamente compositivo.

Non abbiamo più il terzo superiore occupato dall’albero ma in questo caso il terzo di destra; notare come la figura umana insista esattamente sul terzo di sinistra ma a questo punto anche su quello di destra complice l’introduzione dell’intelligente riflesso, completano proprio la panchina e la striscia bianca della pavimentazione.

Insomma, benissimo la panchina come prosecuzione del tema, ma anche un esempio da studiare su quanto la composizione può donare ad una perfetta fruizione di un lavoro di questo tipo.


Questa foto ribalta totalmente il concetto appena espresso:



La panchina assume il ruolo di supporto passivo, non è più il luogo di un estemporaneo incontro, di quella “attesa” dell’ospite che vi avrebbe trovato riposo, complicità, ispirazione, contemplazione, quasi una dimora coatta; abbiamo visto panchine rivolte materialmente in modo come ad invitare l’ospite a sedersi di fronte ad un palcoscenico straordinario; quel ribaltamento, anche se in modo involontario dettato da regole urbanistiche, determina uno scenario spogliato di ogni poesia accrescendo quel senso di disagio già ampiamente espresso dal soggetto seduto e la sua postura indefinita come fosse un corpo estraneo che non sa trovare pace da quell’abbinamento; “together” sembra quasi irridente in questo dialogo della solitudine ma se volessimo dare un senso antropomorfico alla situazione si potrebbe infine leggere come un riscatto, un invito, una esortazione…stiamo insieme, annulliamo questa nostra rispettiva solitudine.

Mi piace citare il commento di una autrice, ritiratasi dalla fotografia, che rilasciò su questa foto:


La persona è assolutamente celata da questo richiudersi in se stessa, dal chinarsi del capo, come a scomparire. E paradossalmente invece questo corpo è massiccio, e quasi amplificato in volume dall'atteggiamento delle membra. Esattamente quello che talvolta chi soffre non vorrebbe, combattuto fra la voglia di invisibilità e il desiderio invece di aiuto invocato con la presenza. Una foto coraggiosa, che sfida il rischio banalità di questo genere di soggetto ma che riesce indenne da un angolo periglioso, facendosi paradigmatica. Le foglie cadute, il rado tappeto di anime vegetali perdute, sono la sola concessione visiva, un tocco struggente, in una foto altrimenti dura e senza sconti. Non è per me un ritratto ad un disagio, ma un ritratto al disagio con la D maiuscola, al perdersi di un anima che si palesa fisicamente al bordo di una via, ma che nella posa sfatta del corpo, ha solo la tappa finale di un viaggio complesso.

Fotografa una condizione, con tratti vitrei ed incisi, e se genera disagio che si fa pietas, in questo viluppo dettagliato di carne e tessuto, dimenticato in se stesso, sul ferro di una panchina, davvero colpisce nel segno.”


Trovo questo commento straordinario dove vengono espressi concetti importanti meritevoli di una profonda riflessione, a cominciare da quella “pietas” che non è pietà in senso letterale cioè sentimento di commossa e intensa partecipazione al dolore ma sentimento di affetto.


La storia della Fotografia, attraverso i suoi più grandi esponenti, non è immune dall’aver trattato questo soggetto e lo ha fatto nelle sue innumerevoli varianti.

Fino a questo momento abbiamo trattato l’argomento panchine come un qualcosa dai molteplici risvolti positivi.

Abbiamo visto come può essere un luogo accogliente pur nella sua “fredda” concezione di sedile, oggetto inanimato ma che sembra trarre energia dal suo fruitore divenendone un tutt’uno, sia che faccia esprimere buone vibrazioni sia che sia supporto ad un disagio umano.

L’attrazione a livello fotografico potrebbe essere indicativa di quell’immedesimarsi nella situazione che ci si appresta a riprendere oltre a tutte le implicazioni tecniche relative alla vocazione simmetrica e alla ripetizione del soggetto come abbiamo visto all’inizio di questo articolo.

Dicevo dell’aspetto positivo legato a ciò che è stato esposto fino ad ora; per ribaltare questo concetto userò come esempio ciò che un grande fotografo ungherese del 900, André Kertész, realizzò negli anni 60.


Il riferimento è questa foto:



Il titolo è “Broken bench” e il messaggio che sembra voler trasmettere è quello che le panchine, in certi momenti e anche in base al nostro stato d’animo, suscitano tristezza, rassegnazione, senso di abbandono anche interiore.

Rappresentano un luogo dove fermarsi per isolarsi dal mondo, un luogo dove sedersi a riflettere sui nostri affanni e preoccupazioni o lasciarsi andare alla malinconia.

Proviamo ad immaginare una panchina nel parco con una persona anziana seduta, non sto neanche a dire qual’è il pensiero che viene subito in mente, oppure una panchina in una stazione con persone che aspettano impazienti un treno o un autobus, mentre vorrebbero essere in viaggio o già sul luogo di arrivo, crea insomma una sorta di frustrazione. Lo stare seduti su una panchina in attesa da l’idea del provvisorio, della precarietà; ora sono qui ma tra poco me ne andrò, sembra quasi un’attesa impaziente della morte.

Nel volume “L’infinito istante” di Geoff Dyer l’autore pone alcune fondamentali osservazioni su quella che potrebbe definirsi una vera ossessione che Kertész aveva per la panchina:


“Sarebbe chiedere troppo affermare che le sagome che si vedono in molte fotografie di Kertész sembrano sempre dirette incontro alla morte o attenderla con impazienza, ma sarebbe abbastanza ragionevole sostenere che sono sempre in cerca di una panchina.

E la panchina rappresenta una sorte di morte. Una panchina sta… in panchina. Sta a bordo campo, condannata al ruolo di spettatore, marginale.

L’uomo sulla panchina è proprio un surrogato della situazione di Kertész: osserva la vita ma non vi partecipa più. Almeno, come la gente fotografata da Brassaï e Weegee, ha ancora una panchina.

Il 20 settembre del 1962 a New York, dopo anni e anni di mortificazioni e affronti, Kertész realizzò uno scatto che riassumeva perfettamente la propria situazione, o la sua percezione della propria situazione.

E adesso la panchina non è solo vuota, ma anche rotta.

Etimologicamente avrebbe senso se l’uomo che dà le spalle alla macchina fotografica avesse dichiarato da poco fallimento ma, allo stesso tempo, potrebbe essere solo un passante che guarda interrogativo la panchina. Per dirla sommariamente, se Kertész voleva che la panchina rotta riflettesse la rovina dell’osservatore, egli vede anche, e vede se stesso in quel modo, qualcuno che sta a guardare, curioso, comprensivo ma distaccato.

E’ questa ambiguità ripetuta e condensata che riesce a salvare l’immagine dal sentimentalismo che la minaccia.”


Una gustosa osservazione /rivelazione su questa foto della panchina rotta, la foto è costruita; Kertész prepara la scena come un regista di teatro.

Le due donne sullo sfondo sedute su una panchina sono Elizabeth la moglie del fotografo con una amica e l’uomo di spalle che guarda la panchina è Frank Thomas, il socio di Elizabeth nella ditta di cosmetici, che oltretutto è cieco.

Praticamente Kertész, come osserva sempre Dyer, aveva sistemato le cose per dare alla fotografia il rimando simbolico che desiderava.

Questa importante asserzione, in chiusura a questo lavoro, apre in realtà ad un grosso argomento e fondamentale quesito che investe la fotografia moderna, il dibattimento verte inevitabilmente sul significato di foto cosiddetta Street della quale corrente Kertész è un grande esponente, è probabile che ciò faccia crollare miti in un caso o metta seriamente in difficoltà in un altro chi è dedito a questo aspetto che per definizione dovrebbe essere “genuino”, tuttavia ci porterebbe fuori tema.


Grazie per l'interesse eventualmente suscitato.

Ringrazio in particolare:

Alessandro Cucchiero

Anna Marogna

Elis Bolis

Francesco Ercolano

per aver dato il consenso alla pubblicazione delle loro immagini a corredo del testo.

Le restanti foto sono dell'autore.

Bruno Tortarolo


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