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Bruno Favaro


In questa seconda parte non si parlerà solo di mare e onde, ma di paesaggio in senso generale. Vi mostrerò ancora qualche mia foto ma anche e soprattutto tante immagini di tanti altri Autori tratti dalle gallerie di MaxArtis, che saranno usate come esempi concreti di quello che scriverò.  

Se volete qui potete trovare il file pdf con la prima e la seconda parte:

https://drive.google.com/file/d/1nqQDASOpBb_C79Li__rSTnnuN0pla63O/view?usp=sharing


LA LUCE

Di sicuro un aspetto fondamentale per qualsiasi paesaggio è la luce. Una luce scialba e piatta può rendere anonimo anche un luogo con grosse potenzialità fotografiche e viceversa una buona luce può rendere fantastico un panorama senza grosse pretese fotografiche o dare un tocco di originalità ad una inquadratura troppo classica, evitando il “già visto”.

Di seguito alcuni esempi nei quali una luce straordinaria gioca un ruolo fondamentale.


Paola Lorenzani – Non è un vulcano, ma una luce speciale sulle Alpi Apuane



E che dire di questo splendido "classico toscano" di Marco Carnevali, dove la magnifica luce delicata dona una struggente poesia allo scatto?

 Marco Carnevali – Paesaggio toscano


Nella mia immagine seguente, la luce così calda e particolare rende lo scatto diverso dalla solita foto cartolina, anche grazie al contrasto con lo sfondo scurissimo.


 Bruno Favaro – L'ultimo sole si specchia sulle case di Boccadasse


Il panorama seguente di Federico Putignano viene esaltato dalla luce radente del sole quasi al tramonto, che regala una atmosfera bellissima.


Foto di Federico Putignano




Una normale passeggiata sulla spiaggia diventa qualcosa di più grazie alla luce che la illumina



 Foto di Santo Algeri 



Ed a proposito di luce radente, che dire di questo magnifico scatto della nostra Elis Bolis?


Foto di Elis Bolis



Nella foto seguente di Claudio Mantova una splendida e calda luce viene duplicata dal riflesso sul canale, raddoppiandone l'effetto.


Foto di Claudio Mantova



ATTENZIONE ALL'UNIFORMITA' DELLA LUCE, MA….

Una grande attenzione a mio avviso deve anche essere posta all'uniformità di illuminazione. I nostri occhi infatti vedono in modo diverso da come "vede" il sensore, che ha una gamma dinamica ben inferiore rispetto alla nostra vista.

Questo vuol dire che mentre per noi umani non è un problema osservare ad esempio una scena in controluce oppure con la parte in alto illuminata dal sole e la parte in basso completamente in ombra, per un sensore invece questa è una situazione estremamente critica ed il fotografo dovrà scendere a compromessi, cioè scegliere cosa privilegiare dal punto di vista espositivo: o le ombre o le alte luci.

Solitamente in tali circostanze rinuncio a scattare, magari proponendomi di ritornare in un periodo della giornata con una luce più adatta, perché non è molto facile recuperare poi in postproduzione una cupa sottoesposizione senza introdurre rumore e ancora più difficile, se non impossibile, è recuperare un cielo fortemente bruciato, anche avendo scattato in RAW.

Ma le regole, come si sa, sono state scritte per essere infrante, e ci sono delle situazioni particolari nelle quali può essere creativo sfruttare invece le condizioni di luce difficile, ottenendo scatti fortemente personali.  

Di seguito due esempi


 Foto di Mario Vani



 Foto di Marco Carnevali



L'IMPORTANZA DELLE CONDIZIONI METEOROLOGICHE

La luce è strettamente legata alla situazione meteorologica e proprio le condizioni del tempo sono un fattore determinante in questo genere fotografico.

Una luce particolare può dare risalto ad un' immagine si è detto in precedenza, ed è proprio la situazione meteorologica che determina il tipo di luce. Si può ottenere comunque una buona immagine con qualsiasi tempo. Un bel cielo blu e saturo al punto giusto è estremamente gradito se si punta sulla valorizzazione dei colori ed è la situazione spesso preferita dal neofita.

Ma ben presto con un minimo di esperienza ci si rende conto che il contributo di un cielo "importante" popolato da grandi nuvoloni variamente illuminati può essere spesso ancora più gratificante e consentirci di portarci a casa immagini estremamente interessanti e potenti, dove il cielo assume talvolta il ruolo di protagonista indiscusso e vincente.

Potendo "ordinarmi" il tempo a piacimento, invece della classica giornata col cielo terso sceglierei invece certamente una giornata variabile e molto luminosa, con una luce decisa.

Di seguito alcuni esempi di come il cielo possa dare un decisivo valore aggiunto.


Foto di Antonio Calo



 Bruno Favaro – Squarcio di luce su Sestri Ponente



Per concludere questo vi mostro volentieri qui sotto questo mio scatto, proprio a suggello dell'assunto che luce e condizioni meteorologiche estreme possono essere gli ingredienti fondamentali per una immagine particolare…e che non bisogna mai la sciare la macchina fotografica a casa  


Bruno Favaro – Tromba marina, Nervi – 2 dicembre 2012




Roberto Canepa – Tromba marina + lampo...che volere di più?



Infine, come esempio finale di evento atmosferico particolare è perfetta questa foto di Alberto Orlandi.

Questo nuvolone incredibile illuminato dal sole al tramonto basta da solo a trasformare un banale paesaggio urbano in una scena apocalittica.

Anche se non l'ho scattata io, sono legato a questa foto ed a questo nuvolone che si è formato sopra la mia città. L'avevo visto anche io circa un'ora prima, quando era solamente una grande nuvole bianca, non ancora enorme e non ancora illuminata in quel modo. Mi aveva incuriosito e avevo pensato di uscire con la macchina fotografica e fare un salto sulle alture per vederlo meglio, ma poi ha vinto la pigrizia ed ho desistito...e me lo sono perso!

Una ulteriore dimostrazione che non bisogna mai rinunciare ad una possibile situazione potenzialmente favorevole dal punto di vista fotografico.



Alberto Orlandi – Il grande nuvolone su Genova



COMPOSIZIONE

Trovata una buona luce la nostra fotografia dovrà essere supportata da una corretta composizione. La composizione è uno dei pochi aspetti fotografici che non è possibile automatizzare; definire un "modus operandi” valido per ogni circostanza non è possibile, ed occorre ragionare volta per volta sulla situazione contingente.

Le regole le sappiamo tutti, inutile ribadirle. Io mi limito solo a suggerire un piccolo accorgimento che trovo validissimo: cercate sempre la composizione guardando dentro al mirino! Sono sicuro che la maggior parte di voi si comporta già così, ma se qualcuno non ha questa abitudine lo invito a farla propria, o quanto meno a sperimentarla: non guardiamo con gli occhi ma guardiamo attraverso il mirino ottico, solo così riusciremo ad avere una percezione più simile al risultato finale e a valutare, ad esempio, se funzioni di più uno scatto verticale o orizzontale, o se c'è qualche elemento di disturbo nell'inquadratura.

La fotografia di paesaggio è un genere riflessivo per antonomasia, dove c'è tutto il tempo per meditare con tranquillità sullo scatto: prendiamoci quindi tutto il tempo che ci serve, guardiamo con estrema attenzione prima di scattare, osserviamo ogni minimo particolare dell'inquadratura: ogni cosa deve convincerci completamente, altrimenti meglio rinunciare a scattare!

Come primo esempio vi propongo non a caso la foto che ha vinto il nostro recentissimo contest proprio sul Paesaggio. 


 Glauco Guaitoli – Invito alla sosta

Perchè questa foto funziona? A prescindere dal fatto che ci fa vedere una veduta magnifica, e questo non guasta di certo, e a parte il fatto che che ha una buona esposizione ed i colori sono piacevolmente saturi, quello che la rende vincente è anche (se non soprattutto) la composizione perfetta. Tutto è ben bilanciato, non ci sono zone senza interesse, e la panchina assolve sia il compito di “soggetto” che di linea guida per portare lo sguardo laggiù verso quei monti lontani. Anche il punto di ripresa è azzeccato, proprio ad altezza panchina, e questo, come dice l'indovinatissimo titolo, è proprio un “invito alla sosta”. Qualsiasi modifica all'inquadratura sarebbe inopportuno, la foto è perfetta così!


Nella foto seguente di Primo D'Apote i filari di lavanda guidano lo sguardo verso l'albero laggiù in fondo, che diventa l'elemento catalizzatore su cui fermare lo sguardo ed ammirare poi i colori del cielo e delle nuvolette. Due terzi il terreno, un terzo il cielo, una proporzione spesso usata dai paesaggisti per valorizzare quello che serve, in questo caso i filari di lavanda.


 Foto di Primo D'apote – Lavanda in Provenza


Qui invece abbiamo un indovinato esempio di inquadratura verticale. Lo sviluppo verticale del coloratissimo nuvolone imponeva assolutamente un taglio siffatto, che ne accompagna l'andamento  


 Michela Favaro – Nuvola Rossa


 Le due foto seguenti dimostrano come la regola dei terzi abbia la sua validità. I soggetti collocati nei punti forti rendono armonica la composizione e forniscono elementi di interesse nei punti giusti.


 Foto di Fabrizio Benelli



 Foto di Fiamma Magnacca


 Ed infine quello che in una foto raramente tradisce: la diagonale!


 Foto di Primo D'Apote



 Foto di Favaro Bruno – Marina di Sestri Ponente



QUEL QUALCOSA IN PIU'

Bene. Abbiamo cercato e trovato la giusta luce, siamo posizionati davanti ad un interessante panorama e lo stiamo componendo con cura e pulizia. Guardiamo dentro al mirino: l'inquadratura ci piace proprio e non ci sono disturbi di nessun genere. Insomma, sembrerebbe che ci siano tutti gli ingredienti per ottenere un ottimo risultato, ma spesso ne occorre ancora uno...il più difficile da trovare: il particolare in più! Cosa intendo con "il particolare in più"? Potrà essere il classico (e magari un po' inflazionato) gabbiano in alto a destra che completi la composizione, oppure una barca che rompa la monotonia del mare od un trattore che entri in un campo arato, o magari invece basterà una minima variazione dell'inquadratura tale da dare un tocco di personalità all'immagine....e così via. Quando abbiamo la netta percezione che alla nostra foto manchi qualcosa, non scattiamo sino a che non l'avremo trovato, perché di sicuro quel qualcosa ci mancherà ancor di più quando guarderemo lo scatto sul PC.


Come primo esempio di “qualcosa in più” propongo questa foto di Adolfo Fabbri. E' raro vedere una paesaggio di Adolfo, è un genere che non pratica molto. Ma quando lo pratica ci mette come sempre del suo. La marina è bellissima e con colori splendidi, ma chi fa la foto (il qualcosa in più) sono il cane e la persona la cui curiosa posizione  ricorda quella a quattro zampe del cane


 Foto di Adolfo Fabbri


Nella foto seguente Maurizio Berni ha avuto l'intuizione di inserire i cavalli al pascolo in basso a sx che danno un riferimento dimensionale e battezzano come paesaggio quello che sembrava un astratto.


 Foto di Maurizio Berni – Pascoli a Castelluccio


L'inserimento delle canoe nella mia immagine seguente regala un tocco colorato e quasi surreale a questa marina altrimenti “normale”.



 Bruno Favaro – Canoe


L'uso di un tele ha appiattito drasticamente la prospettiva, e la foto di Ninni Prestianni diventa quasi un panorama bidimensionale


 Foto di Ninni Prestianni



Inserendo la macchina d'epoca, Mario Lensi ha dato un tocco di originalità al paesaggio toscano




 Mario Lensi – Mille Miglia



Nelle due successive immagini di Silvia Baroni e Marco Carnevali il guizzo particolare è dato dall'atmosfera bucolica che si respira.


 Foto di Silvia Baroni




 Foto di Marco Carnevali  



Naturalmente il "qualcosa in più" può anche arrivare a posteriori, da una sapiente postproduzione o da una indovinata conversione in BN. In questo caso credo che sia importante scattare pensando già a come si vorrà modificare la fotografia. Se lo scatto viene già impostato in funzione della lavorazione che poi gli applicheremo di sicuro il risultato sarà migliore. Ed in questo la nostra Giovanna è maestra indiscussa!


 Giovanna Griffo – Notturno presso i Pini di S.Quirico d'Orcia.



 Giovanna Griffo – Dolomiti in BN





Insomma, sia che arrivi da un particolare esterno, sia che venga demandato poi alla postproduzione, credo sia fondamentale cercare di fornire al nostro paesaggio quel pizzico di originalità che lo renda più "nostro" ed in qualche modo, unico.


Come esempio finale vi propongo questo aereo in fase di atterraggio in una pista che confina con la spiaggia. Senza questo aereo sarebbe un normale panorama, ma questo aereo lo rende straordinario al quadrato! 


 Marco Del Dotto – L'incredibile pista di atterraggio dell'Isola di Saint Martin (Caraibi)





CONOSCENZA E AMORE PER QUELLO CHE SI FOTOGRAFA:

Io credo che il segreto per ottenere una buona foto di paesaggio risieda prima di tutto nella conoscenza e nell'amore verso i luoghi che si fotografano, unito alla grande passione per la fotografia. Non voglio dire che lo scatto sia un accessorio, ma per un paesaggista di sicuro è tanto importante il fatto di scattare la fotografia quanto quello di poter assistere di persona ad un'alba, ad un tramonto, per godere di un bel paesaggio o semplicemente essere nel posto dove ci piace essere.

Un paesaggista prima di tutto ama quello che fotografa e vuole vedere con i propri occhi certe situazioni irripetibili, le cerca per assaporarle intensamente, insomma fa di tutto per essere lì al posto giusto al momento giusto: nel mio piccolo è proprio così.

Ed ognuno ha i suoi luoghi del cuore.


Di seguito alcune foto per le quali è forse inutile scrivere l'autore, perché chi frequenta il nostro sito lo identificherebbe sicuramente solo dal luogo


Ad esempio, direi che di foto con Genova ed il suo porto, le sue navi ed il Matitone ve ne ho propinate talmente tante che immagino le identifichiate subito con me.


 Bruno Favaro – Notturno sul porto di Genova


 Mezzo secondo di tempo per riconoscere l'Autore delle due foto seguenti:



 Ma certo...Elis Bolis ed il suo Fiume Adda!




LA STRAORDINARIETA' DELL'ORDINARIO

Spesso, se un fotografo ama i luoghi che riprende e li sente suoi, riesce a rendere straordinari anche luoghi che magari non offrono moltissimo dal punto di vista paesaggistico. In altri termini, riesce a farci percepire la poesia che ci può essere anche in un ambiente “normale”.

…come questo cascinale abbandonato fotografato da Claudio Mantova


 Claudio Mantova - Cascinale abbandonato



...o questo filare di pioppi di Danilo Tavecchio


 Danilo Tavecchio – Acque e cieli



...e il grande fiume (Po) può essere più romantico di una famosa marina


 Ivan Catellani – Il grande fiume



 Graziano Racchelli – Il grande fiume



...ed una inquadratura indovinata, unita ad una giornata con colori perfetti , riesce a trasformare due anonime case ai confini della campagna in un quadretto che neanche un pittore avrebbe potuto immaginare meglio.


 Graziano Racchelli – Metafisica padana



...un casolare della bassa padana diventa un poetico paesaggio invernale


 


…ed il proprio paese diventa un piccolo presepe!


 Mario Vani – Il mio paese



...e dei filari di vigna si trasformano in una bellissima immagine pittorica.


 Foto di Santo Algeri – Autunno nelle Langhe

...e la campagna innevata diventa una silente poesia.


 Foto di Enrico Lorenzetti - Dentro il silenzio



 Foto di Ivan Catellani – Silenzi d'inverno



CARELLATA FINALE, IN GIRO PER L'ITALIA ED IL MONDO



 Primo D'Apote – Saline di Marsala



 Enrico Maniscalco – Primavera in Norvegia




 Sergio Trezzi – Panorami nostrani




 Tiziano Banci – Barchini silenti




 Marco Carnevali – Val d'Orcia




 Mario Vani – Tramonto invernale




 Bruno Favaro – Alba a Castelluccio di Norcia  




Fabio Battaglini - Snaefellsnesfoss(Islanda)




 Federico Putignano – Islanda




 Fabio Bellavia - Le maestose cime riflesse




Fabio Bellavia - L'incredibile paesaggio di Dead Vlei , deserto del Namib




 Vania Bilanceri – Islanda




 Vania Bilanceri – Islanda




Antonella Giroldini – Brasile, Lençois maranhenses



GRAZIE A TUTTI QUELLI CHE HANNO ANCHE SOLTANTO APERTO QUESTO SCRITTO!

Bruno


Bruno Favaro Luglio 4 '18 · Voti: 5 · Commenti: 31 · Tags: paesaggio
Enrico Maniscalco

Non è per niente facile raccontare di foto di architettura.

L'argomento di per sé è molto vasto, articolato, e per certi versi non sempre di agevole classificazione.

Quello che dunque farò, o meglio che proverò a fare, è raccontarvi del mio punto di vista al riguardo. Un punto di vista personale e parziale, per nulla "accademico", con cui spero semplicemente di riuscire a stimolare interesse, e riflessioni.

 

In estrema e facile sintesi, l'architettura può essere definita come la disciplina con cui l'uomo organizza i suoi spazi vitali, progettando e costruendo le opere - edifici e strutture - destinate ad accoglierlo, nel suo quotidiano.


Questa, invece, la definizione di uno dei più noti architetti viventi, il nostro Renzo Piano: 


L'architettura è l'arte di dare rifugio alle attività dell'uomo: abitare, lavorare, curarsi, insegnare e, naturalmente, stare insieme. È quindi anche l'arte di costruire la città e i suoi spazi, come le strade, le piazze, i ponti, i giardini. E, dentro la città, i luoghi di incontro. Quei luoghi di incontro che danno alla città la sua funzione sociale e culturale. Ma naturalmente non è tutto. Perché l'architettura è anche una visione del mondo. L'architettura non può che essere umanista, perché la città con i suoi edifici è un modo di vedere, costruire e cambiare il mondo.


L'opera architettonica, tuttavia, non si limita ad assolvere alle funzioni pratiche per cui viene concepita in origine: il disegno di luoghi e di ambienti non deve solo rifarsi al rispetto di esigenze tecniche, che riguardano la funzionalità e la stabilità, ma si spinge a soddisfare, allo stesso tempo, un gusto estetico capace di coniugare l'utile con il bello.

Ragione per cui l'architettura rientra a pieno titolo nel "sublime" delle arti visive.


Venendo a noi, ai nostri scopi, come può una rappresentazione fotografica rendere giustizia a quel sublime?

Beh, credo che sia un'impresa maledettamente complicata!

Una considerazione, questa mia, che non ha alcuna intenzione di scoraggiare, com'è ovvio. Tutt'altro! Perché in realtà dovrà essere proprio questo grado di complicazione il più forte stimolo alla ricerca, affinché il risultato ultimo possa evitare di sfociare nello scontato, o in una noiosa staticità.

L'opera architettonica - sia questa un palazzo, come un ponte, o una qualsiasi altra struttura, oppure ancora uno spazio urbano - è un insieme armonico di spazi, prospettive, dettagli, contesto. Una sola immagine fotografica, con il suo limite di campo inquadrato e le sue due dimensioni, può cercare di rappresentarne un carattere, farne intuire la personalità, la presenza d'insieme, lo spirito. Ma per raccontarla, raccontarla davvero, occorrerebbe un qualcosa di simile a un reportage.


Ma come di norma avviene per tutti i generi di fotografia, anche quando ragioniamo di fotografia di architettura, la nostra ambizione invece si sofferma spesso allo scatto singolo. Quello scatto che riesca a essere il miglior interprete di una sintesi visiva, ed emotiva. Lo scatto godibile, meritevole di una pubblicazione, o di un'affissione a parete.


Detta in altri termini, si tratta, di fatto, né più né meno che di un "ritratto".

Perché le foto di architettura che di solito ci occupano, si possono sostanzialmente considerare come un ritratto dell'opera architettonica, un ritratto che la riprende dall'esterno.


Fatta questa considerazione, per praticità espositiva e di trattazione, e allo scopo di provare a fare ordine con un minimo di suddivisione sommaria (del tutto arbitraria, e di certo non esaustiva), potremmo quindi immaginare le seguenti categorie:


- ritratto ambientato: l'edificio (od opera architettonica) è ripreso insieme con parte del contesto in cui è inserito. Narra le caratteristiche dell'opera, e il suo connubio con il mondo intorno;


- ritratto del "volto": viene ripresa solo l'opera architettonica, o una sua parte significativa e distintiva;

- ritaglio: viene ripresa una porzione delimitata, anche in questo caso pur sempre distintiva (ovvero facilmente riconducibile all'opera nel suo complesso).


È evidente che ognuna delle tre categorie richiede un approccio visivo proprio, differente dalle altre due: di ampio respiro la prima, cui si chiede lo sviluppo di una visione d'insieme; di isolamento del soggetto - intero o in parte - per la seconda; di ricerca e interesse per una "porzione", nel caso della terza.


Per fare subito un paio di esempi:


Genova - Torre I Gemelli - Quartiere San Benigno



 ritratto ambientato



ritratto



ritaglio



Genova - Il "Biscione"



ritratto ambientato



ritratto



ritagli






Ogni fotografo, con maggiori attitudini in questo o quel campo, ha quasi sempre generi in cui non si cimenta mai.

La foto architettonica, invece, volente o nolente appartiene a tutti, poiché è improbabile che non sia mai capitato, o non capiti, di fotografare un edificio o un'opera architettonica, di una certa importanza o meno.

Ma come per gli altri generi solo l'estro e la soggettività del fotografo potranno conferire un valore aggiunto, rispetto a una foto puramente "oggettiva" e documentale.

Non che la foto documentale sia necessariamente di minore interesse, ma è naturale che le aspettative del gusto estetico riscontrino maggiore appagamento laddove si riescano a individuare quel taglio, o quella prospettiva, più originali o insoliti, lontani dallo standard, dall'ordinario, e di conseguenza più "intriganti".


Per arrivare a ciò, non ci sono ovviamente ricette precostituite – come sempre vince la fantasia, protagonista non codificabile – ma alcuni comportamenti possono ritenersi opportuni, in linea di massima.

Se, come detto, si tratta in fondo di foto di ritratto, ecco che allora occorre entrare in piena sintonia col soggetto, come in tutti i ritratti che si rispettino. Bisogna scrutarlo in ogni angolo, il soggetto, da ogni punto di vista (e potendo, se la disponibilità di tempo ce lo consente, in ogni condizione di luce). Girare intorno. Guardare in alto e in basso, di lato. E di nuovo girare. Per poi fermarsi. Scrutare i dettagli. Sposarli con il contesto. Scrutare di nuovo. Nuovamente girare. Girare. Girare. Lentamente. Osservare, lasciandosi trasportare dal gusto di cercare la via per farsi migliori interpreti. Senza fretta. E senza inquadrare, se non di tanto in tanto. Si porta l'occhio al mirino, o si osserva il display, solo dopo aver avuto la visione: non si inquadra se si sta ancora cercando.

Solo quando si riesce a "dialogare" col soggetto, quando finalmente se ne coglie l’intimo, solo allora si passa allo scatto. Mai prima. A meno di non volersi accontentare di immagini scontate e anonime, che andranno ad arricchire la collezione delle centinaia di migliaia in famiglia, su centinaia di cartelle dell'hard disk.


Qui di seguito ecco alcuni esempi di ritratto ambientato: una categoria che poi inevitabilmente confina, fino a confondersi, col genere del paesaggio urbano.

Dovessimo trovare una distinzione, potremmo dire che siamo nel campo di cui stiamo trattando - la foto di architettura - quando la personalità dell'elemento architettonico è ben circoscritta, evidenziata e prevalente, per quanto si possa ragionare anche in termini di paesaggio.

Nel complesso, si tratta di immagini che, seppure limitatamente alle potenzialità dello scatto singolo, lasciano immaginare una lettura del luogo, un'interpretazione, anche attraverso lo sviluppo strutturale degli edifici attori protagonisti della scena paesaggistica.


E giunti a questo punto, è doveroso un omaggio all'opera del grande Gabriele Basilico.

Questi scatti ritraggono alcuni quartieri della città di Milano.

Sono scatti all'apparenza di basso impatto estetico ed emotivo (di primo acchito), ma ben rappresentano lo spirito del luogo. Se ne respira l'atmosfera. È un paesaggio urbano, dove tuttavia è forte e prevalente la componente architettonica, nell'aspetto rigoroso degli edifici, e negli spazi.






In quest'ultima foto, notiamo che la presenza della figura umana può contribuire a dare profondità e dimensione, senza annacquare il valore architettonico e paesaggistico del contenuto.



E quindi passiamo a noi, fotografi di Maxartis, sempre nella categoria del ritratto ambientato (che ribadisco essere cugino di primo grado del paesaggio urbano).


Alessandro Cucchiero


Fiamma Magnacca


Graziano Racchelli


Antonella Giroldini


Antonella Giroldini


Enrico Maniscalco


Alberto Orlandi


Mario Vani


Enrico Maniscalco



Dal ritratto ambientato, passiamo al ritratto, la ripresa del "volto": laddove l'inquadratura si sofferma sul soggetto, isolandolo dal contesto o riprendendone una porzione significativa, capace di essere rappresentativa del tutto.

Il rigore compositivo è d'obbligo. Lo è sempre, o quasi, ma in questo genere a maggior ragione. E spesso la ricerca di simmetrie costituisce un elemento portante.



Davide Cecconi


Pietro Collini


Elis Bolis


Livio Prandoni


Enrico Maniscalco


Mario Vani


Teresa Zanetti


Enrico Maniscalco


Enrico Maniscalco



Mario Vani


Mario Vani


Ivan Catellani


Marianna Bitto


Danilo Tavecchio


Mario Vani


Mario Vani


Enrico Maniscalco


Enrico Maniscalco



La parte infine dedicata al ritaglio, spesso si spinge anche alla ricerca di equilibri rigorosamente geometrici. L'identità dell'elemento architettonico resta sempre ben visibile, ma l'esaltazione delle forme, nella loro grafia fatta di rette o di curve combinate in figure armoniche, può anche prevalere sulla "personalità" strutturale del soggetto.

In altre parole, il disegno geometrico, la prospettiva, l'elemento ripetitivo, la simmetria, la curva sinuosa, finiscono con l'assumere una rilevanza a sé, quasi rubando la scena alla protagonista principale - l'opera architettonica - senza tuttavia offuscarla, con questo, bensì valorizzandola ulteriormente.



Enrico Maniscalco


Livio Prandoni


Mario Vani


Enrico Maniscalco


Marianna Bitto


Ivan Catellani


Marianna Bitto


Livio Prandoni


Enrico Maniscalco


Mario Vani


Guido Pucciarelli


Fiamma Magnacca


Alessandro Allegretti


Maurizio Berni


Alberto Bongiorno


Enrico Maniscalco


Elis Bolis



Concludiamo questa parte cambiando radicalmente il punto di vista, e trasferendoci all'interno dell'opera architettonica: là dove si esalta l'efficienza dell'organizzazione degli spazi utilizzati dall'uomo, e dove pertanto gli spazi, insieme con l'estetica degli elementi, divengono protagonisti.>>

La rappresentazione fotografica di questi spazi può spesso indurci a inquadrature "rigide", tanto sobrie quanto scolastiche, dal valore quasi di immagine da catalogo, statica, fredda.


Qui un esempio: si tratta di uno scorcio della palazzina di caccia di Stupinigi.




Lo stesso scorcio, ripreso con maggiore "leggerezza", può coinvolgere il lettore con un maggior senso di dinamismo, e quindi di piacevolezza estetica.




Come questa inquadratura del teatro Bellini a Catania,



rispetto a quest'altra.




Nella ripresa fotografica degli interni, che intenda coniugare la rappresentazione oggettiva a un certo gusto visivo, occorre provare a evitare il punto di ripresa "frontale e piatto", dal'esito formale e scontato (per quanto utile dal lato prettamente documentale).

Anche in questo caso, come in esterno, si impone una perlustrazione attenta e meditativa, che prefiguri la scena, sguardo dopo sguardo.


In questa foto, seppure rigorosa, frontale e simmetrica, la presenza delle ombre arricchisce la scena di movimento e originalità.


Marianna Bitto


Qui una ripresa dal basso, che racconta lo sviluppo della torre senza simmetrie o geometrie troppo rigorose.


Enrico Maniscalco


Qui una composizione movimentata, quasi "musicale".


Mario Vani


In questa foto, infine, la simmetria la fa sì da padrona, ma la ripresa dall'alto in basso - non naturale - e la stessa presenza delle persone, regala una buona godibilità d'impatto, evitando la monotonia.


Michaela Dorn




E con questo, si chiude la prima parte.

Un sincero ringraziamento a chi ha potuto seguirmi fin qui.

Nella seconda parte tratterò quelle immagini fotografiche che prendono spunto da elementi architettonici, per poi invece trasformarsi in un qualcosa di differente: geometria, astratto, soggetto "alternativo".


Concluderò quindi con qualche cenno tecnico, tra cui la lavorazione delle cosiddette "linee cadenti", in sede di postproduzione.


A presto, dunque.




Enrico Maniscalco Luglio 13 '18 · Voti: 5 · Commenti: 13 · Tags: architettura, gabriele basilico, spazi, prospettiva, ritaglio, dettaglio, renzo piano
roberto lanza
MARIA STENZEL

Cresciuta tra il Ghana, l'Olanda e New York, Maria Stenzel è una fotografa poliedrica di grande sensibilità artistica che collabora con National Geographic fin dagli anni Ottanta. Per il magazine ha girato il mondo intero, dalle foreste pluviali all'America del Sud, dal Madagascar alle Ande, realizzando servizi su temi ambientali, scientifici e sociali.
Ma il suo vero amore, il luogo in cui ama tornare sempre fin dal 1995 quando vi approdò per la prima volta, è l'Antartide. E' proprio tra i ghiacci delle terre più meridionali al mondo che questa fotografa si trova maggiormente a suo agio; lì il suo sguardo acuto può spaziare liberamente, catturando l'essenza di un mondo al contempo duro e fragile, dove la natura è padrona.

roberto lanza Gennaio 19 '18 · Voti: 5
Mario Vani

IL FORO STENOPEICO (F.S.)   happy)>>

Come realizzare la prima macchina fotografica della storia con pochi centesimi. Sicuramente in commercio se ne trovano già pronti ma la soddisfazione di crearsene uno da solo, e senza spendere nulla, è troppo grande. E’ anche uno strumento molto didattico. Lo consiglio a chi insegna fotografia di base: vi assicuro che gli allievi rimarranno a bocca aperta e saranno più emozionati nel maneggiare il F.S. che qualsiasi reflex di ultima generazione. >>

Cosa occorre: nastro adesivo nero, forbici, scatoletta di carta, foglio di carta trasparente da disegno, colla, cartoncino nero e una foratrice per cuoio o attrezzo equivalente (ad es. trapano con punta molto fine).>>

Tempo necessario: da 1-2 ore a seconda delle vostre capacità nel bricolage.>>

Il procedimento è semplicissimo, basta seguire le foto in sequenza numerica, che trovate di seguito. >>

Mi soffermo solo su alcuni particolari: >>

a)     Ho utilizzato come scatoletta la custodia di un portafoglio di pelle. Ovviamente potete anche costruirla da zero con un cartoncino nero. Qualsiasi dimensione va bene, io ho preferito una versione “tascabile” di circa 12 cm per il lato più lungo. La parte inferiore della scatoletta (il fondo) va ritagliata al centro lasciando solo la cornice. Il foro andrà ricoperto con il foglio da disegno trasparente. E’ su questo che verrà “stampata” , meglio dire proiettata, l’immagine.>>

b)     Sulla parte superiore della scatoletta (il coperchio) andrà praticato un piccolissimo foro. Qui bisogna fare attenzione perché il foro deve essere più piccolo possibile e soprattutto preciso. Per questo ho utilizzato la foratrice scegliendo la punta più fine. Siccome non riuscivo ad arrivare al centro della scatoletta mi sono inventato una variante: ho fatto un foro grossolano al centro della scatoletta con una forbice, poi ho preso un tassello di cartoncino nero di circa 3 cm quadrati al cui centro ho fatto il piccolo e preciso foro e poi l’ho incollato sul foro più grande della scatoletta, facendo bene attenzione a mascherarlo con del nastro adesivo nero. La luce dovrà passare solo attraverso il minuscolo foro! Perché il foro deve essere preciso e piccolo? Perché l’immagine sarà tanto più a fuoco e nitida quanto più piccolo e regolare sarà il foro! >>

c)     Richiudete la scatoletta ed il gioco è fatto. Da dentro casa, inquadrate fuori dalla vostra finestra, mettendo in avanti il lato della scatoletta con il foro e da dietro, vedrete proiettata l’immagine sulla carta trasparente! Ecco il motivo per cui ho utilizzato questa carta. Se avessi lasciato il cartoncino non trasparente, l’immagine sarebbe rimasta intrappolata all’interno della scatoletta e non avrei visto un bel niente…” Un ultimo consiglio: l’immagine risulterà debole perché anche nella vostra stanza ci sarà luce (che entra dalla finestra!). Allora potete creare un tubo di prolunga, sempre con un cartoncino nero da inserire dietro al F.S.. In questo modo è come se indosserete il panno nero sulla testa tipico dei fotografi dell’800 !  Il tubo andrebbe fatto aderire con precisione intorno alla scatoletta per evitare che entri luce parassita, magari sigillandolo con del nastro adesivo nero. Nella "figura 9" ho lasciato entrare intenzionalmente della luce per far vedere meglio come posizionare il F.S. nel tubo.

>>

Guardando dentro al tubo rimarrete anche voi a bocca aperta... >>

e)     Per finire: l’immagine sarà capovolta, perché? Immaginiamo la luce come tanti fasci luminosi paragonandoli a tante rette. Sappiamo che per un punto passano infinite rette (fasci) ma per due punti passa una sola retta. Semplificando molto, potremmo dire che l’immagine si forma perché abbiamo due punti: il primo è il foro attraverso cui entra la luce, il secondo è sul soggetto inquadrato. Su quest’ultimo ci sono tanti punti che formano tante rette che entreranno in diagonale nel foro ed andranno a proiettarsi sulla parete interna del F.S. formando l’immagine ribaltata.   >>

Ad esempio, tracciando le due rette estreme di una persona quella della testa e quella dei piedi, avremo due diagonali che convergeranno verso il foro, lo attraverseranno ed andranno a “stamparsi” sulla parte interna opposta al foro. Entreranno incrociate, per cui l’immagine sarà rovesciata (vedi figura 11).  

       >>

       FOTO N.1

      

       FOTO N.2

      

       FOTO N.3


 FOTO N.4


 FOTO N.5


 FOTO N.6


 FOTO N.7


 FOTO N.8


 FOTO N.9


 FOTO N.10


 FOTO N.11


(Immagini scattate con iphone).>>

Mario Vani

Mario Vani Novembre 10 '17 · Voti: 5 · Commenti: 4
roberto lanza
Per un solo motivo io fotografo: perché i miei figli sappiano in che mondo ho vissuto.
Gordon Parks

Gordon Roger Alexander Buchannan Parks (Fort Scott, 30 novembre 1912New York, 7 marzo 2006) è stato un regista, sceneggiatore e attore statunitense, nonché compositore, produttore, fotografo, attivista politico, scrittore e giornalista.

È noto soprattutto per aver pubblicato per un ventennio le sue fotografie sulla celebre rivista statunitense Life, e per aver diretto nel 1971 Shaft il detective, uno dei primi film della blaxploitation. È stato il primo regista afroamericano a dirigere un film per una major.[1] Nel 1969 diresse infatti per la Warner Bros. il film drammatico Ragazzo la tua pelle scotta.



roberto lanza Ottobre 22 '17 · Voti: 5
roberto lanza
vi voglio segnalare un articolo interessante che parla di come giudicare una fotografia.
Consiglio anche di scaricare il pdf che troverete alla fine dell'articolo.
Sperando di farvi cosa gradita, buona lettura
ro


http://www.nadir.it/pandora/RIGGI_LEGGERE-UNA-FOTOGRAFIA/leggere-una-fotografia.htm


roberto lanza Gennaio 27 '18 · Voti: 5 · Commenti: 4
Bruno Favaro


INTRODUZIONE La foto paesaggistica è forse uno dei generi fotografici più praticati, se non quello più praticato in assoluto, ed apparente anche quello con meno difficoltà oggettive: un bel panorama è a disposizione di tutti, sempre e comunque, basta conoscerne la locazione ed esso sarà sempre lì ad aspettarci.

Ed invece, forse proprio per l'essere così inflazionata e nazional popolare, è estremamente difficile riuscire a fare il salto di qualità da una anonima foto cartolina ad una ottima foto di paesaggio ben realizzata e ben interpretata.

Ho diviso il mio scritto in due capitoli. Nel primo si parla esclusivamente di mare, onde e mareggiate. Se riuscirete a leggerlo sino in fondo senza affondare troverete poi un capitolo sul paesaggio classico. Cercherò di trasferire le mie esperienze dirette in materia e di raccontare il mio modo di operare, sperando che possa esservi utile.

Gli utenti più anziani si ricorderanno di questo mio lavoro, che era già apparso sul primo MaxArtis. Le note scritte sono rimaste più o meno le stesse, con qualche aggiunta e qualche integrazione. Le fotografie sono invece molto cambiate, e sono tutte mie foto o di Utenti attualmente presenti ed attivi sul nostro Sito.

Se preferite potete scaricare questo stesso scritto in formato pdf qui:


https://drive.google.com/file/d/1KEVPN-RZguNo6yesvDiLkBrEXcSalgUo/view?usp=sharing



A PROPOSITO DI MARE E DI ONDE.... 

Abitando in Liguria e vista la conformazione della mia regione stretta tra mare e monti, la foto di paesaggio per me si identifica spesso con inquadrature marine, e comunque il mare ben difficilmente non è presente. Non c'è molta differenza tra fotografare una marina o un paesaggio terrestre dal punto di vista tecnico: i concetti sono esattamente gli stessi così come l'approccio.

Proprio volendo essere pignoli occorre forse un pizzico di attenzione in più per l'esposizione, visto che il mare ha una superficie estremamente luminosa soggetta a forti riflessi. Ma questi sono tecnicismi che qualsiasi Utente di Maxartis sa come affrontare e risolvere. E' mia intenzione invece condividere con voi alcuni accorgimenti spiccioli che trovo utili e che derivano dalle migliaia di scatti che ho effettuato al mare.

Mi soffermerò principalmente sulla fotografia alle onde, che sono il mezzo con cui il mare ci mostra la sua forza, e che poi sono la vera "novità" rispetto ad una immagine classica di paesaggio.

Parlo di "onde vere", cioè dallo stato del mare molto mosso sino al mare molto agitato, onde che possono raggiungere diversi metri di altezza. Le mareggiate si ripetono solitamente con frequenza di uno o due episodi veramente significativi all'anno nei casi più fortunati (fortunati per il fotografo e non per le spiagge che le subiscono ovviamente) e questo essere molto rare ne aumenta il fascino, come tutte le cose a cui è molto difficile poter assistere.

Non si possono preventivare né richiedere a comando e quando capita di poterne essere partecipi l'emozione è comunque grandissima, a prescindere dall'aspetto fotografico. Lo spettacolo è epico e va colto al volo, meglio quindi avere già chiaro come muoversi e quali tecniche usare. Io vi racconto come è il mio modo di agire, sperando che anche a voi capiti di poter fotografare il mare quando è veramente "arrabbiato" e che quanto scrivo vi possa servire.



Come si fotografa una mareggiata?

Credo che la prima cosa da dire sia assolutamente questa: bisogna averne un grande rispetto ed anche un po' di paura, senza vergognarsene. Dobbiamo trovare un punto che ci permetta una buona visuale ma che contemporaneamente garantisca la nostra sicurezza al cento per cento. Se siamo su una spiaggia NON arriviamo fin dove la sabbia è bagnata anche se apparentemente il mare non si vi si spinge più: se il mare ci è arrivato una volta, lì ci arriverà sicuramente ancora, ed un'onda può avere una forza dirompente anche a molta distanza da dove inizia a frangersi ed a risalire la spiaggia.

Attenzione anche all'attrezzatura fotografica: durante una mareggiata l'aria è piena di salino, che in caso di forte vento di mare può sconfinare anche dalla spiaggia per arrivare alla strada ed alle prime case. Il salino oltre ad abbassare la nitidezza dell'immagine si deposita sulle lenti e sul corpo macchina e, ritornati a casa, è necessario preventivare una bella pulita generale: non ci sono santi, è un tributo che bisogna pagare al mare per lo spettacolo che ci ha offerto!

Motivi di sicurezza e di salvaguardia della macchina fotografica ci obbligheranno quindi a stare almeno a 20-30 metri dall'onda. E questo ci fa già capire che spesso sarà necessario un medio tele, se non un tele, se vogliamo un primo piano dei marosi.

Uno zoom è preferibile per la comodità di variare rapidamente l'inquadratura. Detto questo, credo che il modo migliore di fotografare le onde sia quello di cercare un taglio in diagonale, come vedete nelle immagini che vi propongo di seguito.



Bruno Favaro - Mareggiata a Ge-Pegli




Bruno Favaro - Surf a Varazze



Alberto Bongiorno - Camogli



Bruno Favaro - Varigotti



Federico Putignano - Islanda



La diagonale è sempre vincente dal punto di vista compositivo, qualunque sia il soggetto della foto, ma se il soggetto è l'onda consente anche di vederne al meglio l'intero sviluppo e a mio avviso ne aumenta l'efficacia visiva e la sensazione di potenza. Se la diagonale inquadrata poi è sufficientemente lunga solitamente si possono osservare tutte le fasi dell'onda, dalla sua formazione al momento in cui la cresta comincia a precipitare verso il basso per gravità sino a quando poi si frange sulla battigia tra mille schizzi per trasformarsi infine in candida spuma , diventando del tutto innocua solo un attimo prima di finire la sua corsa verso terra.

Per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza dei meccanismi che regolano la dinamica delle onde (dai venti che le generano sino alla forma e profondità dei fondali a riva che ne regolano la formazione) consiglio vivamente il libro "Wave watching: lo spettacolo delle mareggiate in Liguria" edito da Hoepli e scritto da Natale Gallino, Alessandro Benedetti e Luca Onorato. Oltre ad essere una lettura interessantissima dove il rigore scientifico si sposa con un piacevole linguaggio divulgativo, è anche, e soprattutto, un bellissimo libro fotografico a tutti gli effetti con immagini stupende e mozzafiato...No, no, non ce n'è neanche una mia, purtroppo! E nemmeno conosco gli autori o ne sono parente. Ma se vi piace il mare non lasciatevelo scappare, è un foto-libro imperdibile per gli amanti del genere.



Che tempo di scatto usare per fotografare un'onda?

Dipende naturalmente da quello che si vuole ottenere. Se vogliamo congelarla perfettamente dovremo usare un tempo veramente breve, naturalmente rapportato all'ottica che stiamo usando, e comunque non inferiore a 1/250 di secondo, ma valori attorno a 1/1000 o più brevi ancora sono ideali per fermare ogni singola goccia. 

 


Foto di Alberto Bongiorno



Se viceversa vogliamo rendere fluida l'acqua il tempo di scatto più appropriato dipenderà ancora di più dall'ottica impiegata e dalla distanza, e consiglio di visionare ogni scatto sul monitor della macchina ed apportare le correzioni del caso sino ad ottenere l'effetto che ci eravamo prefissi.

  Primo D'Apote - Varigotti


Una cosa è importante secondo me: avere bene in testa che tipo di fotografia vogliamo e non scendere a compromessi. Quando fotografo le onde è uno dei rari casi in cui imposto la priorità dei tempi invece che la priorità dei diaframmi, proprio per ottenere l'effetto che voglio. Una soluzione a mezza strada, e cioè un'onda che non è né mossa né ben congelata, per me non ha una buona resa fotografica e soprattutto sembra scattata "per caso". Ma c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, o se vogliamo la bravura del fotografo nel trovare una coppia tempo/diaframma vincente, come nelle immagini seguenti di Alberto Bongiorno e Mario Vani:


Foto di Alberto Bongiorno



Foto di Mario Vani


Se possibile vi consiglio di scattare brevi raffiche: da un momento all'altro l'onda cambia forma e non è facile centrare il momento migliore, anzi, è spesso demandato alla fortuna, e la fortuna è meglio aiutarla aumentando il numero degli scatti sperando di ottenere quello che ci soddisfa. Provate a scattare una raffica veloce di 3 o 4 fotografie nel momento topico in cui l'onda inizia a "rotolare" e visionatele poi a monitor: vi accorgerete che ogni scatto ha una sua "personalità" perché bastano pochi decimi di secondo di differenza per avere forme completamente differenti, più o meno gradevoli dal punto di vista fotografico. Ma le onde sono una diversa dall'altra anche per dimensione.

Nel libro che vi ho suggerito questo argomento è trattato diffusamente ed in modo molto interessante ma richiederebbe troppo tempo per descriverlo interamente. Mi limito a riportare che misurando un campione qualsiasi di 100 onde successive e facendone la media si può affermare statisticamente che il 10% delle onde potranno avere altezza doppia dell'onda media e ci potrà essere un'onda massima con altezza circa tre volte dell'onda media.

Uno scarto niente male! Questo vuol dire ad esempio che in caso di mare agitato, tipico di una "normale" mareggiata e cioè a forza 5 secondo la scala Douglas convenzionalmente adottata come misura della forza del mare, in un insieme arbitrario di 100 onde consecutive secondo tale scala ci aspetteremo altezze medie comprese tra 1,7 e 2,7 metri.

Già non si scherza, ma attenzione: lo studio statistico appena enunciato ci dice che il 10% delle onde potrà avere altezze doppie e quindi tra circa 3 e 5 metri, e che potrà anche arrivare un'onda massima attorno ai 7 metri. Le misure sono calcolate in mare aperto, ma anche avvicinandosi alla costa non è che si scherza.... Inoltre il periodo dell'onda (cioè la distanza temporale tra un'onda e l'altra) in una mareggiata tipica è di circa 10 secondi, e quindi ci vogliono circa 1000 secondi per 100 onde, cioè più di un quarto d'ora: capito perché è meglio non arrivare fin dove la sabbia è bagnata anche se il mare è quasi un quarto d'ora che non arriva più fino a lì? L'onda massima potrebbe giungere improvvisa da un momento all'altro! Le mie due foto seguenti documentano due momenti idi situazioni al limite della sicurezza


Bruno Favaro - Il temerario (Boccadasse)




Bruno Favaro - Come può uno scoglio arginare il mare... 



Giusto per dare ancora qualche riferimento, ed attingendo sempre dal solito libro, vi posso ancora raccontare che nella mareggiata del 1 e 2 gennaio 2010 qui in Liguria la boa di misurazione di La Spezia segnalò un'onda massima di quasi 8 metri. La foto che vi propongo di seguito la scattai proprio durante quella mareggiata, ma l'onda di 8 metri non è certo questa che ho fotografato, perché sono arrivato sul luogo dello scatto (faro di Camogli) quando il mare era già un po' calato:


Bruno Favaro - faro di Camogli durante la mareggiata del Gennaio 2010


Ed infine, la più grande mareggiata che si ricordi dal secolo scorso fu quella del 1955: ci furono onde con altezza massima di 11-13 metri (cioè come un palazzo di 4 piani), la diga foranea a protezione del porto di Genova fu colpita da questi marosi giganteschi con spruzzi che si innalzarono sino a 150 metri (sì, centocinquanta) come riportano le cronache dell'epoca con documenti fotografici. La diga foranea fu letteralmente distrutta per un tratto lungo 300 metri e le navi in porto furono esposte alla furia del mare ed alcune addirittura si rovesciarono.

Il mare raggiunse lo stato di "mare grosso", cioè forza 7, che è il massimo livello raggiungibile da un bacino chiuso come il Mediterraneo: di più non è possibile fisicamente, perché ci sarebbe bisogno di una rincorsa più lunga per aumentare ancora, ed il Mediterraneo è troppo piccolo.

Sugli Oceani invece si può raggiungere forza 9, con onde superiori ai 20 metri. Oltre poi c'è la leggenda! Cosa c'entrano tutti questi dati con lo scattare immagini? Assolutamente niente, ma spero che vi facciano venire una voglia matta di fotografare una mareggiata, perché vi garantisco che è una bellissima esperienza! Ma ritorniamo alla fotografia: è importante, se possibile, inserire nello scatto un elemento di grandezza nota per far capire le dimensioni del fenomeno, e siccome in mare quando c'è burrasca non c'è assolutamente niente (altrimenti affonderebbe) bisogna allargare l'inquadratura per cercare elementi del paesaggio che svolgano questa funzione comparativa. Si perderà un po' del primo piano delle onde, ma le onde

stessa acquisteranno le giuste proporzioni e ne guadagneranno in maestosità. Nella mia precedente foto del faro di Camogli avevo introdotto proprio il faro ed il molo con l'intento di fargli svolgere la funzione di "metro di misura". Di seguito altre quattro mie immagini nelle quali l'elemento umano nella prima e nella seconda, la nave nella terza e gli edifici nella quarta svolgono (anche) la funzione di comparazione dimensionale.

Bruno Favaro - Chi non rischia non piglia pesci...



Bruno Favaro - Un surfista affronta una grande onda a Varazze



Bruno Favaro - Mare agitato, ma bisogna partire!



Bruno Favaro - Mareggiata a Camogli


E' possibile però, e anche molto divertente, scattare dei veri e propri "ritratti" all'onda, cioè renderla protagonista assoluta dello scatto con inquadrature molto ravvicinate con l'uso di un buon tele.

Anche se il soggetto è apparentemente sempre lo stesso, otterremo invece immagini una diversa dall'altra, perché ogni onda è davvero differente dall'altra e, come ho già detto, ogni singolo istante della stessa onda ha la sua particolarità.  


  Bruno Favaro - Ritratto all'onda


C'è da notare inoltre che ogni spiaggia ha una sua conformazione caratteristica che influenza il modo con cui i marosi si frangono. E se poi siamo in prossimità di una scogliera avremo anche il bonus degli spruzzi che si innalzano altissimi, anche se i 150 metri del 1955 restano un episodio unico. Di seguito alcuni esempi.


Bruno Favaro - Una grande onda si frange sul molo di Varigotti



Bruno Favaro - Spruzzi e schizzi nella Baia dei Saraceni (Varigotti)



Splendido pinnacolo catturato da Roberto Canepa - Sestri Levante/Riva trigoso


Ma tutto questo è niente in confronto all'onda seguente, la mitica onda catturata da Fabio Bellavia sul lungomare di Cuba. Ma del resto l'Oceano ha gioco facile sul Mediterraneo..


Foto di Fabio Bellavia - Cuba



La forma dell'onda dipende anche dal momento. Se la burrasca è ancora in corso i venti saranno impetuosi ed avremo il mare "vivo", cioè con onde spettacolari ma sgraziate che spesso interferiscono l'una con l'altra, magari annullandosi oppure sommandosi come potenza, con pinnacoli imponenti e con creste che nascono e scompaiono talvolta ancor prima di arrivare a riva.


Bruno Favaro - Mareggiata a Sestri Levante

Se invece la burrasca ormai si è placata ed il vento è cessato o addirittura si è trasformato in vento da terra, allora avremo il mare "lungo", l'onda avrà magari dimensioni leggermente inferiori ma acquisterà in eleganza e ritmo, diventando una ordinata e maestosa sequenza di cavalloni che si abbattono sulla riva con pulsante regolarità. Spesso il cielo si aprirà e ci regalerà una buona luce consentendoci finalmente tempi rapidi. E' il momento della mareggiata che preferisco. Nella mia foto seguente la luce mi ha regalato un momento particolarissimo.


Bruno Favaro - "Incendio" in mare (spiaggia di Pegli)

Riassumendo direi che fotografare un primo piano di un'onda a campo stretto è un po' come fare una street: si può aiutare la sorte scegliendo un luogo adatto, ma solo dopo aver visionato lo scatto sapremo se avremo veramente colto l'attimo giusto. E ribadisco il concetto dell'utilità dello scatto a raffica, iniziando la sequenza dal primo momento buono e continuandola fino a che la forma dell'onda continua a piacerci. Io ho fatto centinaia di scatti alle onde, e questa che vi propongo di seguito, ad adesso, è quella che mi soddisfa di più perché ha la grinta necessaria, gli spruzzi sono ben congelati ed ha una sua gradevolezza estetica che mi ricorda un occhio, anche se l'onda perfetta la sto ancora cercando!


 Bruno Favaro - L'occhio dell'onda



Il mare come “paesaggio”

Mi avete seguito sino qui senza bagnarvi con gli spruzzi delle onde? Bene! Ora non correte più nessun pericolo di questo tipo, perchè il mare non è solo burrasche e cavalloni, il mare vuol dire anche marine incantevoli e scenari naturali senza pari. Vi propongo di seguito una serie di immagini che sono un piccolissimo campione di tutte le bellissime immagini che si possono trovare nella galleria del nostro Sito. 



Foto di Enrico Maniscalco



 Foto di Marco Carnevali



Foto di Michela Favaro




Foto di Nicola Marongiu




Foto di Primo D'Apote




Foto di Fabio Rubino




Foto di Massimo Cavalletti




Foto di Antonio Calò




Foto di Alberto Orlandi




Foto di Eraldo Parodi




Foto di Ornella Locatelli




Foto di Nicola Picciau




Foto di Federico Putignano




Foto di Antonella Giroldini



Foto di Ninni Prestianni




 E per finire concludo con queste immagini che ben descrivono quello che per me rappresenta il mare. Certo, onde e mareggiate sono elementi naturali che mi affascinano e che mi danno la gioia di ritornare bambino nell'osservarli, ma il mare per me rappresenta soprattutto un luogo di meditazione, direi quasi di introspezione. E proprio per questo ne sono un assiduo frequentatore nei periodi invernali, al di fuori della calca estiva. Senza contare che in inverno ci sono i tramonti migliori, con una luce ed una atmosfera impagabili.




Bruno Favaro - Meditazione




Roberto Lanza - Il vecchio ed il mare (Vedo che anche per Roberto il mare significa meditazione)





Bruno Favaro - La luce del tramonto




Bruno Favaro - Tramonto a Camogli





Ringrazio tutti quelli che sono arrivati sino qui, e vi do appuntamento alla prossima puntata, dove si parlerà sempre di paesaggio ma in senso generale, con tante altre immagini prese sempre dagli album di MaxArtis.


Bruno 




Bruno Favaro Giugno 25 '18 · Voti: 5 · Commenti: 14 · Tags: mare, paesaggio, bruno, favaro, onde, mareggiata, liguria, varazze, genova, porto, scala douglas
Mirko Fambrini

Che cosa c'entra Pirandello con la fotografia di strada?

C'entra fidatevi, centra.

Guardate i numeri.


Una...


Una è la visione di fotografia di strada di colui che ha ormai acquisito tutte le certezze.

Il momento decisivo di Bresson è stata la sua folgorazione e nessuno sarà mai in grado di fargli cambiare idea.

- Guarda che ci sono anche fotografie che raccontano storie - obietta un'altro uno.

- Robert Frank si che faceva street photography -

- Le sue foto sono vive, descrivono la realtà nuda e cruda, altro che momento decisivo -

- Si ma se non è presente il momento decisivo è solo reportage, e se non è reportage è qualcos'altro -

Quante volte ci sarà capitato di leggere queste cose, mutando talvolta vecchi maestri di riferimento.


- E allora William Klein dove lo mettiamo? Lui si che fu rivoluzionario ed innovatore.>>

Infranse tutte le regole, altro che momento decisivo. Quando sei in strada è solo un attimo, puoi fare quello che vuoi. -

Altro uno.

- Lasciate perdere, facile il bianco e nero.  

Vuoi mettere Joel Meyerowitz. La sua street photography è l'unica originale. Intanto è a colori e talvolta non ci sono nemmeno le persone! -

- Senza persone? Ma cosa dici, se non ci sono le persone non può street photography!

Altro uno.

- Erwitt faceva vera street, faceva ridere, in strada si ride, per le cose serie ci sono i libri. -


Tutti uno, o meglio una unica visione tesa ad escludere, a selezionare per riduzione.

Già ridurre, ridurre ed escludere ma da cosa?


Nessuna...


Può apparire strano ma secondo alcuni la "street photography" non esiste.

Nessuna- è la visione che hanno coloro che riducono, riducono, riducono e riducendo avvertono: guardate chein realtà  è solo reportage. 

Il resto sono solo mere elucubrazioni speculative.

Il singolo frammento insignificante non ha nessun valore. 

Chi se ne frega se la maglietta a righe attraversa le strisce pedonali (ed inoltre diciamocelo: basta con 'ste strisce pedonali, non se ne può più).

Chi se ne frega se una scatola rossa entra con congiunzione astrale con il pianeta Marte e similari (ed inoltre diciamocelo: questo trova colori ha un po scassato gli zebedei).

Chi se frega se il cartellone pubblicitario fa rima baciata con il primo che passa per la strada (ed inoltre diciamocelo che sono tutte preparate).

Chi se ne frega delle luci e delle ombre (ed inoltre diciamocelo che se fate un corso di fotografia imparate anche ad esporre correttamente) 

Lasciate perdere, la street photography, e prima ancora la straightphotography, non esiste, sono americanate.

Lo sapete che molti fotografi italiani dei tempi passati dicono che loro scattavano e basta, lo chiamavano reportage, mica c'era internet e HCB non sapevano nemmeno chi fosse. Oggi gli fanno i complimenti per le loro foto di street.

Datemi retta, la street non esiste, è solo reportage, il resto è modaiolo, è solo un' illusione di mercato..


... e centomila.


Centomila sono invece coloro che scendono in strada e scattano foto.

Oggi.

Foto belle anche con signorine meno belle, foto brutte anche con signorine più belle, foto buone (anche se non per mangiare quando viene Natale), cattive (da non mangiare tutti i giorni), con persone-cose-animali (con ulteriori scelte opzionali ma escludete le parole che iniziano con la xwy che tanto non le trova nessuno), riprese quando è uscita la lettera F, il 12, o il colore giallo, e via dicendo.

Escono e scattano quello che hanno da dire.

Una storia, una persona, una barzelletta o anche niente.

Anche il niente può avere un senso.

L'importante è non abusarne perchè troppo niente alla fine... non vuol veramente dire niente.


E se ne fregano se non piace.

Non piace nemmeno Pirandello.

Ma chi lo ha mai letto 'sto Pirandello?

E se ne fregano se qualcuno alza il dito e dice: ma questa non è street!


Dite loro di leggere Pirandello.

Anzi di studiare Pirandello, ed anche la fotografia di strada.


Ma sopratutto, non prendetevi troppo sul serio, e studiate anche voi Pirandello e se resta tempo anche... la fotografia di strada.


Mirko Fambrini Ottobre 29 '18 · Voti: 5 · Commenti: 1
Bruno Favaro

Il 14 Agosto di un anno fa, alle ore 11:36, crollava il Ponte Morandi e portava con sè 43 vittime innocenti.

Ad un anno di distanza non esiste più nulla del vecchio Ponte, se non l’enorme montagna di detriti conseguente all’abbattimento controllato del 28 giugno scorso delle due pile sovrastanti le case, di cui avevo mandato testimonianza fotografica a suo tempo.


Al di fuori di ogni retorica, e al fuori di ogni giudizio positivo o negativo su come stiano procedendo le cose, oggi voglio portarvi con me nelle vie che più hanno sofferto per quella tragedia immane, e che ancora oggi sono nel disagio, ma cercano con grande forza di venirne fuori.

Via Porro è senza dubbio il simbolo del crollo. E’ la via dove si trovano le case che erano sovrastate dal Ponte. Buona parte della via è zona rossa ancora oggi, tanto vale che se oggi cercate su Google Maps questa strada, la visione in Street View è ancora antecedente al crollo, in quanto la macchina di Google non ha potuto transitarvi per poter recepire gli aggiornamenti, ed il Ponte è ancora lì a sovrastare le abitazioni, come un enorme gigante, purtroppo con i piedi di argilla

Ecco un’ immagine di via Porro che ho tratto appunto da Google Maps di recente:



Foto di Via Porro in Google Maps, come era prima del crollo e come la si vede anche adesso in rete



L’adiacente Via Walter Fillak forse è meno nota a chi non abita a Genova, ma è una grande arteria di comunicazione cittadina tra i popolosi quartieri periferici della Val Polcevera ed il centro di Genova. Anche questa via è bloccata dal giorno del crollo, ed anche questa via in Google Maps appare come era un anno fa. Eccola:




Qui sopra due foto di Via Fillak in Google Maps, come era prima del crollo e come appare anche ora in Google Maps



Ed oggi?

Molte case di Via Porro hanno dovuto essere abbandonate, altre sono state abbattute ed altre lo saranno ancora, ma altre invece hanno continuato ad essere abitate, pur se tra un milione di difficoltà.

Le case di Via Walter Fillak non hanno subito danni, ma la strada è stata tagliata in due, trasformandosi da strada trafficatissima piena di attività in un deserto senza vita. In particolare, i detriti dell’esplosione controllata del 28 giugno scorso l’hanno definitivamente spezzata in due tronconi, col conseguente tracollo delle attività commerciali della zona.

Qui sotto due mie immagini di sabato scorso di via Fillak come è ora, da entrambi i versanti dei detriti del Ponte.


Foto dei detriti del Ponte in via W. Fillak, da Sud verso Nord



Foto dei detriti del Ponte in via W. Fillak, da Nord verso Sud



Il problema più grosso di Via Fillak, di Via Porro e di altre strade adiacenti sono state le polveri dovute al crollo e al maneggiamento dei detriti, e hanno continuano ad esserlo in tutti questi mesi, in particolare durante l’esplosione del 28 giugno. Camminando in prossimità del cantiere ho avvertito ancora in questi giorni l’odore della polvere nell’ aria. La gente che abita ai confini della zona rossa cerca di resistere come può, e lo fa anche affidando la propria rabbia e la propria determinazione a scritte ed a cartelli improvvisati esposti artigianalmente là dove si può.




I manifesti della gente che abita nelle zone adiacenti la zona rossa



Più a nord di Via Porro c’è il popoloso quartiere di Certosa. Qui per fortuna non ci sono stati danni fisici alle cose o alle persone, ma il crollo ne ha collassato la micro economia proprio per le difficoltà di comunicazione. Per lungo tempo per andare in centro da qui si doveva fare un lungo giro vizioso, intasato di macchine. E se la scuola era “al di là del Ponte”, anche i bambini erano in grossa difficoltà.

Per cercare di rivitalizzare la zona e provare a fare qualcosa di positivo, sono stati invitati di recente i migliori Writers, lasciandogli a disposizione le facciate delle case per la loro arte. E la risposta dei Writers non si è certo fatta mancare. Di seguito alcuni miei scatti di sabato scorso.







I Murales nel quartiere di Certosa




Nella città di Paolo Villaggio non poteva mancare lui...il Ragioniere per eccellenza: ed ecco che una delle case è stata dipinta proprio col faccione del mitico Ugo Ragionier Fantozzi!

Inutile dire che è il murales più visitato…e quello che io stesso ho fotografato di più.





Il Ragionier Ugo Fantozzi




I murales non possono cancellare la tragedia, questo no, ma di sicuro possono migliorare l’umore. Devo dire che mi sentivo bene e leggero nel girare tra questi enormi disegni a cielo aperto. Il lavoro dei Writers non si è limitato ai grandi murales, molte serrande di proprietari consenzienti sono state rivitalizzate e rallegrate, come potete vedere qui sotto.



I Writers all'opera anche nelle serrande




Lungo l’argine del fiume, nella zona dove il 14 Agosto 2018 precipitarono auto e camion, ha voluto lasciare lasciare la sua testimonianza anche il famoso writer che si firma “Manu Invisibile”. Qui sotto la sua opera


Il Murales di "Manu Invisibile"





Mi piace chiudere queste mie brevi righe con una immagine estremamente positiva che ho scattato domenica mattina: questo è il primo pilone del nuovo ponte che sta nascendo. L’ho scattata domenica scorsa, 11 Agosto, alle ore 7:19 del mattino. 


Il primo pilone del nuovo ponte


Se osservate bene in basso a sinistra si vede un operaio al lavoro, ed il cantiere era perfettamente operativo. E proprio oggi è stato aperto un bypass stradale sfruttando via Porro, in modo da poter aggirare in parte il blocco di via Walter Fillak. Insomma, la volontà di tutti di fare in fretta c’è! E magari potrà transitare la macchina di Google Maps per aggiornare la situazione, così il vecchio Ponte Morandi sparirà anche dalla Street View di Google



Grazie di cuore a chi mi ha seguito fino a qui.

Bruno






Bruno Favaro Agosto 12 · Voti: 5 · Commenti: 15
roberto lanza
  Fulvio Roiter
Meolo, 1º novembre 1926 – Venezia, 18 aprile 2016 è stato un fotografo italiano.
Esperto di fotografia in bianco e nero usò anche nel colore dei reportages di viaggi
una personale tecnica che esaltava luoghi e particolari inediti della scena.
Già apprezzato fotografo per aver prodotto diversi libri fotografici di città e regioni del mondo,
salì alla ribalta internazionale per gli scatti sulla sua Venezia da cui trasse il libro Essere Venezia del 1977.

È stato uno dei tre fotografi italiani a cui è stato assegnato nel 1956 il premio internazionale per l'editoria fotografica Nadar.
Proveniente dalla scuola della fotografia neorealista, Roiter
sviluppa e raffina la «forza narrativa e l'occhio poetico» con le sue foto bianco e nero inventando un formato fino ad allora inusuale,
quello rettangolare, in cui colloca personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno in un contesto dove vengono rigorosamente privilegiate
«le forme della composizione» con inquadrature calcolate come per esempio la foto di due carabinieri fotografati in una piazza ben squadrata
o le forme di persone in cui viene esaltato il contrasto con il resto dell'immagine.
Contrasto ricercato con colori "accesi" anche per la fotografia a colori,
che all'inizio della sua "conversione" dal B/N fa subito riconoscere il suo nuovo "stile".

Un metodo per il bianco nero quello di Roiter, dove
«l'essenzialità e il rigore del bianco nero prevaleva sul trionfo del colore»,
questa infatti fu la motivazione della giuria che fece vincere al fotografo veneziano il premio internazionale francese Nadar
che premiò il più bel libro nel panorama mondiale della editoria fotografica del 1956,
un libro di foto realizzate esclusivamente in bianco nero rispetto ad altri libri fotografici di altri famosi fotografi che scelsero il colore.

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