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Enrico Maniscalco

Provo a lanciare l'ennesima discussione sui commenti, in particolare su quelli critici e costruttivi, da tempo ormai non così frequenti come vorremmo.

Comincio col condividere alcune riflessioni preliminari, per poi avanzare una proposta - il "Manifesto", nel prossimo post sul blog - su cui mi piacerebbe riuscire a intrattenere la comunità di Maxartis, e ovviamente lo Staff.

È una proposta che credo potrebbe costituire una base di partenza, per l'auspicato rilancio dello spirito del confronto, che sia il più possibile allargato;  una proposta che, se apprezzata, dovremmo però provare a costruire insieme.

 


Divagazione leggera sui commenti

 (e sui riscontri ai commenti)



Premessa


 

Un commento che esprime un apprezzamento positivo di sicuro gratifica, quasi sempre fa bene all'umore di chi lo riceve (e anche di chi lo esprime), ma raramente offre spunti di crescita.

Per contro, non è per niente facile esprimere una critica che metta in evidenza un difetto, e attribuisca un giudizio negativo all'oggetto considerato: le diverse sensibilità di coloro che quella critica la ricevono, possono dare origine a diverse reazioni, talvolta tese e stizzite.

In linea teorica, tuttavia, quando lo scambio avviene attraverso la forma scritta, la possibilità di premeditare la parola può meglio consentire un certo controllo. Ma occorre fissare alcune semplici regole, il cui reciproco rispetto può contribuire ad agevolare il confronto.



Le casistiche sommarie e ipotetiche del confronto


Con un processo di semplificazione estrema, potremmo catalogare i momenti di un confronto in quattro  ipotetiche tipologie, capaci di svilupparsi autonomamente o di intrecciarsi l’un l’altra, con pesi e sfumature diversi, a seconda dei casi.


Immaginiamo, per esempio, che io debba esprimere un giudizio non benevolo sulla maglia viola che indossi.


Posso dirti:


a) Secondo me quel colore non ti dona. La critica è in tema, perché specifica sull'oggetto. Non è molto circostanziata nelle motivazioni, ma resta ben delimitata entro i confini dell'argomento.


b) Francamente le maglie che hai non ti stanno per niente bene. È un'estensione: la critica si allarga a una pluralità di oggetti simili.


c) Non so dove diavolo le compri, le tue maglie! È uno sconfinamento generico: si esce dal tema, ci si allontana dalla specificità dell'oggetto, con cui tuttavia resta un legame indiretto.


d) Non ti ci vedo proprio a indossare delle maglie!  È uno sconfinamento verso la persona. Ci si allontana dall'oggetto e dai suoi richiami indiretti, per dirigersi verso la persona e le sue peculiarità.

 


Per un caso fotografico, posso per esempio immaginare di commentare un tuo paesaggio:


a) Questo paesaggio non mi dice granché. Critica in tema.


b) I tuoi paesaggi mi sembrano un po' mosci. Critica estesa.


c) Ma dove li vai mai a cercare, questi paesaggi? Sconfinamento generico.


d) Il paesaggio non è il genere che ti si addice. Sconfinamento verso la persona.

 


Gli ipotetici momenti del confronto possono ovviamente riguardare anche colui che da riscontro al commento.


La risposta al caso a) della maglia (Secondo me quel colore non ti dona) potrebbe quindi essere:


a) Dici? Secondo me invece si abbina bene ai miei pantaloni. In tema.


b) Ma se ne ho altre che ti sono piaciute! Estensione.


c) Credo che tu ce l'abbia col colore viola. Sconfinamento con legame indiretto.


d) Per favore lascia perdere. Che vuoi saperne, tu, di maglie? Sconfinamento verso la persona.


 

Mentre la risposta al caso a) del paesaggio (Questo paesaggio non mi dice granché) potrebbe essere:


a) Io invece lo trovo affascinante! In tema.


b) È un paesaggio come quelli che già  ti sono piaciuti! Estensione.


c) Non è che per caso i paesaggi non ti attirano? Sconfinamento con legame indiretto.


d) Tengo a mente, vista la galleria che ti ritrovi! Sconfinamento verso la persona.


 


La regola o accorgimento per evitare il conflitto


Il potenziale grado di conflittualità nel confronto (commento e riscontro) aumenta proporzionalmente quando ci si scosta dal caso a) al caso d). Pertanto, per provare a regolamentare lo scambio, allo scopo di evitarne l'insuccesso, si può così ragionevolmente suggerire di restare fortemente ancorati al caso a), evitando di scendere al b) e al c), se non con molta circospezione, e restando ben alla larga dal d).


Il caso a), in linea teorica, potrebbe anche reggere di fronte a batti e ribatti con toni accesi ed espressioni dure, purché venga rigorosamente rispettato il confine del tema.


Il caso d) potrebbe invece decretare la sepoltura del confronto anche con un solo monosillabo.

Enrico Maniscalco Gennaio 14 · Voti: 4.67 · Commenti: 52
roberto lanza
Con questo articolo, diviso in due parti, vorrei provare a fare
un pò di chiarezza sulla STREET PHOTOGRAPHY,
un genere praticato da molti anche sulle pagine di MaxArtis.
Ma molte delle foto pubblicate come street , a mio personale parere,
non rientrano in questa categoria.
Naturalmente sono considerazioni personali ed opinabili,
regole scritte non esistono.
Sarebbe però,interessante conoscere anche il Vostro parere,
potrebbe nascerne una bella discussione, costruttiva
come se ne facevano molte un tempo sul veccho Max.

Per illustrare l'articolo ho selezionato
foto trovate nelle varie gallerie
tra gli utenti di Max Artis.
Voglio ringraziarli,
sono validi esempi per meglio chiarire quello che ho scritto.


Concludo facendo mia un’affermazione di Joel  Meyerowitz
uno street photographer nella tradizione di HCB e Robert Frank,
anche se lavora esclusivamente a colori.
Joel  Meyerowitz afferma di non essersi mai sentito legato
a nessuna disciplina fotografica:
la fotografia di strada è l'unico mezzo che non deve nulla
alla pittura e alle altre arti plastiche, è puramente fotografia.

Ecco è puramente fotografia, nulla di più.

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prima parte



Si sente spesso parlare di street photography,stile fotografico,
ma in quanti conoscono davvero questo stile e la sua essenza?


L'errore più comune fra chi prova a cimentarsi
nella street photography è
considerare street photography qualsiasi immagine scattata
in strada, foto a caso che, prima o poi,
regalano qualche scatto accettabile,
ma in realtà, è un'altra cosa.
E' un genere che cela un mondo sconfinato dove è facile perdersi.

Wikipedia ne da questa definizione:

La street photography ("fotografia di strada") è un genere fotografico
che vuole riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici
al fine di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni.
Tuttavia, la street photography non necessita
la presenza di una strada o dell'ambiente urbano.
Il termine “strada” si riferisce infatti ad un luogo
generico ove sia visibile l'attività umana,
un luogo da osservare per catturarne le interazioni sociali.
Di conseguenza il soggetto può anche essere del tutto privo di persone
o addirittura un ambiente dove un oggetto assume delle caratteristiche umane.
Molti fotografi di strada proprio per questo tipo di reportage sociale
rientrano in quella che è stata definita: scuola umanista.


foto Mario Vani


foto Andrea Di Luzio


foto Livio Prandoni


foto Massimo Cavalletti


foto Raffaello Ferrari




L'inquadratura e il tempismo sono degli aspetti chiave di quest'arte;
lo scopo principale infatti consiste nel realizzare
immagini colte in un momento decisivo o ricco di pathos.
In alternativa, uno street photographer può ricercare
un ritratto più banale di una scena come forma di documentario sociale.



foto Adolfo Fabbri


foto Antonella Giroldini


foto Cesare Salvadeo


foto Fiamma Magnacca


foto Ivan Catellani


foto Elis Bolis



Tuttavia ci sono dei punti chiave che identificano questo genere.
L’aspetto fondamentale è la spontaneità ,
una foto di street è un’immagine colta al volo (quasi “rubata”),
un vero estratto della realtà :
non ci sono persone in posa e niente è costruito a priori.
Il secondo punto che identifica le foto di strada è la presenza umana.
Il soggetto deve essere la persona, o l’effetto che ha all’interno dell’ambiente.
La fotografia di strada non deve essere banalizzata in un ritratto all’aperto
e neppure in una foto documentaristica all’interno della città .
Occorre cercare con attenzione le situazioni che meglio si prestano
a raccontare in un unico scatto un evento particolare,
una foto che possa “vivere” da sola e che spieghi qualcosa
creando interesse in chi osserverà  poi la fotografia.

Nella street photography ci sono altre particolarità ,
usate spesso in questo genere, come ad esempio l’utilizzo del bianco e nero
per enfatizzare il momento catturato senza la distrazione del colore,
concentrando l'attenzione sul messaggio.
Oppure una componente ironica che rende l’immagine maggiormente interessante.


foto Enrico Maniscalco


foto Mirko Fambrini



foto Pietro Collini




foto Salvatore Rapacioli



foto Santo Algieri


foto Maurizio Berni



foto Michela Favaro


foto Vania Bilancieri

roberto lanza Giugno 18 '18 · Voti: 4 · Commenti: 31
Bruno Favaro


In questa seconda parte non si parlerà solo di mare e onde, ma di paesaggio in senso generale. Vi mostrerò ancora qualche mia foto ma anche e soprattutto tante immagini di tanti altri Autori tratti dalle gallerie di MaxArtis, che saranno usate come esempi concreti di quello che scriverò.  

Se volete qui potete trovare il file pdf con la prima e la seconda parte:

https://drive.google.com/file/d/1nqQDASOpBb_C79Li__rSTnnuN0pla63O/view?usp=sharing


LA LUCE

Di sicuro un aspetto fondamentale per qualsiasi paesaggio è la luce. Una luce scialba e piatta può rendere anonimo anche un luogo con grosse potenzialità fotografiche e viceversa una buona luce può rendere fantastico un panorama senza grosse pretese fotografiche o dare un tocco di originalità ad una inquadratura troppo classica, evitando il “già visto”.

Di seguito alcuni esempi nei quali una luce straordinaria gioca un ruolo fondamentale.


Paola Lorenzani – Non è un vulcano, ma una luce speciale sulle Alpi Apuane



E che dire di questo splendido "classico toscano" di Marco Carnevali, dove la magnifica luce delicata dona una struggente poesia allo scatto?

 Marco Carnevali – Paesaggio toscano


Nella mia immagine seguente, la luce così calda e particolare rende lo scatto diverso dalla solita foto cartolina, anche grazie al contrasto con lo sfondo scurissimo.


 Bruno Favaro – L'ultimo sole si specchia sulle case di Boccadasse


Il panorama seguente di Federico Putignano viene esaltato dalla luce radente del sole quasi al tramonto, che regala una atmosfera bellissima.


Foto di Federico Putignano




Una normale passeggiata sulla spiaggia diventa qualcosa di più grazie alla luce che la illumina



 Foto di Santo Algeri 



Ed a proposito di luce radente, che dire di questo magnifico scatto della nostra Elis Bolis?


Foto di Elis Bolis



Nella foto seguente di Claudio Mantova una splendida e calda luce viene duplicata dal riflesso sul canale, raddoppiandone l'effetto.


Foto di Claudio Mantova



ATTENZIONE ALL'UNIFORMITA' DELLA LUCE, MA….

Una grande attenzione a mio avviso deve anche essere posta all'uniformità di illuminazione. I nostri occhi infatti vedono in modo diverso da come "vede" il sensore, che ha una gamma dinamica ben inferiore rispetto alla nostra vista.

Questo vuol dire che mentre per noi umani non è un problema osservare ad esempio una scena in controluce oppure con la parte in alto illuminata dal sole e la parte in basso completamente in ombra, per un sensore invece questa è una situazione estremamente critica ed il fotografo dovrà scendere a compromessi, cioè scegliere cosa privilegiare dal punto di vista espositivo: o le ombre o le alte luci.

Solitamente in tali circostanze rinuncio a scattare, magari proponendomi di ritornare in un periodo della giornata con una luce più adatta, perché non è molto facile recuperare poi in postproduzione una cupa sottoesposizione senza introdurre rumore e ancora più difficile, se non impossibile, è recuperare un cielo fortemente bruciato, anche avendo scattato in RAW.

Ma le regole, come si sa, sono state scritte per essere infrante, e ci sono delle situazioni particolari nelle quali può essere creativo sfruttare invece le condizioni di luce difficile, ottenendo scatti fortemente personali.  

Di seguito due esempi


 Foto di Mario Vani



 Foto di Marco Carnevali



L'IMPORTANZA DELLE CONDIZIONI METEOROLOGICHE

La luce è strettamente legata alla situazione meteorologica e proprio le condizioni del tempo sono un fattore determinante in questo genere fotografico.

Una luce particolare può dare risalto ad un' immagine si è detto in precedenza, ed è proprio la situazione meteorologica che determina il tipo di luce. Si può ottenere comunque una buona immagine con qualsiasi tempo. Un bel cielo blu e saturo al punto giusto è estremamente gradito se si punta sulla valorizzazione dei colori ed è la situazione spesso preferita dal neofita.

Ma ben presto con un minimo di esperienza ci si rende conto che il contributo di un cielo "importante" popolato da grandi nuvoloni variamente illuminati può essere spesso ancora più gratificante e consentirci di portarci a casa immagini estremamente interessanti e potenti, dove il cielo assume talvolta il ruolo di protagonista indiscusso e vincente.

Potendo "ordinarmi" il tempo a piacimento, invece della classica giornata col cielo terso sceglierei invece certamente una giornata variabile e molto luminosa, con una luce decisa.

Di seguito alcuni esempi di come il cielo possa dare un decisivo valore aggiunto.


Foto di Antonio Calo



 Bruno Favaro – Squarcio di luce su Sestri Ponente



Per concludere questo vi mostro volentieri qui sotto questo mio scatto, proprio a suggello dell'assunto che luce e condizioni meteorologiche estreme possono essere gli ingredienti fondamentali per una immagine particolare…e che non bisogna mai la sciare la macchina fotografica a casa  


Bruno Favaro – Tromba marina, Nervi – 2 dicembre 2012




Roberto Canepa – Tromba marina + lampo...che volere di più?



Infine, come esempio finale di evento atmosferico particolare è perfetta questa foto di Alberto Orlandi.

Questo nuvolone incredibile illuminato dal sole al tramonto basta da solo a trasformare un banale paesaggio urbano in una scena apocalittica.

Anche se non l'ho scattata io, sono legato a questa foto ed a questo nuvolone che si è formato sopra la mia città. L'avevo visto anche io circa un'ora prima, quando era solamente una grande nuvole bianca, non ancora enorme e non ancora illuminata in quel modo. Mi aveva incuriosito e avevo pensato di uscire con la macchina fotografica e fare un salto sulle alture per vederlo meglio, ma poi ha vinto la pigrizia ed ho desistito...e me lo sono perso!

Una ulteriore dimostrazione che non bisogna mai rinunciare ad una possibile situazione potenzialmente favorevole dal punto di vista fotografico.



Alberto Orlandi – Il grande nuvolone su Genova



COMPOSIZIONE

Trovata una buona luce la nostra fotografia dovrà essere supportata da una corretta composizione. La composizione è uno dei pochi aspetti fotografici che non è possibile automatizzare; definire un "modus operandi” valido per ogni circostanza non è possibile, ed occorre ragionare volta per volta sulla situazione contingente.

Le regole le sappiamo tutti, inutile ribadirle. Io mi limito solo a suggerire un piccolo accorgimento che trovo validissimo: cercate sempre la composizione guardando dentro al mirino! Sono sicuro che la maggior parte di voi si comporta già così, ma se qualcuno non ha questa abitudine lo invito a farla propria, o quanto meno a sperimentarla: non guardiamo con gli occhi ma guardiamo attraverso il mirino ottico, solo così riusciremo ad avere una percezione più simile al risultato finale e a valutare, ad esempio, se funzioni di più uno scatto verticale o orizzontale, o se c'è qualche elemento di disturbo nell'inquadratura.

La fotografia di paesaggio è un genere riflessivo per antonomasia, dove c'è tutto il tempo per meditare con tranquillità sullo scatto: prendiamoci quindi tutto il tempo che ci serve, guardiamo con estrema attenzione prima di scattare, osserviamo ogni minimo particolare dell'inquadratura: ogni cosa deve convincerci completamente, altrimenti meglio rinunciare a scattare!

Come primo esempio vi propongo non a caso la foto che ha vinto il nostro recentissimo contest proprio sul Paesaggio. 


 Glauco Guaitoli – Invito alla sosta

Perchè questa foto funziona? A prescindere dal fatto che ci fa vedere una veduta magnifica, e questo non guasta di certo, e a parte il fatto che che ha una buona esposizione ed i colori sono piacevolmente saturi, quello che la rende vincente è anche (se non soprattutto) la composizione perfetta. Tutto è ben bilanciato, non ci sono zone senza interesse, e la panchina assolve sia il compito di “soggetto” che di linea guida per portare lo sguardo laggiù verso quei monti lontani. Anche il punto di ripresa è azzeccato, proprio ad altezza panchina, e questo, come dice l'indovinatissimo titolo, è proprio un “invito alla sosta”. Qualsiasi modifica all'inquadratura sarebbe inopportuno, la foto è perfetta così!


Nella foto seguente di Primo D'Apote i filari di lavanda guidano lo sguardo verso l'albero laggiù in fondo, che diventa l'elemento catalizzatore su cui fermare lo sguardo ed ammirare poi i colori del cielo e delle nuvolette. Due terzi il terreno, un terzo il cielo, una proporzione spesso usata dai paesaggisti per valorizzare quello che serve, in questo caso i filari di lavanda.


 Foto di Primo D'apote – Lavanda in Provenza


Qui invece abbiamo un indovinato esempio di inquadratura verticale. Lo sviluppo verticale del coloratissimo nuvolone imponeva assolutamente un taglio siffatto, che ne accompagna l'andamento  


 Michela Favaro – Nuvola Rossa


 Le due foto seguenti dimostrano come la regola dei terzi abbia la sua validità. I soggetti collocati nei punti forti rendono armonica la composizione e forniscono elementi di interesse nei punti giusti.


 Foto di Fabrizio Benelli



 Foto di Fiamma Magnacca


 Ed infine quello che in una foto raramente tradisce: la diagonale!


 Foto di Primo D'Apote



 Foto di Favaro Bruno – Marina di Sestri Ponente



QUEL QUALCOSA IN PIU'

Bene. Abbiamo cercato e trovato la giusta luce, siamo posizionati davanti ad un interessante panorama e lo stiamo componendo con cura e pulizia. Guardiamo dentro al mirino: l'inquadratura ci piace proprio e non ci sono disturbi di nessun genere. Insomma, sembrerebbe che ci siano tutti gli ingredienti per ottenere un ottimo risultato, ma spesso ne occorre ancora uno...il più difficile da trovare: il particolare in più! Cosa intendo con "il particolare in più"? Potrà essere il classico (e magari un po' inflazionato) gabbiano in alto a destra che completi la composizione, oppure una barca che rompa la monotonia del mare od un trattore che entri in un campo arato, o magari invece basterà una minima variazione dell'inquadratura tale da dare un tocco di personalità all'immagine....e così via. Quando abbiamo la netta percezione che alla nostra foto manchi qualcosa, non scattiamo sino a che non l'avremo trovato, perché di sicuro quel qualcosa ci mancherà ancor di più quando guarderemo lo scatto sul PC.


Come primo esempio di “qualcosa in più” propongo questa foto di Adolfo Fabbri. E' raro vedere una paesaggio di Adolfo, è un genere che non pratica molto. Ma quando lo pratica ci mette come sempre del suo. La marina è bellissima e con colori splendidi, ma chi fa la foto (il qualcosa in più) sono il cane e la persona la cui curiosa posizione  ricorda quella a quattro zampe del cane


 Foto di Adolfo Fabbri


Nella foto seguente Maurizio Berni ha avuto l'intuizione di inserire i cavalli al pascolo in basso a sx che danno un riferimento dimensionale e battezzano come paesaggio quello che sembrava un astratto.


 Foto di Maurizio Berni – Pascoli a Castelluccio


L'inserimento delle canoe nella mia immagine seguente regala un tocco colorato e quasi surreale a questa marina altrimenti “normale”.



 Bruno Favaro – Canoe


L'uso di un tele ha appiattito drasticamente la prospettiva, e la foto di Ninni Prestianni diventa quasi un panorama bidimensionale


 Foto di Ninni Prestianni



Inserendo la macchina d'epoca, Mario Lensi ha dato un tocco di originalità al paesaggio toscano




 Mario Lensi – Mille Miglia



Nelle due successive immagini di Silvia Baroni e Marco Carnevali il guizzo particolare è dato dall'atmosfera bucolica che si respira.


 Foto di Silvia Baroni




 Foto di Marco Carnevali  



Naturalmente il "qualcosa in più" può anche arrivare a posteriori, da una sapiente postproduzione o da una indovinata conversione in BN. In questo caso credo che sia importante scattare pensando già a come si vorrà modificare la fotografia. Se lo scatto viene già impostato in funzione della lavorazione che poi gli applicheremo di sicuro il risultato sarà migliore. Ed in questo la nostra Giovanna è maestra indiscussa!


 Giovanna Griffo – Notturno presso i Pini di S.Quirico d'Orcia.



 Giovanna Griffo – Dolomiti in BN





Insomma, sia che arrivi da un particolare esterno, sia che venga demandato poi alla postproduzione, credo sia fondamentale cercare di fornire al nostro paesaggio quel pizzico di originalità che lo renda più "nostro" ed in qualche modo, unico.


Come esempio finale vi propongo questo aereo in fase di atterraggio in una pista che confina con la spiaggia. Senza questo aereo sarebbe un normale panorama, ma questo aereo lo rende straordinario al quadrato! 


 Marco Del Dotto – L'incredibile pista di atterraggio dell'Isola di Saint Martin (Caraibi)





CONOSCENZA E AMORE PER QUELLO CHE SI FOTOGRAFA:

Io credo che il segreto per ottenere una buona foto di paesaggio risieda prima di tutto nella conoscenza e nell'amore verso i luoghi che si fotografano, unito alla grande passione per la fotografia. Non voglio dire che lo scatto sia un accessorio, ma per un paesaggista di sicuro è tanto importante il fatto di scattare la fotografia quanto quello di poter assistere di persona ad un'alba, ad un tramonto, per godere di un bel paesaggio o semplicemente essere nel posto dove ci piace essere.

Un paesaggista prima di tutto ama quello che fotografa e vuole vedere con i propri occhi certe situazioni irripetibili, le cerca per assaporarle intensamente, insomma fa di tutto per essere lì al posto giusto al momento giusto: nel mio piccolo è proprio così.

Ed ognuno ha i suoi luoghi del cuore.


Di seguito alcune foto per le quali è forse inutile scrivere l'autore, perché chi frequenta il nostro sito lo identificherebbe sicuramente solo dal luogo


Ad esempio, direi che di foto con Genova ed il suo porto, le sue navi ed il Matitone ve ne ho propinate talmente tante che immagino le identifichiate subito con me.


 Bruno Favaro – Notturno sul porto di Genova


 Mezzo secondo di tempo per riconoscere l'Autore delle due foto seguenti:



 Ma certo...Elis Bolis ed il suo Fiume Adda!




LA STRAORDINARIETA' DELL'ORDINARIO

Spesso, se un fotografo ama i luoghi che riprende e li sente suoi, riesce a rendere straordinari anche luoghi che magari non offrono moltissimo dal punto di vista paesaggistico. In altri termini, riesce a farci percepire la poesia che ci può essere anche in un ambiente “normale”.

…come questo cascinale abbandonato fotografato da Claudio Mantova


 Claudio Mantova - Cascinale abbandonato



...o questo filare di pioppi di Danilo Tavecchio


 Danilo Tavecchio – Acque e cieli



...e il grande fiume (Po) può essere più romantico di una famosa marina


 Ivan Catellani – Il grande fiume



 Graziano Racchelli – Il grande fiume



...ed una inquadratura indovinata, unita ad una giornata con colori perfetti , riesce a trasformare due anonime case ai confini della campagna in un quadretto che neanche un pittore avrebbe potuto immaginare meglio.


 Graziano Racchelli – Metafisica padana



...un casolare della bassa padana diventa un poetico paesaggio invernale


 


…ed il proprio paese diventa un piccolo presepe!


 Mario Vani – Il mio paese



...e dei filari di vigna si trasformano in una bellissima immagine pittorica.


 Foto di Santo Algeri – Autunno nelle Langhe

...e la campagna innevata diventa una silente poesia.


 Foto di Enrico Lorenzetti - Dentro il silenzio



 Foto di Ivan Catellani – Silenzi d'inverno



CARELLATA FINALE, IN GIRO PER L'ITALIA ED IL MONDO



 Primo D'Apote – Saline di Marsala



 Enrico Maniscalco – Primavera in Norvegia




 Sergio Trezzi – Panorami nostrani




 Tiziano Banci – Barchini silenti




 Marco Carnevali – Val d'Orcia




 Mario Vani – Tramonto invernale




 Bruno Favaro – Alba a Castelluccio di Norcia  




Fabio Battaglini - Snaefellsnesfoss(Islanda)




 Federico Putignano – Islanda




 Fabio Bellavia - Le maestose cime riflesse




Fabio Bellavia - L'incredibile paesaggio di Dead Vlei , deserto del Namib




 Vania Bilanceri – Islanda




 Vania Bilanceri – Islanda




Antonella Giroldini – Brasile, Lençois maranhenses



GRAZIE A TUTTI QUELLI CHE HANNO ANCHE SOLTANTO APERTO QUESTO SCRITTO!

Bruno


Bruno Favaro Luglio 4 '18 · Voti: 5 · Commenti: 23 · Tags: paesaggio
Bruno Favaro

Il 14 Agosto di un anno fa, alle ore 11:36, crollava il Ponte Morandi e portava con sè 43 vittime innocenti.

Ad un anno di distanza non esiste più nulla del vecchio Ponte, se non l’enorme montagna di detriti conseguente all’abbattimento controllato del 28 giugno scorso delle due pile sovrastanti le case, di cui avevo mandato testimonianza fotografica a suo tempo.


Al di fuori di ogni retorica, e al fuori di ogni giudizio positivo o negativo su come stiano procedendo le cose, oggi voglio portarvi con me nelle vie che più hanno sofferto per quella tragedia immane, e che ancora oggi sono nel disagio, ma cercano con grande forza di venirne fuori.

Via Porro è senza dubbio il simbolo del crollo. E’ la via dove si trovano le case che erano sovrastate dal Ponte. Buona parte della via è zona rossa ancora oggi, tanto vale che se oggi cercate su Google Maps questa strada, la visione in Street View è ancora antecedente al crollo, in quanto la macchina di Google non ha potuto transitarvi per poter recepire gli aggiornamenti, ed il Ponte è ancora lì a sovrastare le abitazioni, come un enorme gigante, purtroppo con i piedi di argilla

Ecco un’ immagine di via Porro che ho tratto appunto da Google Maps di recente:



Foto di Via Porro in Google Maps, come era prima del crollo e come la si vede anche adesso in rete



L’adiacente Via Walter Fillak forse è meno nota a chi non abita a Genova, ma è una grande arteria di comunicazione cittadina tra i popolosi quartieri periferici della Val Polcevera ed il centro di Genova. Anche questa via è bloccata dal giorno del crollo, ed anche questa via in Google Maps appare come era un anno fa. Eccola:




Qui sopra due foto di Via Fillak in Google Maps, come era prima del crollo e come appare anche ora in Google Maps



Ed oggi?

Molte case di Via Porro hanno dovuto essere abbandonate, altre sono state abbattute ed altre lo saranno ancora, ma altre invece hanno continuato ad essere abitate, pur se tra un milione di difficoltà.

Le case di Via Walter Fillak non hanno subito danni, ma la strada è stata tagliata in due, trasformandosi da strada trafficatissima piena di attività in un deserto senza vita. In particolare, i detriti dell’esplosione controllata del 28 giugno scorso l’hanno definitivamente spezzata in due tronconi, col conseguente tracollo delle attività commerciali della zona.

Qui sotto due mie immagini di sabato scorso di via Fillak come è ora, da entrambi i versanti dei detriti del Ponte.


Foto dei detriti del Ponte in via W. Fillak, da Sud verso Nord



Foto dei detriti del Ponte in via W. Fillak, da Nord verso Sud



Il problema più grosso di Via Fillak, di Via Porro e di altre strade adiacenti sono state le polveri dovute al crollo e al maneggiamento dei detriti, e hanno continuano ad esserlo in tutti questi mesi, in particolare durante l’esplosione del 28 giugno. Camminando in prossimità del cantiere ho avvertito ancora in questi giorni l’odore della polvere nell’ aria. La gente che abita ai confini della zona rossa cerca di resistere come può, e lo fa anche affidando la propria rabbia e la propria determinazione a scritte ed a cartelli improvvisati esposti artigianalmente là dove si può.




I manifesti della gente che abita nelle zone adiacenti la zona rossa



Più a nord di Via Porro c’è il popoloso quartiere di Certosa. Qui per fortuna non ci sono stati danni fisici alle cose o alle persone, ma il crollo ne ha collassato la micro economia proprio per le difficoltà di comunicazione. Per lungo tempo per andare in centro da qui si doveva fare un lungo giro vizioso, intasato di macchine. E se la scuola era “al di là del Ponte”, anche i bambini erano in grossa difficoltà.

Per cercare di rivitalizzare la zona e provare a fare qualcosa di positivo, sono stati invitati di recente i migliori Writers, lasciandogli a disposizione le facciate delle case per la loro arte. E la risposta dei Writers non si è certo fatta mancare. Di seguito alcuni miei scatti di sabato scorso.







I Murales nel quartiere di Certosa




Nella città di Paolo Villaggio non poteva mancare lui...il Ragioniere per eccellenza: ed ecco che una delle case è stata dipinta proprio col faccione del mitico Ugo Ragionier Fantozzi!

Inutile dire che è il murales più visitato…e quello che io stesso ho fotografato di più.





Il Ragionier Ugo Fantozzi




I murales non possono cancellare la tragedia, questo no, ma di sicuro possono migliorare l’umore. Devo dire che mi sentivo bene e leggero nel girare tra questi enormi disegni a cielo aperto. Il lavoro dei Writers non si è limitato ai grandi murales, molte serrande di proprietari consenzienti sono state rivitalizzate e rallegrate, come potete vedere qui sotto.



I Writers all'opera anche nelle serrande




Lungo l’argine del fiume, nella zona dove il 14 Agosto 2018 precipitarono auto e camion, ha voluto lasciare lasciare la sua testimonianza anche il famoso writer che si firma “Manu Invisibile”. Qui sotto la sua opera


Il Murales di "Manu Invisibile"





Mi piace chiudere queste mie brevi righe con una immagine estremamente positiva che ho scattato domenica mattina: questo è il primo pilone del nuovo ponte che sta nascendo. L’ho scattata domenica scorsa, 11 Agosto, alle ore 7:19 del mattino. 


Il primo pilone del nuovo ponte


Se osservate bene in basso a sinistra si vede un operaio al lavoro, ed il cantiere era perfettamente operativo. E proprio oggi è stato aperto un bypass stradale sfruttando via Porro, in modo da poter aggirare in parte il blocco di via Walter Fillak. Insomma, la volontà di tutti di fare in fretta c’è! E magari potrà transitare la macchina di Google Maps per aggiornare la situazione, così il vecchio Ponte Morandi sparirà anche dalla Street View di Google



Grazie di cuore a chi mi ha seguito fino a qui.

Bruno






Bruno Favaro Agosto 12 '19 · Commenti: 15
Enrico Maniscalco

In ambito fotografico, l'architettura entra in scena anche in altre vesti, che non siano quelle tipiche di un'immagine architettonica in senso stretto (come quelle di cui abbiamo ragionato nella prima parte).



Architettura sullo sfondo: carattere e composizione


Una situazione frequente è quella in cui l'architettura accompagna la scena, contribuendo ad arricchirla. 

Non ne diviene l'interprete principale, ma assume il ruolo di comprimario discreto, capace di esaltare il vero soggetto principale.

In questi esempi che seguono, l'architettura di fatto sta intorno, e sullo sfondo. 

Si tratta di una situazione ovvia, dopo tutto. Una situazione che capita anche in altri diversi contesti (pure un paesaggio può stare intorno e sullo sfondo, per esempio).

Ma in questo caso, nel caso cioè dell'architettura più che in altri, lo sfondo può riuscire ad assumere rilievo  sia nel contenuto - ovvero nella narrazione del luogo, e quindi della storia generale dell'immagine e dei suoi personaggi che la vivono -  sia nella forma, in quanto linea guida per l'equilibrio complessivo della composizione.




Cesare Salvadeo



Qui risalta la forza altera e squadrata di questo scorcio urbano, che con le sue colonne delimita e orienta la costruzione del quadro, accompagnando la lettura fino al "piccolo" protagonista - che nella sostanza piccolo non è - seduto in basso a destra, il cui rapporto intimo con quel mondo è poi lasciato alla nostra immaginazione.

L'architettura diviene forma e contenuto, pur senza essere primo protagonista.




Tiziano Banci



In questa foto valgono le stesse considerazioni di quella precedente - sebbene con più soggetti - tuttavia col ricorso alla ricchezza estetica di un classico porticato, e del suo filare di archi, che da sempre è stimolo di suggestioni romantiche.



Altra questione, invece, per la foto che segue, che prendo a spunto solo per confronto, e per una migliore definizione del concetto espresso in questa sede: qui la figura umana non racconta una sua storia prevalente (come nelle due immagini precedenti), ma aiuta, invece, a dare proporzione e dinamismo. 

È quindi nuovamente una foto di architettura, che in base a quanto detto nella prima parte, catalogherei nella sezione "ritaglio".




Roberto Lanza




Architettura che "recita"


Altro caso, e altro genere di foto - seppure meno diffuso - è quello che prende spunto da elementi architettonici, per dar vita a un'immagine dal significato irreale, ricostruito con ironica fantasia, capace di destare ilarità. Una sorta di architettura giocosa, finalizzata a immagini interpretate, un po' come se in qualche modo l'architettura fosse chiamata a recitare una parte.


Alcuni esempi:




Fiamma Magnacca




Adolfo Fabbri




Fiamma Magnacca




Enrico Maniscalco (Goldrake - Ufo Robot)




Geometrie e astratti


La terza e ultima tipologia che passo in rassegna, è quella che rappresenta, con buona probabilità, il genere "alternativo" più frequentemente praticato: quel genere che trasforma l'elemento architettonico in una pura ricerca di tratti ed equilibri geometrici, talvolta sconfinanti anche nell'astrattismo. 

Si tratta di un genere che definirei di "estetica matematica", in cui non solo è fondamentale e imprescindibile l'intuizione per la parte, per il dettaglio (sempre frutto, comunque, di un'attenta ricerca), ma è altrettanto imperativo un rigorosissimo ordine nella composizione.

In questo genere l'elemento architettonico finisce quindi col dare forma e sostegno a un'immagine che riesce a vivere di una semantica propria, lontana dalla tipicità ortodossa della foto di architettura; architettura da un cui elemento, tuttavia, trae origine.


Gli esempi sono numerosi:


Claudio Mantova



Enrico Maniscalco



Mario Vani



Enrico Maniscalco



Daniele Consonni



Ninni Prestianni



Mario Vani



Enrico Maniscalco



Alessandro Cucchiero



Adolfo Fabbri



Guido Pucciarelli



Maurizio Berni



Enrico Maniscalco




Enrico Maniscalco



Alessandro Cucchiero



Enrico Maniscalco




Enrico Maniscalco




Enrico Maniscalco




Guido Pucciarelli




Fabio Genovieri



Maurizio Berni




Enrico Maniscalco



Alessandro Cucchiero




Alcuni elementi tecnici: ripresa e post-produzione


Giunti così al termine di questo percorso illustrativo, vale la pena soffermarsi - a questo punto - su alcuni aspetti di tipo meramente tecnico, inerenti la ripresa, e a seguire la postproduzione.


La ripesa: prospettiva e focale


In questo genere fotografico - più che in altri - un fattore fondamentale da valutare, e di cui non abbiamo fin qui argomentato, è senza dubbio la prospettiva: ciò che in sintesi possiamo definire come l'elaborazione e la trasposizione geometrica di volumetrie tridimensionali, su un piano a due dimensioni.

La prospettiva varia a seconda del punto di ripresa, e della distanza dal soggetto. E se già si può dire per ogni genere di foto, a maggior ragione in questo contesto vale la necessità di ricercare il  miglior punto di ripresa, al fine di ottenere la prospettiva più idonea a esaltare le caratteristiche del soggetto inquadrato.


Le ottiche utilizzate, nella norma, sono ovviamente quelle con maggior angolo di campo, dal 50mm standard,  fino a scendere ai grandangolari.

Verranno invece utilizzate le ottiche medio tele, o tele, quando si vorranno isolare porzioni limitate, oppure quando il soggetto ripreso è lontano.


Di primo acchito, si potrebbe essere portati a ritenere che ottiche di diversa lunghezza focale originino pure una diversa prospettiva, in fase di ripresa, con una esaltazione anche esagerata per i grandangoli, e una forte compressione, invece, per i tele.

In realtà non è così: la prospettiva, infatti, non dipende dalla focale, ma soltanto dalla distanza dal soggetto.

A parità di distanza, l'uso di ottiche diverse influisce solo sull'angolo di campo (ma non sulla prospettiva), e quindi sulla complessiva porzione di soggetto inquadrata.


Tuttavia, la nostra diversa percezione del comportamento dell'ottica riviene proprio dalle modalità usuali del suo utilizzo: con il grandangolo, infatti, siamo soliti avvicinarci al soggetto, mentre con il medio tele ci allontaniamo. Le immagini che di conseguenza siamo spesso abituati a osservare, sono immagini in cui le linee prospettiche risaltano con forte enfasi (grandangoli, fino al fish eye) oppure in cui i diversi piani sono sovrapposti e compressi, con scarsa profondità (medio tele e tele).



Mario Vani  (forte impatto suggestivo grazie all'uso di un fish-eye, il grandangolare estremo)



Enrico Maniscalco (lunghezza focale 150mm, in questo caso equivalente a 225mm, dato il fattore di crop del sensore: tra il palazzo rosso in primo piano e quello blu sollo sfondo ci sono oltre 100 metri).




La post-produzione: le linee cadenti


Una criticità importante e ricorrente, nella ripresa di foto di architettura, è legata alle cosiddette "linee cadenti".

Si tratta di un fenomeno di distorsione prospettica, che si origina quando, al momento dello scatto, il piano del sensore, o della pellicola, non è parallelo al piano del soggetto ripreso (generalmente un edificio).


Per evitare il fenomeno già in fase di ripresa, occorrerebbe utilizzare delle ottiche cosiddette "decentrabili": si tratta di obiettivi che permettono di effettuare correzioni prospettiche, spostando l'asse ottico rispetto al supporto di memorizzazione (pellicola o sensore digitale), per assicurarne il parallelismo al soggetto ripreso.

Un particolare tipo di ottiche decentrabili sono, per esempio, gli obiettivi Tilt Shift (trascurando il ben più costoso, professionale, e impegnativo banco ottico).


Non sempre, però, le linee cadenti sono inopportune.

Talvolta la loro presenza enfatizza la prospettiva e conferisce un particolare dinamismo all'immagine, utile al suo significato, come nell'esempio che segue:



Paolo De Maio




Quando tuttavia le linee cadenti vanno inevitabilmente corrette ed eliminate - dopo che in sede di ripresa non abbiamo avuto l'opportunità di utilizzare un'ottica adeguata - ecco che ci può venire in soccorso il software di post-produzione.


Esistono diversi metodi per correggere le linee cadenti in post-produzione, metodi che ovviamente dipendono dall'applicativo utilizzato, e dalla sua versione.

Qui di seguito ne descriverò alcuni, relativi ad Adobe Photoshop CS6.




Primo metodo: comando "Trasforma - Prospettiva"


Foto di partenza:



 


Il comando "Trasforma - Prospettiva" è compreso nel menu "Modifica".

Per utilizzarlo, occorre dapprima sbloccare il livello di sfondo (doppio clic sul lucchetto) oppure duplicarlo in un nuovo livello.

Il comando fa apparire un bordo intorno all'immagine, con punti di ancoraggio su cui posizionare il puntatore, per "stirare" l'immagine.




Questo l'effetto finale, dopo aver "stirato", quindi raddrizzato, le linee verticali. Quelle orizzontali in questo caso non hanno bisogno di alcun intervento.


Come si può facilmente osservare, l'azione correttiva ha però generato due "effetti collaterali".

Il primo è l'inevitabile taglio di parte dell'immagine ai bordi, con relativa perdita di informazioni (talvolta l'importanza di queste informazioni è tale, nell'economia complessiva della foto, che piuttosto che perderle si è costretti a evitare di procedere con la correzione).

Il secondo è uno schiacciamento complessivo del soggetto, che riesce a essere tollerato - sempre che lo si voglia tollerare - solo quando il soggetto non ha caratteristiche o dimensioni note, e se ne voglia prospettare una rappresentazione non necessariamente del tutto fedele.


Se al taglio delle informazioni non possiamo purtroppo porre rimedio, diverso invece il caso dello schiacciamento, che possiamo provare a recuperare col comando "Trasforma - Scala", sempre nel menu cui appartiene "Trasforma - Prospettiva".

Con "Trasforma - Scala" di fatto riusciamo ad allungare l'immagine - in questo caso verso l'alto - di quel tanto che potrà renderla più aderente alla realtà. La misura dell'allungamento potrà essere calcolata con dati certi, qualora noti, o con la migliore approssimazione riveniente da una verifica globale delle proporzioni.


Venendo alla nostra immagine, occorre dapprima aggiungere uno spazio vuoto al livello, con il comando "Dimensione quadro" del menu Immagine: si aumenta l'altezza, e si clicca su un punto in basso del piccolo riquadro di ancoraggio.




Questo il risultato:



Quindi, con il comando "Trasforma - Scala", si tira l'immagine verso l'alto puntando sul relativo punto di ancoraggio:



E questo il risultato finale, dopo aver optato per un taglio quadrato:



 


Secondo metodo - Strumento "Ritaglio Prospettiva"



Foto di partenza:



 


Lo strumento "Ritaglio - Prospettiva" appartiene al gruppo di strumenti in cui ritroviamo anche la taglierina:





Con lo strumento si seleziona, in questo caso, l'intero frame (tenendo premuto il mouse da un angolo all'angolo opposto) di modo che l'area di lavoro assuma il seguente aspetto:



 


Appare una griglia, con i soliti punti di ancoraggio ai bordi dell'immagine.

Agendo su questi punti, occorrerà operare affinché le linee verticali e orizzontali della griglia finiscano con l'essere allineate a quelle dell'immagine originaria, di modo che risultino parallele.

Questo il risultato del primo allineamento (le verticali sulla parte sinistra):



 


Questo invece il risultato dell'allineamento generale:





Il via finale all'azione del comando, taglierà le zone scure, rimaste esterne alla selezione.

Questo il risultato finale, ottenuto cliccando sul segno di conferma:






Terzo metodo: Trasformazione libera


Una terza possibilità di correzione delle linee cadenti è data dall'utilizzo del comando "Trasformazione libera", sempre nel menu Modifica.


Con "Trasformazione libera" la modifica dell'inclinazione delle linee viene effettuata attraverso i punti di ancoraggio, su cui agire contemporaneamente con il puntatore del mouse, e i tasti Shift o Control.




Quarto metodo: Trasforma Inclina, Distorci, Altera


Una quarta possibilità, infine, è legata all'uso dei comandi "Inclina, Distorci e Altera", nel menu "Immagine - Trasforma" (dove si trova anche il già citato "Trasforma - Scala").




Con queste due ultime opzioni, gli effetti della correzione sono immediatamente visibili, mentre si compie l'azione col mouse, e riguardano la porzione di immagine oggetto dell'intervento.


A titolo di esempio, gli strumenti "Inclina e Distorci" sono stati utilizzati per le immagini seguenti:









 

Siamo così giunti alla conclusione anche della seconda parte di questa lunga chiacchierata. 


E' stato per me un grande piacere potermi intrattenere con voi, e vi ringrazio tutti per avermi seguito fin qui.


Mi auguro di essere riuscito a dare un contributo, seppur piccolo, alla narrazione di un genere, quello delle foto di architettura, che credo di grande fascino e suggestione. Un genere che spero riesca ad affascinare anche voi.


A tutti, buona luce!

 


Bruno Favaro


INTRODUZIONE La foto paesaggistica è forse uno dei generi fotografici più praticati, se non quello più praticato in assoluto, ed apparente anche quello con meno difficoltà oggettive: un bel panorama è a disposizione di tutti, sempre e comunque, basta conoscerne la locazione ed esso sarà sempre lì ad aspettarci.

Ed invece, forse proprio per l'essere così inflazionata e nazional popolare, è estremamente difficile riuscire a fare il salto di qualità da una anonima foto cartolina ad una ottima foto di paesaggio ben realizzata e ben interpretata.

Ho diviso il mio scritto in due capitoli. Nel primo si parla esclusivamente di mare, onde e mareggiate. Se riuscirete a leggerlo sino in fondo senza affondare troverete poi un capitolo sul paesaggio classico. Cercherò di trasferire le mie esperienze dirette in materia e di raccontare il mio modo di operare, sperando che possa esservi utile.

Gli utenti più anziani si ricorderanno di questo mio lavoro, che era già apparso sul primo MaxArtis. Le note scritte sono rimaste più o meno le stesse, con qualche aggiunta e qualche integrazione. Le fotografie sono invece molto cambiate, e sono tutte mie foto o di Utenti attualmente presenti ed attivi sul nostro Sito.

Se preferite potete scaricare questo stesso scritto in formato pdf qui:


https://drive.google.com/file/d/1KEVPN-RZguNo6yesvDiLkBrEXcSalgUo/view?usp=sharing



A PROPOSITO DI MARE E DI ONDE.... 

Abitando in Liguria e vista la conformazione della mia regione stretta tra mare e monti, la foto di paesaggio per me si identifica spesso con inquadrature marine, e comunque il mare ben difficilmente non è presente. Non c'è molta differenza tra fotografare una marina o un paesaggio terrestre dal punto di vista tecnico: i concetti sono esattamente gli stessi così come l'approccio.

Proprio volendo essere pignoli occorre forse un pizzico di attenzione in più per l'esposizione, visto che il mare ha una superficie estremamente luminosa soggetta a forti riflessi. Ma questi sono tecnicismi che qualsiasi Utente di Maxartis sa come affrontare e risolvere. E' mia intenzione invece condividere con voi alcuni accorgimenti spiccioli che trovo utili e che derivano dalle migliaia di scatti che ho effettuato al mare.

Mi soffermerò principalmente sulla fotografia alle onde, che sono il mezzo con cui il mare ci mostra la sua forza, e che poi sono la vera "novità" rispetto ad una immagine classica di paesaggio.

Parlo di "onde vere", cioè dallo stato del mare molto mosso sino al mare molto agitato, onde che possono raggiungere diversi metri di altezza. Le mareggiate si ripetono solitamente con frequenza di uno o due episodi veramente significativi all'anno nei casi più fortunati (fortunati per il fotografo e non per le spiagge che le subiscono ovviamente) e questo essere molto rare ne aumenta il fascino, come tutte le cose a cui è molto difficile poter assistere.

Non si possono preventivare né richiedere a comando e quando capita di poterne essere partecipi l'emozione è comunque grandissima, a prescindere dall'aspetto fotografico. Lo spettacolo è epico e va colto al volo, meglio quindi avere già chiaro come muoversi e quali tecniche usare. Io vi racconto come è il mio modo di agire, sperando che anche a voi capiti di poter fotografare il mare quando è veramente "arrabbiato" e che quanto scrivo vi possa servire.



Come si fotografa una mareggiata?

Credo che la prima cosa da dire sia assolutamente questa: bisogna averne un grande rispetto ed anche un po' di paura, senza vergognarsene. Dobbiamo trovare un punto che ci permetta una buona visuale ma che contemporaneamente garantisca la nostra sicurezza al cento per cento. Se siamo su una spiaggia NON arriviamo fin dove la sabbia è bagnata anche se apparentemente il mare non si vi si spinge più: se il mare ci è arrivato una volta, lì ci arriverà sicuramente ancora, ed un'onda può avere una forza dirompente anche a molta distanza da dove inizia a frangersi ed a risalire la spiaggia.

Attenzione anche all'attrezzatura fotografica: durante una mareggiata l'aria è piena di salino, che in caso di forte vento di mare può sconfinare anche dalla spiaggia per arrivare alla strada ed alle prime case. Il salino oltre ad abbassare la nitidezza dell'immagine si deposita sulle lenti e sul corpo macchina e, ritornati a casa, è necessario preventivare una bella pulita generale: non ci sono santi, è un tributo che bisogna pagare al mare per lo spettacolo che ci ha offerto!

Motivi di sicurezza e di salvaguardia della macchina fotografica ci obbligheranno quindi a stare almeno a 20-30 metri dall'onda. E questo ci fa già capire che spesso sarà necessario un medio tele, se non un tele, se vogliamo un primo piano dei marosi.

Uno zoom è preferibile per la comodità di variare rapidamente l'inquadratura. Detto questo, credo che il modo migliore di fotografare le onde sia quello di cercare un taglio in diagonale, come vedete nelle immagini che vi propongo di seguito.



Bruno Favaro - Mareggiata a Ge-Pegli




Bruno Favaro - Surf a Varazze



Alberto Bongiorno - Camogli



Bruno Favaro - Varigotti



Federico Putignano - Islanda



La diagonale è sempre vincente dal punto di vista compositivo, qualunque sia il soggetto della foto, ma se il soggetto è l'onda consente anche di vederne al meglio l'intero sviluppo e a mio avviso ne aumenta l'efficacia visiva e la sensazione di potenza. Se la diagonale inquadrata poi è sufficientemente lunga solitamente si possono osservare tutte le fasi dell'onda, dalla sua formazione al momento in cui la cresta comincia a precipitare verso il basso per gravità sino a quando poi si frange sulla battigia tra mille schizzi per trasformarsi infine in candida spuma , diventando del tutto innocua solo un attimo prima di finire la sua corsa verso terra.

Per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza dei meccanismi che regolano la dinamica delle onde (dai venti che le generano sino alla forma e profondità dei fondali a riva che ne regolano la formazione) consiglio vivamente il libro "Wave watching: lo spettacolo delle mareggiate in Liguria" edito da Hoepli e scritto da Natale Gallino, Alessandro Benedetti e Luca Onorato. Oltre ad essere una lettura interessantissima dove il rigore scientifico si sposa con un piacevole linguaggio divulgativo, è anche, e soprattutto, un bellissimo libro fotografico a tutti gli effetti con immagini stupende e mozzafiato...No, no, non ce n'è neanche una mia, purtroppo! E nemmeno conosco gli autori o ne sono parente. Ma se vi piace il mare non lasciatevelo scappare, è un foto-libro imperdibile per gli amanti del genere.



Che tempo di scatto usare per fotografare un'onda?

Dipende naturalmente da quello che si vuole ottenere. Se vogliamo congelarla perfettamente dovremo usare un tempo veramente breve, naturalmente rapportato all'ottica che stiamo usando, e comunque non inferiore a 1/250 di secondo, ma valori attorno a 1/1000 o più brevi ancora sono ideali per fermare ogni singola goccia. 

 


Foto di Alberto Bongiorno



Se viceversa vogliamo rendere fluida l'acqua il tempo di scatto più appropriato dipenderà ancora di più dall'ottica impiegata e dalla distanza, e consiglio di visionare ogni scatto sul monitor della macchina ed apportare le correzioni del caso sino ad ottenere l'effetto che ci eravamo prefissi.

  Primo D'Apote - Varigotti


Una cosa è importante secondo me: avere bene in testa che tipo di fotografia vogliamo e non scendere a compromessi. Quando fotografo le onde è uno dei rari casi in cui imposto la priorità dei tempi invece che la priorità dei diaframmi, proprio per ottenere l'effetto che voglio. Una soluzione a mezza strada, e cioè un'onda che non è né mossa né ben congelata, per me non ha una buona resa fotografica e soprattutto sembra scattata "per caso". Ma c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, o se vogliamo la bravura del fotografo nel trovare una coppia tempo/diaframma vincente, come nelle immagini seguenti di Alberto Bongiorno e Mario Vani:


Foto di Alberto Bongiorno



Foto di Mario Vani


Se possibile vi consiglio di scattare brevi raffiche: da un momento all'altro l'onda cambia forma e non è facile centrare il momento migliore, anzi, è spesso demandato alla fortuna, e la fortuna è meglio aiutarla aumentando il numero degli scatti sperando di ottenere quello che ci soddisfa. Provate a scattare una raffica veloce di 3 o 4 fotografie nel momento topico in cui l'onda inizia a "rotolare" e visionatele poi a monitor: vi accorgerete che ogni scatto ha una sua "personalità" perché bastano pochi decimi di secondo di differenza per avere forme completamente differenti, più o meno gradevoli dal punto di vista fotografico. Ma le onde sono una diversa dall'altra anche per dimensione.

Nel libro che vi ho suggerito questo argomento è trattato diffusamente ed in modo molto interessante ma richiederebbe troppo tempo per descriverlo interamente. Mi limito a riportare che misurando un campione qualsiasi di 100 onde successive e facendone la media si può affermare statisticamente che il 10% delle onde potranno avere altezza doppia dell'onda media e ci potrà essere un'onda massima con altezza circa tre volte dell'onda media.

Uno scarto niente male! Questo vuol dire ad esempio che in caso di mare agitato, tipico di una "normale" mareggiata e cioè a forza 5 secondo la scala Douglas convenzionalmente adottata come misura della forza del mare, in un insieme arbitrario di 100 onde consecutive secondo tale scala ci aspetteremo altezze medie comprese tra 1,7 e 2,7 metri.

Già non si scherza, ma attenzione: lo studio statistico appena enunciato ci dice che il 10% delle onde potrà avere altezze doppie e quindi tra circa 3 e 5 metri, e che potrà anche arrivare un'onda massima attorno ai 7 metri. Le misure sono calcolate in mare aperto, ma anche avvicinandosi alla costa non è che si scherza.... Inoltre il periodo dell'onda (cioè la distanza temporale tra un'onda e l'altra) in una mareggiata tipica è di circa 10 secondi, e quindi ci vogliono circa 1000 secondi per 100 onde, cioè più di un quarto d'ora: capito perché è meglio non arrivare fin dove la sabbia è bagnata anche se il mare è quasi un quarto d'ora che non arriva più fino a lì? L'onda massima potrebbe giungere improvvisa da un momento all'altro! Le mie due foto seguenti documentano due momenti idi situazioni al limite della sicurezza


Bruno Favaro - Il temerario (Boccadasse)




Bruno Favaro - Come può uno scoglio arginare il mare... 



Giusto per dare ancora qualche riferimento, ed attingendo sempre dal solito libro, vi posso ancora raccontare che nella mareggiata del 1 e 2 gennaio 2010 qui in Liguria la boa di misurazione di La Spezia segnalò un'onda massima di quasi 8 metri. La foto che vi propongo di seguito la scattai proprio durante quella mareggiata, ma l'onda di 8 metri non è certo questa che ho fotografato, perché sono arrivato sul luogo dello scatto (faro di Camogli) quando il mare era già un po' calato:


Bruno Favaro - faro di Camogli durante la mareggiata del Gennaio 2010


Ed infine, la più grande mareggiata che si ricordi dal secolo scorso fu quella del 1955: ci furono onde con altezza massima di 11-13 metri (cioè come un palazzo di 4 piani), la diga foranea a protezione del porto di Genova fu colpita da questi marosi giganteschi con spruzzi che si innalzarono sino a 150 metri (sì, centocinquanta) come riportano le cronache dell'epoca con documenti fotografici. La diga foranea fu letteralmente distrutta per un tratto lungo 300 metri e le navi in porto furono esposte alla furia del mare ed alcune addirittura si rovesciarono.

Il mare raggiunse lo stato di "mare grosso", cioè forza 7, che è il massimo livello raggiungibile da un bacino chiuso come il Mediterraneo: di più non è possibile fisicamente, perché ci sarebbe bisogno di una rincorsa più lunga per aumentare ancora, ed il Mediterraneo è troppo piccolo.

Sugli Oceani invece si può raggiungere forza 9, con onde superiori ai 20 metri. Oltre poi c'è la leggenda! Cosa c'entrano tutti questi dati con lo scattare immagini? Assolutamente niente, ma spero che vi facciano venire una voglia matta di fotografare una mareggiata, perché vi garantisco che è una bellissima esperienza! Ma ritorniamo alla fotografia: è importante, se possibile, inserire nello scatto un elemento di grandezza nota per far capire le dimensioni del fenomeno, e siccome in mare quando c'è burrasca non c'è assolutamente niente (altrimenti affonderebbe) bisogna allargare l'inquadratura per cercare elementi del paesaggio che svolgano questa funzione comparativa. Si perderà un po' del primo piano delle onde, ma le onde

stessa acquisteranno le giuste proporzioni e ne guadagneranno in maestosità. Nella mia precedente foto del faro di Camogli avevo introdotto proprio il faro ed il molo con l'intento di fargli svolgere la funzione di "metro di misura". Di seguito altre quattro mie immagini nelle quali l'elemento umano nella prima e nella seconda, la nave nella terza e gli edifici nella quarta svolgono (anche) la funzione di comparazione dimensionale.

Bruno Favaro - Chi non rischia non piglia pesci...



Bruno Favaro - Un surfista affronta una grande onda a Varazze



Bruno Favaro - Mare agitato, ma bisogna partire!



Bruno Favaro - Mareggiata a Camogli


E' possibile però, e anche molto divertente, scattare dei veri e propri "ritratti" all'onda, cioè renderla protagonista assoluta dello scatto con inquadrature molto ravvicinate con l'uso di un buon tele.

Anche se il soggetto è apparentemente sempre lo stesso, otterremo invece immagini una diversa dall'altra, perché ogni onda è davvero differente dall'altra e, come ho già detto, ogni singolo istante della stessa onda ha la sua particolarità.  


  Bruno Favaro - Ritratto all'onda


C'è da notare inoltre che ogni spiaggia ha una sua conformazione caratteristica che influenza il modo con cui i marosi si frangono. E se poi siamo in prossimità di una scogliera avremo anche il bonus degli spruzzi che si innalzano altissimi, anche se i 150 metri del 1955 restano un episodio unico. Di seguito alcuni esempi.


Bruno Favaro - Una grande onda si frange sul molo di Varigotti



Bruno Favaro - Spruzzi e schizzi nella Baia dei Saraceni (Varigotti)



Splendido pinnacolo catturato da Roberto Canepa - Sestri Levante/Riva trigoso


Ma tutto questo è niente in confronto all'onda seguente, la mitica onda catturata da Fabio Bellavia sul lungomare di Cuba. Ma del resto l'Oceano ha gioco facile sul Mediterraneo..


Foto di Fabio Bellavia - Cuba



La forma dell'onda dipende anche dal momento. Se la burrasca è ancora in corso i venti saranno impetuosi ed avremo il mare "vivo", cioè con onde spettacolari ma sgraziate che spesso interferiscono l'una con l'altra, magari annullandosi oppure sommandosi come potenza, con pinnacoli imponenti e con creste che nascono e scompaiono talvolta ancor prima di arrivare a riva.


Bruno Favaro - Mareggiata a Sestri Levante

Se invece la burrasca ormai si è placata ed il vento è cessato o addirittura si è trasformato in vento da terra, allora avremo il mare "lungo", l'onda avrà magari dimensioni leggermente inferiori ma acquisterà in eleganza e ritmo, diventando una ordinata e maestosa sequenza di cavalloni che si abbattono sulla riva con pulsante regolarità. Spesso il cielo si aprirà e ci regalerà una buona luce consentendoci finalmente tempi rapidi. E' il momento della mareggiata che preferisco. Nella mia foto seguente la luce mi ha regalato un momento particolarissimo.


Bruno Favaro - "Incendio" in mare (spiaggia di Pegli)

Riassumendo direi che fotografare un primo piano di un'onda a campo stretto è un po' come fare una street: si può aiutare la sorte scegliendo un luogo adatto, ma solo dopo aver visionato lo scatto sapremo se avremo veramente colto l'attimo giusto. E ribadisco il concetto dell'utilità dello scatto a raffica, iniziando la sequenza dal primo momento buono e continuandola fino a che la forma dell'onda continua a piacerci. Io ho fatto centinaia di scatti alle onde, e questa che vi propongo di seguito, ad adesso, è quella che mi soddisfa di più perché ha la grinta necessaria, gli spruzzi sono ben congelati ed ha una sua gradevolezza estetica che mi ricorda un occhio, anche se l'onda perfetta la sto ancora cercando!


 Bruno Favaro - L'occhio dell'onda



Il mare come “paesaggio”

Mi avete seguito sino qui senza bagnarvi con gli spruzzi delle onde? Bene! Ora non correte più nessun pericolo di questo tipo, perchè il mare non è solo burrasche e cavalloni, il mare vuol dire anche marine incantevoli e scenari naturali senza pari. Vi propongo di seguito una serie di immagini che sono un piccolissimo campione di tutte le bellissime immagini che si possono trovare nella galleria del nostro Sito. 



Foto di Enrico Maniscalco



 Foto di Marco Carnevali



Foto di Michela Favaro




Foto di Nicola Marongiu




Foto di Primo D'Apote




Foto di Fabio Rubino




Foto di Massimo Cavalletti




Foto di Antonio Calò




Foto di Alberto Orlandi




Foto di Eraldo Parodi




Foto di Ornella Locatelli




Foto di Nicola Picciau




Foto di Federico Putignano




Foto di Antonella Giroldini



Foto di Ninni Prestianni




 E per finire concludo con queste immagini che ben descrivono quello che per me rappresenta il mare. Certo, onde e mareggiate sono elementi naturali che mi affascinano e che mi danno la gioia di ritornare bambino nell'osservarli, ma il mare per me rappresenta soprattutto un luogo di meditazione, direi quasi di introspezione. E proprio per questo ne sono un assiduo frequentatore nei periodi invernali, al di fuori della calca estiva. Senza contare che in inverno ci sono i tramonti migliori, con una luce ed una atmosfera impagabili.




Bruno Favaro - Meditazione




Roberto Lanza - Il vecchio ed il mare (Vedo che anche per Roberto il mare significa meditazione)





Bruno Favaro - La luce del tramonto




Bruno Favaro - Tramonto a Camogli





Ringrazio tutti quelli che sono arrivati sino qui, e vi do appuntamento alla prossima puntata, dove si parlerà sempre di paesaggio ma in senso generale, con tante altre immagini prese sempre dagli album di MaxArtis.


Bruno 




Bruno Favaro Giugno 25 '18 · Voti: 5 · Commenti: 14 · Tags: mare, paesaggio, bruno, favaro, onde, mareggiata, liguria, varazze, genova, porto, scala douglas
Bruno Tortarolo
“La panchina (diminutivo di panca) è solitamente un elemento dell'arredo urbano: si tratta di un sedile che può ospitare più persone, solitamente situato all'aperto in aree pubbliche come piazze o parchi, è costruita con diversi materiali.”


Questo è ciò che comunemente definisce l’oggetto che ognuno, almeno una volta nella vita, ha usato nelle più svariate situazioni e luoghi; è anche ciò che quasi tutti, almeno una volta nella vita, ha fotografato come soggetto primario oppure come elemento in una composizione, solitaria oppure di una serie, al mare come in montagna, in città come nella solitudine di un parco.

La caratteristica peculiare di questo oggetto è quella di essere occupata oppure libera e il primo caso è certamente il più interessante da un punto di vista anche della sintassi applicata alle arti figurative e grafiche cioè il rapporto fra gli elementi delle composizioni e le loro rispettive funzioni, questo sarà oggetto di una più approfondita analisi che comporta anche implicazioni filosofiche ed esistenziali


Questo concetto si può applicare anche all’oggetto libero come nell’esempio di Elis Bolis:



la relazione tra gli elementi che concorrono alla “costruzione” di quella proposizione, panchina-albero-panchina, gioca sul sicuro appeal che la ripetizione di uno stesso oggetto ha su di un ipotetico spettatore che trova, nella sottolineatura, un preciso e forte messaggio su cosa l’autore voleva mettere in evidenza.

Lo stesso effetto lo si ottiene come nella foto di Francesco Ercolano:



A differenza della precedente viene posto l’accento sul soggetto in primo piano relegando il secondo, seppur ben presente e riconoscibile, ad un elemento che riempie e bilancia l’immagine intorno alla verticalità del lampione.

In questo caso viene introdotto un terzo elemento, vivo, che in qualche modo anticipa, seppur in modo improprio, ciò che sarà oggetto di analisi nel rapporto tra uomo e manufatto e soprattutto perché ciò rappresenta grande motivo d’interesse per chi si dedica alla passione fotografica.


Tuttavia l’effetto più tradizionale rimane quello immortalato nella perfetta composizione sempre di Francesco Ercolano:



Fotograficamente parlando la suddivisione in terzi dona il giusto equilibrio alla scena superiormente occupata dal ramo che bilancia la pavimentazione e la balaustra con il nostro soggetto primario, la panchina solitaria, in una condizione di attesa.

Non vediamo persone, animali, niente che sembra dover interagire con quel semplice sedile eppure sentiamo, percepiamo che qualcosa o qualcuno incombe; potremmo stare lì ad osservare quella scena, consapevoli che si tratta di una immagine, immaginando di veder apparire quella persona che verrà ad occuparla perché in fondo ognuno di fronte a questa situazione, anche in modo recondito, è ciò che farebbe e lo farebbe maggiormente se la situazione fosse proprio quella che ci appare, così perfetta per lo svolgersi dell’azione.

L’immagine parla chiaro: ha spiovuto e intorno non sembra esserci alcuno, la stagione non è la migliore dell’anno (ma dipende dai punti di vista), l’albero è senza foglie e il mare è calmo, il cielo sembra schiarire e la residua umidità sfuma l’orizzonte rendendo ancor più indefinito il paesaggio.

Ma la panchina è lì, attrae, invita, quasi lo chiede, stai passando, probabilmente hai dei pensieri, sei riflessivo in quel momento, stai per rivolgerti a qualche entità spirituale e ti senti stanco sotto il peso dei pensieri, quale migliore occasione per fermarsi, sedersi e volgere lo sguardo verso l’orizzonte e pensare.


Quando ogni cosa è vissuta fino in fondo non c'è morte né rimpianto, e neppure una falsa primavera. Ogni orizzonte vissuto spalanca un orizzonte più grande, più vasto, dal quale non c'è scampo se non vivendo.”

(Henry Miller)


Oppure sei una persona innamorata e il tuo cuore esplode di quel sentimento, la leggerezza dell’essere rarefà l’aria e quel capogiro va assecondato da un momento di rilassatezza vagando con la mente e farsi soccorrere da parole adeguate.


Le panchine custodiscono migliaia di storie meravigliose, ricordi di mani che si cercano, promesse mai mantenute, baci improvvisi. Tutti ne abbiamo una sulla quale il cuore è ancora seduto.”

(Anonimo)


Quella panchina della foto è ancora vuota ma serba tutti quei ricordi, pensieri e persone, di quelle passate e che passeranno e che cederanno al fascino misterioso di quel misto di ferro, legno, pietra o resina che invita, a volte fagocita, spesso dona quel momento necessario all’equilibrio, sempre è una presenza indispensabile nel panorama e della quale quasi non ti accorgi finchè ne brami la presenza.

E’ il momento in cui la persona si impossessa del manufatto e lo fa per le più svariate motivazioni.


Nella foto di Alessandro Cucchiero una motivazione ormai delle più desuete, scrivere, farlo veramente come ci è stato insegnato nella nostra infanzia e oltre finchè la tecnologia moderna ci ha dato gli strumenti per farlo diversamente:



Scrivere o disegnare, non ha molta importanza, in entrambi i casi potrebbe essere una forma d’arte e quale miglior posto per creare arte se non al cospetto di un panorama, perlomeno uno spazio libero, probabilmente quell’orizzonte che ci fa gettare lo sguardo e la mente oltre ad esso, in un luogo indefinito che prende il nome di fantasia e creatività, dove non c’è un altro orizzonte se non quello che noi poniamo come limite alla nostra immaginazione che può essere infinita come l’universo stesso, ma un universo tutto nostro dove poterci muovere senza alcun limite espressivo proprio come anche la fotografia che pratichiamo qui, che ha limiti solo fisici del supporto ma immensi come pensiero.

Il pensiero porta alla filosofia ed è straordinario come Aristotele quasi ci spieghi ciò che oggi applichiamo “religiosamente” ogni volta che ci dedichiamo alla nostra passione;

per Aristotele il concetto preminente è senz’altro quello di arte, considerata come una Techne (tecnica, arte, il “fare bene qualcosa”, l’abilità di portare a compimento una cosa, possedere una tecnica, conoscere come qualcosa può essere realizzato in maniera compiuta), in netta opposizione al concetto platonico di Bello, che è un’idea, una ispirazione tendente ad autosoddisfarsi e compiersi, si potrebbe sostenere che il platonico sia autoreferenziante, l’aristotelico creativo e industrioso nel perseguire i suoi tecnicismi mai fini a se stessi e che sfociano nella creatività. Guardando la foto viene da chiedersi cosa si celi al di là, quale ispirazione possa aver trovato il soggetto e magari quanto comoda o scomoda possa essere quella seduta, non sembra delle migliori ma spesso è maggiore l’idea di panchina che la panchina stessa.

All’attività manuale subentra quella cerebrale, la panchina come primario luogo di riflessione e contemplazione; anche in questo caso la filosofia ci apre una visione moderna: sempre Aristotele individua nella contemplazione, intesa come pura attività dell’intelletto, il bene dell’uomo, la sua felicità, tale attività è amata per sé stessa, in contrapposizione alle attività pratiche orientate alla produzione di un elemento distinto dall’azione.


In questa foto:



lo sguardo perso all’orizzonte e la postura che indica un “abbandono” non solo corporeo porterebbero a questa concezione nell’abbandonarsi alla felicità, pensare al proprio bene, individuare quell’equilibrio (qui evidenziato anche dal puro dato tecnico di bilanciamento dell’immagine dove la barca si pone in perfetto contraltare al primo soggetto che è la panchina, soggetto e oggetto primario, punto da cui parte l’azione proprio in virtù della sua presenza assai strategica e che compie proprio quell’azione di fagocitare il “viandante” come vedremo nella prossima immagine donandogli anche quella giusta dose di privacy nello svolgere le proprie azioni.

Non sappiamo il volto di quella persona ma lo immaginiamo bearsi del panorama e del fluire dei propri pensieri, c’è sempre un orizzonte dove questi vanno ad infrangersi ma ci sarà sempre un mare che li restituirà al legittimo proprietario.


Anna Marogna con la sua foto ci apre ad una nuova possibilità:



La panchina si trasforma a sua insaputa e diventa supporto utile e concreto, il significato intrinseco e sottinteso indirizza al tema del viaggio che presume nella sua peculiarità una insita difficoltà dovuta al muoversi, all’essere esposti ad un certo disagio che si identifica nella stanchezza dello spostarsi, spesso senza una dimora certa se non al traguardo di questo peregrinare.

I pesi del bagaglio accentuano questa fatica ed è così che la panchina assurge al suo ruolo salvifico, ci si scorda la sua scomodità e diventa all’occorrenza punto di ristoro, di riposo, di riflessione; estemporaneo deposito bagagli e sala di lettura, improvvisato ristorante con il cartoccio di prelibatezze locali che il titolare del secondo zaino è appena andato ad acquistare lì a pochi metri da questa straordinaria “veranda” sul mare dove il “padrone di casa” sembra non gradire o viceversa gradirà molto ciò che gli verrà benevolmente dispensato.

Immagine dalla interessante lettura che invita ad un ipotetico dialogo tra gabbiano e viaggiatore, una sorta di comunione di sensazioni. Sembra di sentire i pensieri dell'uno rispondere a quelli dell'altro:

“anche tu sosti un poco prima di riprendere il viaggio eh?”

“già, giusto il tempo per mangiare un panino poi mi rimetto in cammino”

Semplice e lineare ma è proprio ciò che quella panchina serberebbe come ricordo di quella doppia sosta.


Nella terza fotografia concessa da Francesco Ercolano:



Oltre agli elementi fondamentali quali ovviamente la panchina, la persona seduta, il mare di fronte oggetto di osservazione e si presume fonte d’ispirazione (anche se il soggetto sembra intento a qualcosa d’altro) l’immagine introduce un elemento squisitamente compositivo.

Non abbiamo più il terzo superiore occupato dall’albero ma in questo caso il terzo di destra; notare come la figura umana insista esattamente sul terzo di sinistra ma a questo punto anche su quello di destra complice l’introduzione dell’intelligente riflesso, completano proprio la panchina e la striscia bianca della pavimentazione.

Insomma, benissimo la panchina come prosecuzione del tema, ma anche un esempio da studiare su quanto la composizione può donare ad una perfetta fruizione di un lavoro di questo tipo.


Questa foto ribalta totalmente il concetto appena espresso:



La panchina assume il ruolo di supporto passivo, non è più il luogo di un estemporaneo incontro, di quella “attesa” dell’ospite che vi avrebbe trovato riposo, complicità, ispirazione, contemplazione, quasi una dimora coatta; abbiamo visto panchine rivolte materialmente in modo come ad invitare l’ospite a sedersi di fronte ad un palcoscenico straordinario; quel ribaltamento, anche se in modo involontario dettato da regole urbanistiche, determina uno scenario spogliato di ogni poesia accrescendo quel senso di disagio già ampiamente espresso dal soggetto seduto e la sua postura indefinita come fosse un corpo estraneo che non sa trovare pace da quell’abbinamento; “together” sembra quasi irridente in questo dialogo della solitudine ma se volessimo dare un senso antropomorfico alla situazione si potrebbe infine leggere come un riscatto, un invito, una esortazione…stiamo insieme, annulliamo questa nostra rispettiva solitudine.

Mi piace citare il commento di una autrice, ritiratasi dalla fotografia, che rilasciò su questa foto:


La persona è assolutamente celata da questo richiudersi in se stessa, dal chinarsi del capo, come a scomparire. E paradossalmente invece questo corpo è massiccio, e quasi amplificato in volume dall'atteggiamento delle membra. Esattamente quello che talvolta chi soffre non vorrebbe, combattuto fra la voglia di invisibilità e il desiderio invece di aiuto invocato con la presenza. Una foto coraggiosa, che sfida il rischio banalità di questo genere di soggetto ma che riesce indenne da un angolo periglioso, facendosi paradigmatica. Le foglie cadute, il rado tappeto di anime vegetali perdute, sono la sola concessione visiva, un tocco struggente, in una foto altrimenti dura e senza sconti. Non è per me un ritratto ad un disagio, ma un ritratto al disagio con la D maiuscola, al perdersi di un anima che si palesa fisicamente al bordo di una via, ma che nella posa sfatta del corpo, ha solo la tappa finale di un viaggio complesso.

Fotografa una condizione, con tratti vitrei ed incisi, e se genera disagio che si fa pietas, in questo viluppo dettagliato di carne e tessuto, dimenticato in se stesso, sul ferro di una panchina, davvero colpisce nel segno.”


Trovo questo commento straordinario dove vengono espressi concetti importanti meritevoli di una profonda riflessione, a cominciare da quella “pietas” che non è pietà in senso letterale cioè sentimento di commossa e intensa partecipazione al dolore ma sentimento di affetto.


La storia della Fotografia, attraverso i suoi più grandi esponenti, non è immune dall’aver trattato questo soggetto e lo ha fatto nelle sue innumerevoli varianti.

Fino a questo momento abbiamo trattato l’argomento panchine come un qualcosa dai molteplici risvolti positivi.

Abbiamo visto come può essere un luogo accogliente pur nella sua “fredda” concezione di sedile, oggetto inanimato ma che sembra trarre energia dal suo fruitore divenendone un tutt’uno, sia che faccia esprimere buone vibrazioni sia che sia supporto ad un disagio umano.

L’attrazione a livello fotografico potrebbe essere indicativa di quell’immedesimarsi nella situazione che ci si appresta a riprendere oltre a tutte le implicazioni tecniche relative alla vocazione simmetrica e alla ripetizione del soggetto come abbiamo visto all’inizio di questo articolo.

Dicevo dell’aspetto positivo legato a ciò che è stato esposto fino ad ora; per ribaltare questo concetto userò come esempio ciò che un grande fotografo ungherese del 900, André Kertész, realizzò negli anni 60.


Il riferimento è questa foto:



Il titolo è “Broken bench” e il messaggio che sembra voler trasmettere è quello che le panchine, in certi momenti e anche in base al nostro stato d’animo, suscitano tristezza, rassegnazione, senso di abbandono anche interiore.

Rappresentano un luogo dove fermarsi per isolarsi dal mondo, un luogo dove sedersi a riflettere sui nostri affanni e preoccupazioni o lasciarsi andare alla malinconia.

Proviamo ad immaginare una panchina nel parco con una persona anziana seduta, non sto neanche a dire qual’è il pensiero che viene subito in mente, oppure una panchina in una stazione con persone che aspettano impazienti un treno o un autobus, mentre vorrebbero essere in viaggio o già sul luogo di arrivo, crea insomma una sorta di frustrazione. Lo stare seduti su una panchina in attesa da l’idea del provvisorio, della precarietà; ora sono qui ma tra poco me ne andrò, sembra quasi un’attesa impaziente della morte.

Nel volume “L’infinito istante” di Geoff Dyer l’autore pone alcune fondamentali osservazioni su quella che potrebbe definirsi una vera ossessione che Kertész aveva per la panchina:


“Sarebbe chiedere troppo affermare che le sagome che si vedono in molte fotografie di Kertész sembrano sempre dirette incontro alla morte o attenderla con impazienza, ma sarebbe abbastanza ragionevole sostenere che sono sempre in cerca di una panchina.

E la panchina rappresenta una sorte di morte. Una panchina sta… in panchina. Sta a bordo campo, condannata al ruolo di spettatore, marginale.

L’uomo sulla panchina è proprio un surrogato della situazione di Kertész: osserva la vita ma non vi partecipa più. Almeno, come la gente fotografata da Brassaï e Weegee, ha ancora una panchina.

Il 20 settembre del 1962 a New York, dopo anni e anni di mortificazioni e affronti, Kertész realizzò uno scatto che riassumeva perfettamente la propria situazione, o la sua percezione della propria situazione.

E adesso la panchina non è solo vuota, ma anche rotta.

Etimologicamente avrebbe senso se l’uomo che dà le spalle alla macchina fotografica avesse dichiarato da poco fallimento ma, allo stesso tempo, potrebbe essere solo un passante che guarda interrogativo la panchina. Per dirla sommariamente, se Kertész voleva che la panchina rotta riflettesse la rovina dell’osservatore, egli vede anche, e vede se stesso in quel modo, qualcuno che sta a guardare, curioso, comprensivo ma distaccato.

E’ questa ambiguità ripetuta e condensata che riesce a salvare l’immagine dal sentimentalismo che la minaccia.”


Una gustosa osservazione /rivelazione su questa foto della panchina rotta, la foto è costruita; Kertész prepara la scena come un regista di teatro.

Le due donne sullo sfondo sedute su una panchina sono Elizabeth la moglie del fotografo con una amica e l’uomo di spalle che guarda la panchina è Frank Thomas, il socio di Elizabeth nella ditta di cosmetici, che oltretutto è cieco.

Praticamente Kertész, come osserva sempre Dyer, aveva sistemato le cose per dare alla fotografia il rimando simbolico che desiderava.

Questa importante asserzione, in chiusura a questo lavoro, apre in realtà ad un grosso argomento e fondamentale quesito che investe la fotografia moderna, il dibattimento verte inevitabilmente sul significato di foto cosiddetta Street della quale corrente Kertész è un grande esponente, è probabile che ciò faccia crollare miti in un caso o metta seriamente in difficoltà in un altro chi è dedito a questo aspetto che per definizione dovrebbe essere “genuino”, tuttavia ci porterebbe fuori tema.


Grazie per l'interesse eventualmente suscitato.

Ringrazio in particolare:

Alessandro Cucchiero

Anna Marogna

Elis Bolis

Francesco Ercolano

per aver dato il consenso alla pubblicazione delle loro immagini a corredo del testo.

Le restanti foto sono dell'autore.

Bruno Tortarolo


Enrico Maniscalco

Il Manifesto



Per agevolare la partecipazione al commento, e in generale la condivisione di valori e finalità, può essere utile la redazione di una sorta di manifesto, che ne indichi i principi  e le regole.

Il Manifesto introduce così all'attività, al momento del confronto, e ne costituisce le linee guida, dinamiche e aggiornabili.

E’ uno strumento che traccia un indirizzo, che intende suggerire un approccio al metodo per far bene (ma non il rimbrotto a chi dovesse fare meno bene), e vuole quindi costituire un codice di base per favorire il dialogo e la relazione, stimolare la partecipazione, consentire di vincere un'eventuale timidezza se non una generica ritrosia; in estrema sintesi: uno strumento di indirizzo “positivo”, atto a favorire la condivisione, e con quella la crescita e lo sviluppo.


Il Manifesto deve essere ben visibile in testa, nella home page del sito.


Provo a lanciare un inizio di prima bozza, qui di sotto, da integrare e modificare attraverso un lavoro di gruppo, che spero possa essere il più possibile allargato. 

Col contributo di tutti potremo così giungere a una prima versione definitiva (ovviamente se si è d'accordo).



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Maxartis (il Manifesto)



La comunità cresce e si sviluppa nel confronto.

Non c'è confronto senza riscontro attivo, che si arricchisce nella pratica del commento costruttivo.

Attraverso il commento la crescita è reciproca.


Principiante non è colui che fotografa da un anno, ma accetta il confronto con gli altri.

Principiante è colui che fotografa da trent'anni, ma non ne ha mai accettato uno.



I valori del confronto:


- Altruismo

- Umiltà

- Sincerità

- Leggerezza


                                                                          aggiunte dal lavoro di gruppo:


- Consapevolezza

- Positività

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Le regole:


- Si posta una foto per condividerla, e nel contempo guadagnarne una valutazione. Pertanto, dopo aver postato a quel fine, l'autore accoglierà le considerazioni ricevute, anche se di parere diverso dal suo.


- Il confronto deve sempre riferirsi allo specifico tema (di norma la singola foto), e a quel tema preferibilmente limitarsi.

- E’ opportuno concedere sempre un riscontro, e che sia pertinente, senza mai interrompere un confronto non ancora concluso.


aggiunte dal lavoro di gruppo:


- Nel formulare un commento, tenere presente che si sta esprimendo una personale opinione, e non un giudizio o una condanna.

- Prima di replicare alle osservazioni ricevute, accertarsi di aver ben compreso le motivazioni dell'osservazione, considerando che queste sono state formulate con spirito costruttivo: la critica è sulla foto, e non sull'autore.

- In una critica costruttiva vanno evidenziati i difetti e anche i pregi. Una foto non è quasi  mai del tutto ben fatta o mal fatta.

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Enrico Maniscalco Gennaio 14 · Voti: 2 · Commenti: 14
Enrico Maniscalco

Non è per niente facile raccontare di foto di architettura.

L'argomento di per sé è molto vasto, articolato, e per certi versi non sempre di agevole classificazione.

Quello che dunque farò, o meglio che proverò a fare, è raccontarvi del mio punto di vista al riguardo. Un punto di vista personale e parziale, per nulla "accademico", con cui spero semplicemente di riuscire a stimolare interesse, e riflessioni.

 

In estrema e facile sintesi, l'architettura può essere definita come la disciplina con cui l'uomo organizza i suoi spazi vitali, progettando e costruendo le opere - edifici e strutture - destinate ad accoglierlo, nel suo quotidiano.


Questa, invece, la definizione di uno dei più noti architetti viventi, il nostro Renzo Piano: 


L'architettura è l'arte di dare rifugio alle attività dell'uomo: abitare, lavorare, curarsi, insegnare e, naturalmente, stare insieme. È quindi anche l'arte di costruire la città e i suoi spazi, come le strade, le piazze, i ponti, i giardini. E, dentro la città, i luoghi di incontro. Quei luoghi di incontro che danno alla città la sua funzione sociale e culturale. Ma naturalmente non è tutto. Perché l'architettura è anche una visione del mondo. L'architettura non può che essere umanista, perché la città con i suoi edifici è un modo di vedere, costruire e cambiare il mondo.


L'opera architettonica, tuttavia, non si limita ad assolvere alle funzioni pratiche per cui viene concepita in origine: il disegno di luoghi e di ambienti non deve solo rifarsi al rispetto di esigenze tecniche, che riguardano la funzionalità e la stabilità, ma si spinge a soddisfare, allo stesso tempo, un gusto estetico capace di coniugare l'utile con il bello.

Ragione per cui l'architettura rientra a pieno titolo nel "sublime" delle arti visive.


Venendo a noi, ai nostri scopi, come può una rappresentazione fotografica rendere giustizia a quel sublime?

Beh, credo che sia un'impresa maledettamente complicata!

Una considerazione, questa mia, che non ha alcuna intenzione di scoraggiare, com'è ovvio. Tutt'altro! Perché in realtà dovrà essere proprio questo grado di complicazione il più forte stimolo alla ricerca, affinché il risultato ultimo possa evitare di sfociare nello scontato, o in una noiosa staticità.

L'opera architettonica - sia questa un palazzo, come un ponte, o una qualsiasi altra struttura, oppure ancora uno spazio urbano - è un insieme armonico di spazi, prospettive, dettagli, contesto. Una sola immagine fotografica, con il suo limite di campo inquadrato e le sue due dimensioni, può cercare di rappresentarne un carattere, farne intuire la personalità, la presenza d'insieme, lo spirito. Ma per raccontarla, raccontarla davvero, occorrerebbe un qualcosa di simile a un reportage.


Ma come di norma avviene per tutti i generi di fotografia, anche quando ragioniamo di fotografia di architettura, la nostra ambizione invece si sofferma spesso allo scatto singolo. Quello scatto che riesca a essere il miglior interprete di una sintesi visiva, ed emotiva. Lo scatto godibile, meritevole di una pubblicazione, o di un'affissione a parete.


Detta in altri termini, si tratta, di fatto, né più né meno che di un "ritratto".

Perché le foto di architettura che di solito ci occupano, si possono sostanzialmente considerare come un ritratto dell'opera architettonica, un ritratto che la riprende dall'esterno.


Fatta questa considerazione, per praticità espositiva e di trattazione, e allo scopo di provare a fare ordine con un minimo di suddivisione sommaria (del tutto arbitraria, e di certo non esaustiva), potremmo quindi immaginare le seguenti categorie:


- ritratto ambientato: l'edificio (od opera architettonica) è ripreso insieme con parte del contesto in cui è inserito. Narra le caratteristiche dell'opera, e il suo connubio con il mondo intorno;


- ritratto del "volto": viene ripresa solo l'opera architettonica, o una sua parte significativa e distintiva;

- ritaglio: viene ripresa una porzione delimitata, anche in questo caso pur sempre distintiva (ovvero facilmente riconducibile all'opera nel suo complesso).


È evidente che ognuna delle tre categorie richiede un approccio visivo proprio, differente dalle altre due: di ampio respiro la prima, cui si chiede lo sviluppo di una visione d'insieme; di isolamento del soggetto - intero o in parte - per la seconda; di ricerca e interesse per una "porzione", nel caso della terza.


Per fare subito un paio di esempi:


Genova - Torre I Gemelli - Quartiere San Benigno



 ritratto ambientato



ritratto



ritaglio



Genova - Il "Biscione"



ritratto ambientato



ritratto



ritagli






Ogni fotografo, con maggiori attitudini in questo o quel campo, ha quasi sempre generi in cui non si cimenta mai.

La foto architettonica, invece, volente o nolente appartiene a tutti, poiché è improbabile che non sia mai capitato, o non capiti, di fotografare un edificio o un'opera architettonica, di una certa importanza o meno.

Ma come per gli altri generi solo l'estro e la soggettività del fotografo potranno conferire un valore aggiunto, rispetto a una foto puramente "oggettiva" e documentale.

Non che la foto documentale sia necessariamente di minore interesse, ma è naturale che le aspettative del gusto estetico riscontrino maggiore appagamento laddove si riescano a individuare quel taglio, o quella prospettiva, più originali o insoliti, lontani dallo standard, dall'ordinario, e di conseguenza più "intriganti".


Per arrivare a ciò, non ci sono ovviamente ricette precostituite – come sempre vince la fantasia, protagonista non codificabile – ma alcuni comportamenti possono ritenersi opportuni, in linea di massima.

Se, come detto, si tratta in fondo di foto di ritratto, ecco che allora occorre entrare in piena sintonia col soggetto, come in tutti i ritratti che si rispettino. Bisogna scrutarlo in ogni angolo, il soggetto, da ogni punto di vista (e potendo, se la disponibilità di tempo ce lo consente, in ogni condizione di luce). Girare intorno. Guardare in alto e in basso, di lato. E di nuovo girare. Per poi fermarsi. Scrutare i dettagli. Sposarli con il contesto. Scrutare di nuovo. Nuovamente girare. Girare. Girare. Lentamente. Osservare, lasciandosi trasportare dal gusto di cercare la via per farsi migliori interpreti. Senza fretta. E senza inquadrare, se non di tanto in tanto. Si porta l'occhio al mirino, o si osserva il display, solo dopo aver avuto la visione: non si inquadra se si sta ancora cercando.

Solo quando si riesce a "dialogare" col soggetto, quando finalmente se ne coglie l’intimo, solo allora si passa allo scatto. Mai prima. A meno di non volersi accontentare di immagini scontate e anonime, che andranno ad arricchire la collezione delle centinaia di migliaia in famiglia, su centinaia di cartelle dell'hard disk.


Qui di seguito ecco alcuni esempi di ritratto ambientato: una categoria che poi inevitabilmente confina, fino a confondersi, col genere del paesaggio urbano.

Dovessimo trovare una distinzione, potremmo dire che siamo nel campo di cui stiamo trattando - la foto di architettura - quando la personalità dell'elemento architettonico è ben circoscritta, evidenziata e prevalente, per quanto si possa ragionare anche in termini di paesaggio.

Nel complesso, si tratta di immagini che, seppure limitatamente alle potenzialità dello scatto singolo, lasciano immaginare una lettura del luogo, un'interpretazione, anche attraverso lo sviluppo strutturale degli edifici attori protagonisti della scena paesaggistica.


E giunti a questo punto, è doveroso un omaggio all'opera del grande Gabriele Basilico.

Questi scatti ritraggono alcuni quartieri della città di Milano.

Sono scatti all'apparenza di basso impatto estetico ed emotivo (di primo acchito), ma ben rappresentano lo spirito del luogo. Se ne respira l'atmosfera. È un paesaggio urbano, dove tuttavia è forte e prevalente la componente architettonica, nell'aspetto rigoroso degli edifici, e negli spazi.






In quest'ultima foto, notiamo che la presenza della figura umana può contribuire a dare profondità e dimensione, senza annacquare il valore architettonico e paesaggistico del contenuto.



E quindi passiamo a noi, fotografi di Maxartis, sempre nella categoria del ritratto ambientato (che ribadisco essere cugino di primo grado del paesaggio urbano).


Alessandro Cucchiero


Fiamma Magnacca


Graziano Racchelli


Antonella Giroldini


Antonella Giroldini


Enrico Maniscalco


Alberto Orlandi


Mario Vani


Enrico Maniscalco



Dal ritratto ambientato, passiamo al ritratto, la ripresa del "volto": laddove l'inquadratura si sofferma sul soggetto, isolandolo dal contesto o riprendendone una porzione significativa, capace di essere rappresentativa del tutto.

Il rigore compositivo è d'obbligo. Lo è sempre, o quasi, ma in questo genere a maggior ragione. E spesso la ricerca di simmetrie costituisce un elemento portante.



Davide Cecconi


Pietro Collini


Elis Bolis


Livio Prandoni


Enrico Maniscalco


Mario Vani


Teresa Zanetti


Enrico Maniscalco


Enrico Maniscalco



Mario Vani


Mario Vani


Ivan Catellani


Marianna Bitto


Danilo Tavecchio


Mario Vani


Mario Vani


Enrico Maniscalco


Enrico Maniscalco



La parte infine dedicata al ritaglio, spesso si spinge anche alla ricerca di equilibri rigorosamente geometrici. L'identità dell'elemento architettonico resta sempre ben visibile, ma l'esaltazione delle forme, nella loro grafia fatta di rette o di curve combinate in figure armoniche, può anche prevalere sulla "personalità" strutturale del soggetto.

In altre parole, il disegno geometrico, la prospettiva, l'elemento ripetitivo, la simmetria, la curva sinuosa, finiscono con l'assumere una rilevanza a sé, quasi rubando la scena alla protagonista principale - l'opera architettonica - senza tuttavia offuscarla, con questo, bensì valorizzandola ulteriormente.



Enrico Maniscalco


Livio Prandoni


Mario Vani


Enrico Maniscalco


Marianna Bitto


Ivan Catellani


Marianna Bitto


Livio Prandoni


Enrico Maniscalco


Mario Vani


Guido Pucciarelli


Fiamma Magnacca


Alessandro Allegretti


Maurizio Berni


Alberto Bongiorno


Enrico Maniscalco


Elis Bolis



Concludiamo questa parte cambiando radicalmente il punto di vista, e trasferendoci all'interno dell'opera architettonica: là dove si esalta l'efficienza dell'organizzazione degli spazi utilizzati dall'uomo, e dove pertanto gli spazi, insieme con l'estetica degli elementi, divengono protagonisti.>>

La rappresentazione fotografica di questi spazi può spesso indurci a inquadrature "rigide", tanto sobrie quanto scolastiche, dal valore quasi di immagine da catalogo, statica, fredda.


Qui un esempio: si tratta di uno scorcio della palazzina di caccia di Stupinigi.




Lo stesso scorcio, ripreso con maggiore "leggerezza", può coinvolgere il lettore con un maggior senso di dinamismo, e quindi di piacevolezza estetica.




Come questa inquadratura del teatro Bellini a Catania,



rispetto a quest'altra.




Nella ripresa fotografica degli interni, che intenda coniugare la rappresentazione oggettiva a un certo gusto visivo, occorre provare a evitare il punto di ripresa "frontale e piatto", dal'esito formale e scontato (per quanto utile dal lato prettamente documentale).

Anche in questo caso, come in esterno, si impone una perlustrazione attenta e meditativa, che prefiguri la scena, sguardo dopo sguardo.


In questa foto, seppure rigorosa, frontale e simmetrica, la presenza delle ombre arricchisce la scena di movimento e originalità.


Marianna Bitto


Qui una ripresa dal basso, che racconta lo sviluppo della torre senza simmetrie o geometrie troppo rigorose.


Enrico Maniscalco


Qui una composizione movimentata, quasi "musicale".


Mario Vani


In questa foto, infine, la simmetria la fa sì da padrona, ma la ripresa dall'alto in basso - non naturale - e la stessa presenza delle persone, regala una buona godibilità d'impatto, evitando la monotonia.


Michaela Dorn




E con questo, si chiude la prima parte.

Un sincero ringraziamento a chi ha potuto seguirmi fin qui.

Nella seconda parte tratterò quelle immagini fotografiche che prendono spunto da elementi architettonici, per poi invece trasformarsi in un qualcosa di differente: geometria, astratto, soggetto "alternativo".


Concluderò quindi con qualche cenno tecnico, tra cui la lavorazione delle cosiddette "linee cadenti", in sede di postproduzione.


A presto, dunque.




Enrico Maniscalco Luglio 13 '18 · Voti: 5 · Commenti: 13 · Tags: architettura, gabriele basilico, spazi, prospettiva, ritaglio, dettaglio, renzo piano
Bruno Favaro

Per il suo 70.mo compleanno Costa Crociere ha commissionato al noto fotografo Oliviero Toscani un lavoro fotografico che cercasse di raccontare l'obiettivo che si prefigge la Costa in ogni sua crociera: rendere felici i suoi ospiti.

Le fotografie sono esposte attualmente a Genova nei saloni espositivi di Palazzo Ducale.

La mostra è ad accesso gratuito ed è consentito fotografare tutto quello che si vuole. Quindi ho pensato di farvi cosa gradita fotografando tutte le immagini esposte ed a proporvele.

Per chi ha voglia di leggere, ecco i pannelli introduttivi alla mostra, con anche una presentazione di Philippe Daverio.
Una precisazione: in un pannello si parla di 150 foto esposte, in realtà le vere fotografie esposte (in formato gigante) erano poco meno di 40, le altre erano proiettate su pareti o tendine e ho rinunciato a fotografarle perchè di bassa qualità.











Ecco ora tutte le stampe giganti esposte. Non ho modificato nulla, ed ho lasciato dell'aria attorno alle stampe proprio per far vedere il taglio scelto da Toscani senza nessun intervento. Non ho corretto la distorsione del mio obiettivo perchè ininfluente vista la tipologia delle immagini (ed anche più comodo per me...  )
Nemmeno il bilanciamento del bianco non aveva bisogno di grosse correzioni


NOTA: alcune immagini sono sfocate e/o micromosse: erano proprio così anche le stampe esposte. 















































































Cosa ne pensate di queste foto? 

Secondo voi trasmettono quello che si prefiggeva il committente? 

Secondo voi Toscani ha fatto un buon lavoro?


Io ho la mia idea, ma non voglio influenzarvi. Dirò la mia dopo le vostre impressioni.Se qualcuno volesse fare riferimento ad una foto in particolare, per facilitarne l'identificazione metto qui sotto le miniature delle foto con la numerazione progressiva.





Grazie a chi mi ha seguito fin qui!

Bruno 




Bruno Favaro Agosto 9 '18 · Commenti: 13
Bruno Favaro
Sottotitolo: "Ho viaggiato nel tempo ed ho visto il passato"


Il mio paese è Sestri Ponente, un tempo comune autonomo e dal dopoguerra diventato delegazione di Genova. E sino a prima della guerra era un luogo di mare e di villeggiatura, con spiagge frequentate da turisti, spiagge dalle quali si poteva ammirare un bellissimo Castello sul mare situato al confine tra Sestri Ponente e Cornigliano, altra futura delegazione di Genova .
Quando io sono nato ormai le spiagge non c’erano più, inglobate da industrie ed aeroporto costruito sul mare, e non c’era nemmeno più il Castello Raggio (questo era il suo nome, dal nome del suo proprietario) ma ho ben chiaro nelle mente i racconti di mia madre che ne parlavano come di una costruzione mitica, tanto che era come se l’avessi visto di persona anche io. In questo mi hanno sempre aiutato le cartoline d’epoca che lo riproducevano da ogni angolazione, e ve ne propongo alcune qui di seguito tratte dalla rete, qualcuna proveniente addirittura dall’archivio storico Alinari. Nelle immagini d'epoca spesso ricorre il nome di Cornigliano invece di Sestri in quanto il Castello stesso si trovava al confine.







Il Castello Raggio, cito da Wikipedia “…fu edificato in stile liberty a fine Ottocento dall'imprenditore e uomo politico ligure Edilio Raggio. Assai ammirato per le sue eleganti linee architettoniche, per la sua realizzazione venne finanziata la somma straordinaria per l'epoca di seicentosessantamila lire. La sua struttura era a forma di parallelepipedo, con una torre a pianta quadrangolare che affiancava il corpo principale …<omissis>… gli interni erano stati fatti finemente affrescare.

Nella parte occidentale del corpo principale diverse aperture conducevano al giardino (arricchito da un piccolo orto) e alle scuderie. Sul lato orientale, una galleria consentiva di giungere ad un belvedere la cui vista spaziava dal litorale della riviera ligure di ponente fino alla torre della Lanterna…<omissis>…Il castello fu frequentato negli anni a cavallo del secolo e fino alla prima guerra mondiale da esponenti della nobiltà e del mondo politico fra cui il re Umberto I d'Italia con la regina Margherita di Savoia, la contessa Fiammetta Doria (della potente dinastia dei Doria), il duca di Galliera, il principe di Napoli, il conte di Torino e il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti”. 

Di seguito ancora altre foto d'epoca.





Durante la seconda guerra mondiale i Raggio lo abbandonarono rifugiandosi in luoghi più sicuri, il Castello subì danni e saccheggi, e dopo la guerra fu definitivamente abbandonato, ridotto ad uno scheletro vuoto. Il 14 Aprile 1951 fu tristemente abbattuto per fare spazio all’industrializzazione selvaggia che caratterizzò il dopoguerra del ponente genovese (e non solo), un’epoca in cui il rispetto del territorio era un concetto ancora non presente nella mentalità comune. 


Chilometri di mare prospicenti il Castello furono interrati per fare spazio ad una acciaieria ed all’aeroporto, e le spiagge ed il mare furono da allora solo un ricordo per Sestri Ponente e Cornigliano. 


Qui sotto una foto aerea nella quale il Castello è ancora prospicente sul mare e subito dopo una immagine presa da Google Maps di come è la stessa zona oggi, cercando di riprendere la stessa prospettiva (la freccia rossa indica il punto dove sorgeva il Castello, la linea gialla indica dove prima arrivava il mare). 





Come vedete addio Castello Raggio ma soprattutto addio mare, tombato definitivamente per far posto all'industria. Speso in Liguria la mancanza di spazi e la necessità di creare lavoro ha generato queste situazioni.


...E ora si viaggia nel tempo!!! 


Come ho scritto all’inizio, io sono cresciuto col mito del Castello Raggio, ma una cosa che non vi ho detto è che (e cito di nuovo Wikipedia) “fu edificato ricalcando nelle sembianze - e secondo le intenzioni dell'architetto Rovelli - il castello di Miramare di Trieste, fatto costruire intorno al 1860 da Massimiliano d'Asburgo”. 

Insomma, i Raggio si erano fatti costruire una copia (quasi) esatta del famoso Castello Miramare di Trieste, sia negli esterni che negli interni. 

Io questo l’ho sempre saputo perché mia madre spesso diceva: “A Trieste c’è un castello uguale!”

Già…a Trieste c’è un Castello (quasi) uguale. Mia madre non lo ha mai visto dal vero ed io l’avevo visto solo in immagini; ed in effetti la somiglianza vedendolo in foto è notevole, per non dire sorprendente. E perché allora non andare a vederlo di persona, facendo una sorta di viaggio a ritroso nel tempo?

E così questa estate io e mia moglie siamo partiti destinazione Trieste e vi dirò che visto dal vero la somiglianza è ancora più sorprendente. Caspiterina...stavo vedendo il Castello Raggio finalmente!!

Qui di seguiti metto alcune mie immagini scattate a Trieste, convertite in BN e antichizzate con un filtro. 






...ma non è uguale al Castello Raggio? E se non vi sembra così, vi prego, per amicizia non ditemelo! 


Un salutone a tutti dal Castello...Raggio, e grazie di avermi seguito sino qui!

Bruno 
















Bruno Favaro Novembre 7 '18 · Commenti: 11
MAX ARTIS
 il Paese è Posta Fibreno (Fr) in ciociaria.
Mille anime.
Ho cercato di raccontare la mia estate in questo paesino del basso Lazio
dove mi ritrovo sempre in estate.
E' il mio paese di origine, dove sono nato e dove vivono ancora mio padre ed i miei parenti ed amici.

La serie di foto inizia con il dondolo sotto il sole cocente nel giardino di casa.
La mia estate si snoda tra la casa in campagna
(il paesaggio con i rotoballe si trova proprio davanti al cancello),
il lago di acqua cristallina con l'acqua a 10 gradi costante ed i bagnanti temerari,
le sagre e le uscite serali con amici alla ricerca di un po' di refrigerio
e di relax con momenti di quotidianità tra scherzi e battute divertenti.
Non mancano le feste religiose ed i fuochi pirotecnici.
L'evento d'eccezione è stata la luna rossa con il paesaggio ed il castello in basso
(trattasi di scatto unico, vero, nessun fotomontaggio, come tutte le foto del resto).
Le ultime foto segnano il volgere della fine della bella stagione
con il bicchiere abbandonato e ritrovato su di una cassetta dell'Enel
(vero anche questo, non l'ho messo io) al mattino successivo ad una festa serale,
come a voler dire che la festa è finita
ed il dondolo semidistrutto dopo una violenta grandinata che ci proietta verso l'autunno.
 

 
Le foto sono tutte "vere", cioé scatti unici,
non fotomontaggi e soprattutto spontanee, non preparate.
Certo, quella in gruppo è chiaro che era una foto in posa ma comunque sempre occasionale,
cioé decisa al momento e fatta al volo.
Io porto sempre con me la fotocamera, anche quando vado a mangiare una pizza!

Ho cercato di numerare le foto mettendo ordine al racconto: l'inizio e la fine dell'estate.





MAX ARTIS Novembre 3 '18 · Commenti: 10 · Tags: mario, vani
roberto lanza

seconda parte










                 foto Adolfo Fabbri



A volte si tende a confondere la street photography con il reportage,
pensando che sia una sorta di reportage di città .
Ma fotografia di strada e reportage sono due cose ben distinte,
anche se entrambi si possono svolgere nei medesimi posti
e lo stesso fotografo li puo praticare entrambi.
Ad esempio,Henri Cartier Bresson, fotografo francese,
è considerato un maestro della street photography,
ma la sua principale attività era il fotoreporter
(celebre il suo reportage in India sul Dalai Lama).
Una delle sue immagini più famose “Behind Saint-Lazare Station, Paris” del 1932
è un classico esempio di street photography,
in cui attimo decisivo, composizione e singolarità  trovano spazio all’interno del fotogramma.



foto Antonio Calò



foto Fiamma Magnacca




foto Paolo De Maio



La street photography è proprio questa, una singola foto
che racconta un momento unico e si contrappone al reportage
che invece è un racconto costruito con molte immagini
che illustrano una storia attraverso gli occhi del fotoreporter.
 
Le foto di un reportage possono anche non essere così “impattanti” singolarmente,
ma offrono una lettura d’insieme molto più dettagliata e precisa del soggetto del reportage.
Gli scatti della street photography sono invece un sunto della realtà in un’unica foto.


foto Massimo Fagni




foto Bruno Favaro




foto Mirko Fambrini



le città sono una costante nella street photography.
Non si tratta necessariamente di grandi città,
ma è sicuramente più facile trovare occasioni  in luoghi molto praticati,
sia di persone che di cose.

Oltre alle persone, nelle città troviamo il traffico,
i cartelloni pubblicitari, le vetrine, migliaia di attività diverse,
le luci della sera.
Tutti queste cose, ben miscelate
danno vita ad una infinità di opportunità fotografiche.


foto Massimo Cavalletti


foto Ivan Catellani



foto Cesare Salvadeo



foto Pietro Collini



c’è anche un elemento un po’ più teorico e difficilmente quantificabile,
che è legato alle relazioni che intercorrono tra gli elementi inquadrati.
Le relazioni tra i componenti di un’inquadratura,
sono fondamentali in qualsiasi genere fotografico.
Però che nella street photography ricoprono in molti casi il ruolo di protagoniste.
Spesso le immagini di questo genere fotografico interessano relazioni tra persone,
tra persone e cose nell’ambiente urbano,
tra forme sfuggenti che si creano in conseguenza all’eterno movimento della città.




foto Elis Bolis



foto  Enrico Maniscalco



foto Mirko Fambrini



 foto Santo Algieri



 


   foto Antonella Giroldini




Qualche suggerimento...

Viaggiare leggeri, poca attrezzatura e la macchina in mano per scattare in velocità.
    Cercate di previsualizzare la scena che sta andandosi a creare. Anticipate gli attimi.
    Non cercate solo in luoghi turistici e affollati.
    Siate attenti a tutto, spesso la foto è dietro di voi.
    Prestate attenzione al contesto e agli sfondi.
    State attenti alle eccezioni che vi si parano di fronte. La street è fatta di eccezioni.
    Evitate i senzatetto i barboni e disagiati. Per questo leggete Ando Gilardi

    (esagerato ma fa   riflettere).


    Cercate nuove prospettive cambiando angolo di visione.
    Fate tanta pratica, avvicinarsi alle persone, all’inizio è la cosa più difficile.


    Prestate attenzione alla luce, è fondamentale in qualsiasi tipo di fotografia

    scegliate di cimentarvi.


    Siate pronti a scattare e a muovervi rapidamente.
    Non aver paura di fotografare da vicino.
    Infrangete le regole compositive, cromatiche e formali.


    Date senso anche al contesto.
    In fotografia, spesso, l’intera storia deve essere già chiara all’interno di un singolo scatto.
    Se si vuole raccontare una storia con una foto, includete il contesto.
    So che è più complicato.


   foto Maurizio Berni



foto Bruno Favaro


foto Mario Vani



      foto Michela Favaro



Introdurre il contesto significa:
* calcolare le velocità di più soggetti (se ci sono persone)
per fare in modo che vengano fermate sul punto giusto dell’immagine
* pensare più attentamente alla composizione
* osservare meglio la luce e come cade sui soggetti circostanti al vostro,
per poterla sfruttare a vostro piacimento
* doversi avvicinare ai soggetti (cosa che fa paura a molti)

Questi sono i motivi che spingono molti a scattare da lontano, magari con uno zoom.
Lo zoom da l’opportunità di non avvicinarsi, schiaccia i piani e decontestualizza il vostro soggetto.

In qualche caso è l’unica opportunità che avete ma spesso è una questione
di pigrizia o paura dell’avvicinarsi troppo alle “cose”.
Vi state negando una possibilità.

Se avete una storia in mente e sapete chiaramente cosa vorreste raccontare,
il contesto ripreso e la situazione circostante,
possono aiutare chi vedrà la vostra immagine a dare un’interpretazione maggiormente articolata e precisa.

Provate ad esercitarvi e ad avvicinarvi piano piano sempre di più alle cose,
ma non con lo zoom, fisicamente.


Cercate punti fermi sullo sfondo che vi
bilancino l’immagine e non abbiano necessità di essere controllati nuovamente durante la fase di scatto
(cartelloni, case, portoni, alberi, colonne ecc.)

Dopo aver scelto il contesto, se il vostro soggetto è già lì, scattate.
Se la vostra tecnica include l’attesa che qualcosa avvenga di fronte ad un contesto eccezionale,
abbiate pazienza e sperate che qualcosa avvenga.
 
  Interagite con i Soggetti, se è necessario
ma soprattutto Divertitevi
  


foto Adolfo Fabbri





APPENDICE


cosa dice la legge


questo è quanto ho trovato in rete, riguardo alla legislatura Italiana,  non è molto chiaro, in caso di controversia,  tutto dipende dall'interpretazione del Giudice.


La legge italiana dice:

    Per pubblicare l’immagine di una persona non famosa
    occorre la sua autorizzazione (art. 96 e 97 legge 633/41).
    Se la persona non famosa viene pubblicata in maniera 
    che non possa risultare dannosa alla sua immagine,
    e l’uso è solo giornalistico, l’indicazione del punto 1)
    si può ignorare, dinanzi al diritto di cronaca
    esercitato dal giornalista (da valutare di caso in caso).
    Per pubblicare con finalità giornalistiche immagini
    di personaggi famosi non occorre autorizzazione.
    Occorre autorizzazione in ogni caso e comunicazione al Garante
    se la pubblicazione può risultare lesiva (legge 633/41),
    oppure se fornisce indicazioni sullo stato di salute,
    sull’orientamento politico, sul credo religioso o
    sulla vita sessuale (dlgs 196/2003).
    Occorre autorizzazione in ogni caso se le immagini vengono usate
    con finalità promozionali, pubblicitarie, di merchandising
    o comunque non di prevalente informazione o gossip.
    Il fatto che il fotografo detenga presso lo studio i negativi
    o gli originali di un servizio fotografico, anche per minori,
    non è proibito, a patto che non venga data pubblicazione
    senza assenso di queste immagini.


    [aggiornamento art.97 legge 633/41] Non occorre il consenso della persona ritrattata
    quando la riproduzione dell’immagine è giustificata
    dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto,
    da necessità di giustizia o di polizia,
    da scopi scientifici, didattici o colturali,
    o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti,
    cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico.
    Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio,
    quando l’esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore,
    alla reputazione od anche al decoro della persona ritrattata.

NOTE E AGGIORNAMENTI AL 22 GIUGNO 2016

    La questione minori, crea sempre tanta confusione.
    Dai miei recenti confronti e dalla mie recenti ricerche in merito
    la situazione di confusione comunque tende a permanere.
    Di seguito una serie di precisazioni che meglio chiariscono
    il ruolo dei minori e la pubblicabilità di immagini

    Nelle leggi di cui sopra, non viene mai citata la parola “minore”
    ma esse si applicano indistintamente ad ogni cittadino italiano.

    Spesso si confonde la Privacy con il diritto alla pubblicazione di una immagine!
    La legge sulla privacy regola esclusivamente
    il trattamento dei dati sensibili quali nome, cognome, indirizzo ecc ecc
    dunque non si riferisce esplicitamente alla fotografia.
    Per quanto riguarda la “tutela dei minori” tuttavia
    è intervenuto il Garante della Privacy il quale ha assunto una posizione netta:
    ha dichiarato, infatti, che la tutela del minore immortalato in una foto,
    deve essere rispettata non solo nei casi di un suo coinvolgimento
    in fatti di cronaca nera, ma in qualunque ambito della vita quotidiana.
    E ciò vale  per le testate giornalistiche,
    ma in egual misura anche per la fotografia.
   
    Secondo la Corte si Cassazione n. 3721/2012 –
    è stato decretato che si fa
    OBBLIGO PER I MASS MEDIA DI OSCURARE IMMAGINI DI PERSONE
    IN QUALCHE MODO COINVOLTE IN FENOMENI SUI QUALI GRAVA
    UN PESANTE GIUDIZIO NEGATIVO DELLA COLLETTIVITÀ.
    Quindi, per non ricadere in questa tipologia di eventi,
    è sempre opportuno evitare situazioni del genere.
    Dunque È diffamazione pubblicare sui giornali
    foto che ritraggono i volti dei mendicanti.

In pratica è possibile pubblicare:

    Immagine di un luogo pubblico o di un avvenimento,
    in cui una o piu’ persone siano riconoscibili solo
    se il personaggio riconoscibile non e’ determinante
    all’economia della foto.
    Personaggi comuni scattati in pubblico o durante un evento,
    isolati dal contesto e il cui volto non sia riconoscibile.
    Ad esempio persone che leggono con il capo chinato,
    persone riflesse nelle vetrine dei negozi
    in cui il volto non sia chiaramente visibile
    Personaggi comuni di cui sia pubblicato un particolare,
    ma il cui volto non sia riconoscibile – ad esempio piedi, mani, scarpe, gambe

    [aggiornamento]
    Se il soggetto guarda in camera sorridendo
    viene considerato come un “Tacito Assenso”
    e dunque non è necessaria un liberatoria firmata
    – ciò è valido per foto fatte in America e non ha validità effettiva in Italia.
    Immagini in cui il soggetto ritratto occupi
    una porzione minima dell’immagine e il volto
    sia scarsamente riconoscibile o di dubbia interpretazione.
    Immagini pubblicate con finalita’ esclusivamente culturali e/o didattiche.
    Potrebbero rientrare in questa tipologia
    anche serie di immagini che rappresentano uno spaccato di usi e costumi locali.
    Immagini di ritratto di minori o di adulti effettuate come reportage in Paesi distanti.
    Teoricamente ciò viene comunemente fatto nonostante
    vi sia una violazione delle leggi di fondo in quanto
    è molto improbabile che ci giunga un’opposizione o una denuncia.
    (sarebbe bene sempre e comunque avere una liberatoria)
    Immagini di personaggi famosi (adesso anche blogger)
    ritratti su riviste o in luoghi pubblici.
    Non è possibile tuttavia sfruttare la loro immagine per fini commerciali
    o pubblicare foto in cui ci sia una rappresentazione  lesiva del buon nome.

    In conclusione possiamo certamente affermare
    che tutti i ritratti di persona non contestualizzati,
    indipendentemente dal luogo in cui siano stati effettuati
    e a meno che la persona non sia un personaggio pubblico o famoso,
    non possono essere pubblicati senza una liberatoria firmata.

    Invece tutte le immagini di luoghi pubblici in cui le persone ritratte
    sono contestualizzate nell’ambiente ritratto
    e non isolate sono pubblicabili senza problemi. 
    Per tutte le foto comunemente definite “rubate”
    sarebbe necessaria una valutazione caso per caso,
    le foto dei bambini non possono essere pubblicate
    senza una esplicita e firmata liberatoria da parte dei genitori,
    questo non perchè sia esplicitamente scritto nella legge,
    ma perchè tali immagini vengono regolate
    anche da posizioni specifiche del Garante della Privacy,
    il quale tuttavia parla di rispetto.
    Dunque da valutare secondo coscienza e da caso a caso.

    In ogni caso, quando ad una immagine di persona,
    è associato un fine di lucro
    (anche la più banale promozione dei propri servizi fotografici)
    queste necessitano di liberatoria da parte dei soggetti immortalati.

roberto lanza Giugno 25 '18 · Commenti: 9
Livio Prandoni

Voglio condividere con immenso piacere quasta mi avventura fatta con la mia compagna Lucy .

Si tratta della salita alla cima Gniffetti a 4.559 mt. in cima al monte Rosa, allego un racconto di quello che è successo e un piccolo filamto fatto tutto col cellulare.

purtroppo spesso quasi in movimento perche' si era in cordata e on avevo la piena autonomia di potermi fermare da sole e fare filati e foto come sarebbe stato giusto fare.

Mi sono accontentato anche perche' devo dire che non sono immagini traballanti e di scarsa qualiata'.

Il punto non sono le buone immagini ma trasmettere a tutti voi la grande emozione che abbiamo provato in quei giorni per una grande avventura che mai ci saremmo immaginati di riuscire a portare a termine soprattutto per la quota elevata e la nostra avanzatra eta'.


allego i due link per scaricare racconto e filamto, inoltore mia mail per eventiuali domande e commenti personali, grazie e buona visione.


livio.prandoni@gmail.com


Livio



https://www.dropbox.com/s/l980am5yhboo1ky/La%20grande%20sfida%20%20formato%20A4.docx?dl=0



https://www.dropbox.com/s/wry6wsldfdrhtlp/monte%20rosa%20mart%20%2024%20ore%2018.mp4?dl=0


Livio Prandoni Agosto 27 '18 · Commenti: 9 · Tags: montagna
roberto lanza
Buongiorno a tutti, vorrei parlarvi di un argomento che viene poco o niente
discusso su questo sito, soprattutto per la difficolta di poter mostrare i propri lavori.
L'audiovisivo, un mezzo per mostrare le proprie foto in una maniera un po diversa e creativa.
Personalmente uso Proshow producer, ma esistono anche altri programmi per montare foto e musica.
Sono a disposizione se avete delle domande o volete dei suggerimenti, nei limiti delle mie (limitate) capacità.



Per definizione l’audiovisivo fotografico, chiamato anche diaporama o multivisione,
è una proiezione su un solo schermo, piccolo o grande che sia, di immagini fotografiche e/con inserti video, supportate da una colonna sonora.

Con l’audiovisivo fotografico, attività un tempo riservata a pochi amatori che utilizzavano proiettori di diapositive,
in numero da due a quattro, cinque, sei…, venivano proiettate sequenze di immagini utilizzando la tecnica delle dissolvenza incrociata,
sincronizzando su di un nastro registrato gli impulsi da dare ai proiettori per il cambio immagini e la colonna sonora a completamento del racconto visivo.

Oggi l'avvento della fotografia digitale consente a tutti la possibilità di progettare delle presentazioni delle proprie immagini aggiungendo alle stesse anche una colonna sonora.
Si possono così creare storie, racconti e/o visioni fantastiche, con una particolare atmosfera coinvolgente ed emozionante in modo molto semplice.

Per progettare un audiovisivo possono essere sufficienti le foto delle proprie vacanze fino ad arrivare alla ricerca di immagini finalizzate al progetto che abbiamo pensato.
Una mera successione di immagini, belle o brutte che siano, non sarà mai un audiovisivo se manca il progetto di comunicazione,
ossia una sceneggiatura che serva a raccontare ed emozionare, attraverso la sinergia sapiente di immagini e suoni.
Tutt'al più si parla di una Serie o Sequenza di immagini sonorizzate.

Le serie sonorizzate, appunto, sono un felice connubio tra immagine e suono.
La ricerca estetica è, in questo caso, l'elemento più importante.
La colonna sonora delle "serie sonorizzate" non contiene nè un commento nè un sonoro studiato appositamente;
tuttavia sia la colonna sonora che la fotografia dovranno essere molto curate.
Sarà data inoltre la priorità alla ricerca degli effetti di dissolvenza..
Le immagini utilizzate dovranno formare un insieme omogeneo, cioè sono o danno l'idea di essere state scattate nel medesimo luogo,
trattano lo stesso argomento, fanno uso delle stessa tecnica, ecc...
Le serie sonorizzate non richiedono un'azione, una storia, una sceneggiatura,
debbono essere prima di tutto godimento per la vista e per l'udito ed hanno come unico fine la creazione di un'atmosfera.

La vena artistica di ognuno di noi può essere liberata nell’ideazione di un progetto fotografico finalizzato ad una proiezione:
ecco che si fa largo l’idea di un audiovisivo fotografico vero e proprio.
Il contenuto, inteso come un insieme costituito da un soggetto, da un'azione, da un messaggio, e la forma,
intesa come la trasformazione in immagini e suoni, costituiscono l’essenza dell’audiovisivo fotografico stesso.
È un mezzo creativo e di comunicazione; esprime un'idea, racconta una storia, trasmette un messaggio, espone un tema.
1 – L’ Idea
2 – Le Fotografie
3 – La Colonna sonora
4 – Il Montaggio e la regia

L’Idea

Poiché l’audiovisivo è una forma di comunicazione (comunicare vuol dire rendere comune ad altri),
potremo comunicare l’emozione di quanto abbiamo visto o sentito.
E insisto sull’emozione, poiché se noi non abbiamo provato alcuna emozione, non comunicheremo nulla.

Il punto comune di un buon audiovisivo è l’intensa emozione che sa trasmettere.
Da un punto di vista psicologico vivere l’incontro con un buon lavoro significa precisamente commuoversi,
e l’esperienza di commuoversi esiste indipendentemente dal movimento perché mezzo di espressione estetica.

Potremo raccontare una storia, vera o inventata, potremo raccontare di un viaggio
(attenzione a questo punto: se andiamo a fare una gita con la
Bocciofila, l’ audiovisivo che faremo interesserà soprattutto ma solamente ai partecipanti alla gita, e a nessun altro).

Finendo questo punto, per fare un audiovisivo occorre avere qualcosa di interessante da raccontare.
Per me la cosa più interessante da raccontare sono le emozioni, queste sono solamente nostre e di nessun altro.

LE FOTOGRAFIE

Non necessariamente le vostre fotografie devono far gridare al miracolo, è necessario che esse siano assolutamente coerenti all’IDEA che ha prodotto l’audiovisivo.

Non lasciatevi affascinare da una vostra bellissima fotografia che c’entra poco o nulla con quanto state raccontando,
non usatela per ora, il racconto avrà uno scorrere più fluido, altrimenti un attento osservatore noterà subito l’incongruenza.

LA COLONNA SONORA

E’ la parte più difficile da realizzare, a meno che la vostra storia voglia comunicare l’emozione che avete provato ascoltando un determinato pezzo musicale.

Non è detto che la vostra colonna sonora sia costituita sola da musica.

Se fotografate un mercato, portate un registratore, avvicinatevi a qualche banditore e la vostra colonna sonora è fatta.

Soprattutto la colonna sonora deve raccontare né più né meno di quanto raccontano le fotografie che avete usato nel vostro lavoro
e deve essere coerente con il tempo e il luogo che avete fotografato.
Se avete fotografato durante un vostro viaggio in Russia, dovrete ragionevolmente usare musica di un compositore russo,
così come per qualunque altra parte del mondo.
Capisco che fotografando al circolo polare artico sia improbabile trovare un compositore locale, ma in quel posto domina il silenzio.

Usate preferibilmente musica classica, jazz o standard per due motivi:
esiste una sterminata letteratura e probabilmente i diritti d’autore sono scaduti.

Se il testo parlato è ASSOLUTAMENTE indispensabile per la comprensione del lavoro, usatelo, ma cercate una voce bella e comprensibile, se avete un amico attore dilettante coinvolgetelo.

Per il testo scritto vale la regola citata: ricordatevi che lo spettatore per leggere quanto avete scritto distoglierà gli occhi dall’immagine e la perderà.
IL MONTAGGIO E LA REGIA

Con il montaggio e la regia si assemblano l’idea, la fotografia e la colonna sonora.
Potrete avere avuto una meravigliosa idea, avere fatto delle fotografie perfettamente coerenti con la vostra idea e una bellissima colonna sonora,
ma se il vostro montaggio e la vostra regia non legano perfettamente il tutto, avrete lavorato per nulla.
Il montaggio è per l’audiovisivo come la regia per un film, è il modo che userete per raccontare la vostra storia, è come scrivere un racconto,
e a questo proposito curate in maniera PRECISISSIMA la sincronizzazione della colonna sonora con le immagini.
Altrimenti sarebbe come leggere un racconto senza punteggiatura.

Con la regia voi decidete quali immagini usare, con il montaggio decidete come e dove metterle nel vostro progetto.

Non scrivete la parola FINE al termine del vostro lavoro, deve capirsi dal montaggio che il tutto è finito.
Quando scrivete i crediti, teneteli visibili per poterli leggere voi lentamente tre volte: darete il tempo allo spettatore di leggerli correttamente.

Quanto sopra è per iniziare a capire come fare un piccolo e semplice audiovisivo fotografico. Dico piccolo poiché non avete il diritto di abusare del vostro pubblico.

Usate i muscoli ma non lo fate vedere, usate la mente e fatelo vedere.

Finirò citando quanto disse  Francesco Nacci, che ci lasciò il 26 marzo 2006:
PER FARE UN AUDIOVISIVO FOTOGRAFICO BISOGNA ESSERE UN UOMO DI CULTURA A TUTTO TONDO.
BISOGNA ESSERE UN TECNICO DI FOTOGRAFIA, DI COMPUTER, DI CENTRALINE (oggi diremo di sofware di montaggio),
MA ANCHE E SOPRATTUTTO AVERE UNA INFINITA CULTURA GENERALE RIGUARDO ALLA NARRATIVA, ALLA RECITAZIONE, ALLA MUSICA, AL CINEMA: ALL’ARTE.
ECCO PERCHE’ TRA I FOTOGRAFI CI SONO COSI’ POCHI DIAPORAMISTI.


RIEPILOGO

TITOLO: Deve richiamare l’IDEA e il MESSAGGIO. Deve incuriosire. Deve essere facilmente ricordato. Evitare titoli generici o pretestuosi.  
FOTOGRAFIA: Di elevata qualità. Scartare foto brutte Evitare le ripetizioni. Mantenere viva l'attenzione.
 
RITMO :  Costituito dalla distribuzione delle foto sulla timeline e dalla persistenza delle stesse sullo schermo.
- Strettamente correlato alla colonna sonora. - Vivacizza il lavoro e mantiene viva l’attenzione. Deve coinvolge lo spettatore.

DISSOLVENZA: Sovrapposizione della immagine in entrata con quella in uscita con formazione di una terza immagine.
- Inserisce una componente estetica - Può esprimere la creatività dell’autore.
- Utilizzo del buio - Regolare i tempi in rapporto al sonoro - Attenzione alle battute musicali
- Dissolvenza assente : CUT - Evitare i giochini (poco professionali) - Zoom e panoramiche solo se motivate

BUIO: quando finisce un capitolo - quando finisce una musica - per passare da verticale a orizzontale - per creare una attesa, una suspance
- per l’ascolto di un parlato o di un effetto sonoro SCRITTE - per titoli di testa o di coda - per introdurre argomenti
- per creare un collegamento emozionale con le sequenze successive - per attribuire significati al lavoro

COLONNA SONORA: LA MUSICA  grande potere evocativo della musica - forte tendenza della mente a creare collegamenti tra musica e immagini
(es. Danza di Zorba = Grecia, Enja = paesaggi irlandesi; sassofono = New Orleans; flamenco = Spagna; )
- difficoltà della mente ad accettare collegamenti diversi - scegliere brani adeguati alle sequenza di immagini e ai temi trattati
- evitare brani famosi che possono evocare ambienti diversi
COLONNA SONORA: I RUMORI  grande potere evocativo - utili le registrazioni sul posto - da Internet - negozi di musica
- es. vento, ruscello, cascata, onde, spari, folla, ecc.

COLONNA SONORA: IL PARLATO - deve essere compreso perfettamente e subito !!!
- musica abbassata al minimo - frasi brevi con concetti semplici - frasi utili e non già espresse dalle immagini
- dizione esatta, senza accenti o cadenze
IL FINALE: Lascia importanti sensazioni Viene ricordato più facilmente
Deve lanciare il messaggio Deve essere dotato di toni (musicali o fotografici) conclusivi

roberto lanza Luglio 30 '18 · Commenti: 8
MAX ARTIS
Abito a Firenze, dalle parti della stazione.

Nel post che promuove questa iniziativa leggo di mandare foto “che raccontino la vostra città, paese, quartiere…”.

E fin qui va bene perché le foto sono prese nel raggio di 200 metri da casa.

Ma più oltre ci sarebbe anche scritto che deve essere “un posto dove stai bene,
che ti piace passarci anche solo qualche ora.
 Un posto tuo”.

Ecco, su questo purtroppo non ci siamo per niente, perché tanto sto bene dentro casa,
quanto mi irrita fuori.
 È un abitare è schizofrenico, il mio: dentro casa pace e tranquillità,
fuori folla e confusione.

Perciò non sono affatto sicuro che le mie foto rispondano
del tutto allo spirito di questa iniziativa, anche perché alcune, più che mostrare suggeriscono;

ma c’è il rischio che suggeriscano solo a me…


 Il tetto di casa con quelli vicini




Gioco d’ombra sulla classica pulsantiera di ottone



 L’importante è il rispetto




Estetica del denaro


Giungla urbana





 Catacombe funzionali





Priorità




   La bellezza nonostante


Gente, gente e merci




… ma sei comunque solo



Un abbraccio,

Alessandro




MAX ARTIS Novembre 17 '18 · Commenti: 8
Enrico Maniscalco


Difficile resistere: basta un fumante e succulento piatto di ravioli al ragù, che per la gola è subito festa.Un successo indiscusso e intramontabile, il suo. Perché sebbene qualche piccola variazione sul tema tu te la possa pure concedere - negli ingredienti o nelle quantità - la ricetta è e resta quella lì, fiera regina della casa, sempre pronta ad accogliere il commensale di turno, a sua volta sempre pronto a ripresentarsi all'appuntamento.

Lui, il ristoratore, lo conosce bene, il commensale. Perché grazie al suo piatto di ravioli al ragù riesce a catturarlo e a riempire il locale, ogni domenica; e pure nei giorni feriali se la cava discretamente.

Nel tempo si è specializzato. Ha migliorato la qualità della materia prima. Ha modulato le dosi per un migliore equilibrio dei sapori. La trattoria ha via via consolidato fama e presenze. E lui, il ristoratore, è facile che sorrida, perché la strada è ormai tracciata e ben definita. Sa che potrà cavalcare la tradizione, senza la necessità di rischiare azzardi. E quando magari gli capita di sentire di quelle nuove cose che suonano pure un po' stravagante, borbotta tra sé e sé, e tira dritto.


Anche il fotografo, come quel ristoratore, porta in dote nel bagaglio menu il suo gustoso piatto di ravioli al ragù.Lo porta in dote quando l'immagine che propone al tavolo vuole il successo nell'immediato impatto visivo; quando in quell'immagine pare adagiarsi sulla soffice comodità della tradizione, e infine legge e rappresenta uno spezzone di realtà, senza discostarsi da una statica materialità oggettiva.



Molte delle foto che scattiamo fanno fatica a discostarsi da quella statica materialità. Molte non si discostano per niente. Con l'avvento degli smartphone, poi, ne è pieno l'universo di immagini che non si discostano, o addirittura si allineano, si assuefanno allo standard, al cliché canonico. Consapevolmente, o inconsciamente. 

Talvolta raggiungiamo pure un alto grado di perizia, di competenza tecnica, e produciamo immagini anche di notevole effetto, fin da subito gradevoli e apprezzate, ma che dopo una prima consumazione sembrano arrestarsi, non ci conducono oltre, ci fanno scivolare sulla futilità della loro superficie patinata.

Produciamo quelle immagini, e ricevendone l'apprezzamento decidiamo fiduciosi di procedere in quella direzione, replicando il nostro schema abitudinario e consolidato. Come il nostro ristoratore adagiato sul comfort consolidato e immutabile dei ravioli al ragù, evitiamo di addentrarci nel terreno insidioso della ricerca, della nouvelle cousine.


Eccoci quindi a ragionare della sindrome dei ravioli al ragù che colpisce il fotografo. E lo colpisce ovunque, in ogni campo, in ogni genere.

Due su tutti, però, meglio di altri si prestano a quei sintomi: il ritratto e il paesaggio.


Partiamo dunque dal ritratto, con alcuni esempi.



Inquadratura frontale, sorriso, luminosità, bokeh.

Un classicissimo: qui la ricetta gastronomica viene seguita in maniera perfino scolastica.

Sullo sfondo del piatto, il trito fine del ragù vive da protagonista il suo ruolo altrimenti da comprimario, finendo per esaltare ulteriormente le aspettative del palato.



Nuovamente inquadratura frontale e luminosità, arricchite però da un leggero azzardo dinamico, come un lieve movimento ondulato, più accidentato, nel bordo del raviolo. Sopra un letto di salsa apparentemente più fluido.



Inquadratura frontale. Sorriso contagioso. Sguardo vivo.Qui il piatto si fa più ricco e vezzoso, come se il profumo del ragù catturasse i sensi ancora prima dell'assaggio: il gusto si accompagna così a un'atmosfera frizzante, inebriante.



Inquadratura frontale. L'aristocrazia del bianco e nero. Lo sguardo intenso, quasi sensuale.

L'ultima trattoria si propone con un piatto più elegante e sofisticato. Il taglio del raviolo è pulito, ordinato, solenne. Hai subito la sensazione di un impatto sobrio, al gusto, con l'aggiunta, poi, di quel pizzico di cacio sapientemente adagiato su un lato, e che pare tracciare alcune cifre romane.



I quattro ristoranti autori dei quattro piatti hanno tutti un punteggio molto elevato, su Tripadvisor. I commenti sono numerosi e puntano quasi sempre all'eccellente.



Restiamo al ritratto, ma proponendo ora alcuni esempi che tracciano un'altra via, e si discostano dallo stato di comfort.



Comincio da qui, da questo fulgido esempio di alta cucina: il famosissimo ritratto di Igor' Fëdorovič Stravinskij, eseguito da Arnold Newman.

In questa rappresentazione, un singolo ingrediente del piatto diviene pieno protagonista (il pianoforte, la musica), e illumina con la sua forza prepotente l'attore e soggetto principale, il musicista, relegato sì in un angolo, ma come fosse al centro.

Pesi e amalgama sono straordinari. Tre stelle Michelin, nessuna menzione su Tripadvisor.



Qui lo scultore Auguste Rodin, ritratto da Gertrude Kasebier.

Se ne vede solo il profilo, importante, su una stazza che si intuisce imponente.

La ripresa è addirittura di schiena (una ricerca gastronomica sopraffina e del tutto fuori dagli schemi, un po' come se i ravioli al ragù rinunciassero al ragù), ma la potenza visiva e compositiva ci conducono comunque a intuire la forza carismatica e austera del personaggio.



Qui invece un ritratto di Alfred Hitchcock, eseguito da Richard Avedon.

Uno sguardo che non è uno sguardo, ma che suggerisce una proiezione verso l'oltre, stimola il lato misterioso della fantasia. Un ingrediente assente - l'iride, come fosse il nostro ripieno dei ravioli - la cui assenza viene oltremodo esaltata, fino a diventare fortemente presenza.



Concludo la parentesi sul ritratto fuori dagli schemi, con questa foto di Massimo Cavalletti ricavata dagli archivi di Maxartis, che coniuga la potenza narrativa alla semplicità espressiva. I ravioli al ragù sono finiti. 
Riporto le note con le quali a suo tempo l'avevo commentata.


Leggerezza, innocenza, spensieratezza. Un'immagine dolce e delicata che di colpo annienta ogni attrito, e ti riappacifica col mondo. Quanta serenità e speranza in quel sorriso... Il gioco, poi, non fa solo da sfondo, ma pure da accompagnamento "musicale", come l'orchestra oppure il coro alle spalle del solista. Una bellissima, struggente, emozione "bambina".  



Passiamo ora ai ravioli al ragù nel "paesaggio".



Una bella palla rosso fuoco poco sopra l'orizzonte. Il mare. Il volo leggero di un pugno di uccelli. Un'immagine che potremmo anche appendere in salotto, per l'indubbia atmosfera.Quanta pace e bellezza. Un successo sicuro. Come quando il ripieno del raviolo, così come un tramonto, non mostra margini di incertezza, e conquista la gola senza esitazioni.



L'impagabile fascino esotico di un'isola immersa in un mare verde smeraldo.Aria di vacanza, respiro, evasione. La bellezza della natura che cattura l'istinto di fuga.Qui il matrimonio tra la leggerezza della pasta del raviolo e la ricchezza del ripieno si fa più vivo, corroborato dall'enfasi di un ragù particolarmente voluttuoso.



In questo caso poche pretese. Una classica panchina in primo piano. Rami di un albero a fare da cornice. Scenario di montagna, neve, vacanzieri. Aria fresca.Un piatto di ravioli standard, ma sicuro di sé. Ben presentato, e senza troppo cacio. Sai di poterlo gustare con la dovuta lentezza, e intatto piacere.



Il magnetismo un po' ruffiano del riflesso. Una gradevolezza già scontata di suo, per le sue simmetrie, il suo ordine matematico che alimenta il rigore della mente ma anche il gusto romantico dell'estetica.Un piatto di ravioli dalla presentazione elegante, raffinata. Quasi pensi che siano di produzione industriale, tanto son perfetti. Ma il gusto è gradevole, seppure casalingo.



Ora proviamo di nuovo ad allontanarci dallo stato di comfort.



Questa è "Moonrise", l'immagine forse più famosa del grande Ansel Adams.Luci e atmosfera, incorniciate in quell'imperioso e seducente bianco e nero, nemmeno consentono di inquadrarlo nella nostra metafora gastronomica.



Questa è invece una proposta di Franco Fontana, con il suo inconfondibile stile.I ravioli al ragù sono uno sbiadito ricordo, e lasciano il terreno a una sofisticata ricerca di nuova sintesi di ingredienti.



Vista di Chicago, autore Trey Ratcliff.Per certi versi un eccellente piatto di ravioli al ragù, ma così ben strutturato e originale (nelle linee compositive e nel colore), da discostarsi in modo significativo dalle tradizionali proposte di trattoria casalinga.



E anche qui chiudo con un'immagine ricavata dagli archivi di Maxartis: "Bled" di Primiano D'Apote.

Il particolare contrasto di luci conferisce alla scena un'atmosfera carica di suggestione e mistero, enfatizzata dal ricorso all'ampia gamma tonale di un deciso bianco e nero.


Qui sotto la stessa località, servita nel suo tranquillo letto di ragù.





Le foto che ci hanno preceduto, qui mostrate a rappresentare la metafora del piatto di ravioli al ragù, sono foto che ho scattato io (tutte tranne l'ultima di Bled), e giacciono comode nelle cartelle del mio hard disk. Sempre pronte per i nuovi invitati a pranzo.


Una corrente di pensiero, oggi molto in voga anche nella nostra comunità, etichetta la ricetta dei ravioli al ragù con appellativi sdegnosetti e riduttivi, come a significare ciò che è scontato, ripetitivo, la replica perenne di una noiosa rappresentazione del prevedibile.

Credo che invece si possa, in fondo, esprimere un'opinione differente, che per quanto sembri andare d'accordo con quel concetto di rappresentazione del prevedibile, provi comunque a regalare una sfumatura più generosa, e meno elitaria.

Perché se il gusto personale per quel piatto è sempre vivo e imperituro; se migliaia e migliaia di tavole imbandite, grazie a quel piatto continuano imperterrite ad accogliere astanti; non vi è ragione per disincentivarne il successo; non vi è ragione per screditarne la fama. E infine, dunque, viva i ravioli al ragù!


Ma proprio in questo, proprio in questa benevola e accondiscendente accettazione del facile e reiterato successo, sta pure la ragione in più per celebrare lo spirito di colui che vorrà invece proporsi nel nuovo cimento: la ricerca di un rinnovato e originale connubio tra dosi e ingredienti; all'orizzonte il miraggio di una quarta forchetta.



Enrico Maniscalco Dicembre 22 '19 · Voti: 5 · Commenti: 7
Mirko Fambrini

Stavolta vi ho fregato, eh? 

Immagino che per molti la grammatica delle fantasia sia un ossimoro, altri più furbetti hanno googolato e sono arrivati a Gianni Rodari.

Ok ci risiamo, direte voi.

Già ci risiamo.

L'autore non è casuale e sarà il filo conduttore per ben tre motivi.

Mettevi l'animo in pace o abbandonate serenamente.


Giovanni Rodari è l'autore perfetto per comprendere lo spirito della fotografia di strada, musicalmente mi verrebbe in mente il grande Sergio Endrigo, anche se più complesso per la poliedricità.


Visto che ho fatto un ripasso.. (bugia! ndr) ...ehm volevo approfondire alcuni temi, riassumo che è stato un uno scrittorepedagogistagiornalista e poeta italiano, specializzato in letteratura per l'infanzia e tradotto in molte lingue. 


Ha scritto frasi, favole, filastrocche e poesie per bambini.


Ditemi se voi se il mondo che lui racconta non è l'emblema di una certa fotografia di strada.


" Con un po’ di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da Giacomo Leopardi" (Lezioni di ottimismo G. Rodari).


Jan Rockar 
www.flickr.com/photos/jrockar/39230735165/in/pool-2768749@N20/ 

JAD JADSADA 
www.flickr.com/photos/124069208@N04/14793264470/in/pool-2768749@N20/ 

Oppure leggete "La passeggiata di un distratto" (è un po lunga da riportare" 

www.filastrocche.it/contenuti/la-passeggiata-di-un-distratto/ 

e guardate se non si ritrova in queste fotografie:>>


Yannis Bautrait 
www.flickr.com/photos/yaya13baut/31858760378/in/pool-2768749@N20/ 

f.d. walker 
www.flickr.com/photos/fdwalker/31319051486/in/pool-streetfight/ 

Edas Wong 
www.flickr.com/photos/edaswong/39199572214/in/pool-streetfight/ 


Arsenio Jr Nidoy 
www.flickr.com/photos/109545888@N06/31259218431/in/pool-streetfight/ 

xaris p 
www.flickr.com/photos/xarisp/26303811254/in/pool-streetfight/ 

Mi è capitato molte volte di leggere negli autori della fotografia di strada un richiamo al senso del gioco, al tornare bambini, a cercare di mantenere il loro punto di vista diverso (anche fisicamente dal basso) da quello dell'adulto.>>

Più curioso, più istintivo, con una maggiore capacità di meravigliarsi e stupirsi per le piccole cose, per la maggiore ampiezza nel vedere particolari microcosmi e mondi paralleli.

E' questo è il punto due. 

Ma il punto uno?

Dopo. 

Vediamo se riesco a spiegarmi meglio. 


Ripassiamo il punto due, ed il mondo di Rodari, niente punto uno ancora.


Leggete questa:  


"C’era una volta un punto

e c’era anche una virgola:

erano tanto amici, si sposarono e furono felici. 

Di notte e di giorno

andavano intorno

sempre a braccetto:

“Che coppia modello”

la gente diceva

“che vera meraviglia

la famiglia Punto-e-virgola”.


Al loro passaggio

in segno di omaggio

perfino le maiuscole

diventavano minuscole:

e se qualcuna, poi,

a inchinarsi non è lesta

la matita del maestro

le taglia la testa." (La famiglia Punto e virgola. G. Rodari).


Ditemi se tutto questo non è espresso in questa foto:


Michele Liberti 

www.flickr.com/photos/mikyliber/29839915411/in/dateposted/ 


Oppure questa:


"Se andrete a Firenze 

vedrete certamente 

quel povero 'ane 

di cui parla la gente.


È un cane senza testa, 

povera bestia. 

Davvero non si sa 

ad abbaiare come fa.


La testa, si dice, 

gliel’hanno mangiata… 

(La “c” per i fiorentini 

è pietanza prelibata).


Ma lui non si lamenta, 

è un caro cucciolone, 

scodinzola e fa festa 

a tutte le persone.


Come mangia? Signori, 

non stiamo ad indagare: 

ci sono tante maniere 

di tirare a campare.


Vivere senza testa 

non è il peggior dei guai: 

tanta gente ce l’ha, 

ma non l’adopera mai!" (Il ane senza testa. G. Rodari).


Dite che non esiste quel cane?


TAVEPONG PRATOOMWONG 
www.flickr.com/photos/tavepong/14578805317/in/pool-apfstreet/
Ho subito associato questo modo di vedere al mondo che Rodari racconta ai bambini ed ho provato, giocando, ad unire i due mondi scoprendo cose per me interessanti.


Ma il punto uno? 

Calma e pazienza come al solito, guardiamo ancora qualcosa:


"Per colpa di un accento

un tale di Santhià

credeva d’essere alla meta

ed era appena a metà.


Per analogo errore

un contadino a Rho

tentava invano di cogliere

le pere da un però.


Non parliamo del dolore

di un signore di Corfù

quando, senza più accento,

il suo cucu non cantò più." (Per colpa di un'accento. G. Rodari).


Guylecliff

www.flickr.com/photos/leguiff/35409105754/in/pool-2768749@N20/


Ancora:

Non si può essere mai

sicuri di quello che

un bambino impara

guardando la televisione.


E non si deve mai sottovalutare

la sua capacità di reagire

creativamente al visibile.(I bambini e la televisione. G. Rodari).


Francesco Luppolo.

www.flickr.com/photos/luppolofrancesco/42700636395/in/dateposted/


Si potrebbe proseguire ancora a lunga, ma credo sia giunto il momento di passare al punto tre.

Ed il punto uno?

Calma.


Può uno foto di strada, secondo questa tipo di accezione avere anche un contenuto più "serio e riflessivo?

Anche in questo caso il mondo di Rodari può essermi di aiuto.

In questa filastrocca:


"Filastrocca per tutti i bambini,

per gli italiani e per gli abissini,

per i russi e per gli inglesi,

gli americani ed i francesi;


per quelli neri come il carbone,

per quelli rossi come il mattone;

per quelli gialli che stanno in Cina

dove è sera se qui è mattina.


Per quelli che stanno in mezzo ai ghiacci

e dormono dentro un sacco di stracci;

per quelli che stanno nella foresta

dove le scimmie fan sempre festa.


Per quelli che stanno di qua o di là,

in campagna od in città,

per i bambini di tutto il mondo

che fanno un grande girotondo,

con le mani nelle mani,

sui paralleli e sui meridiani…(Girotondo di tutto il mondo. G. Rodari).


non credo di forzare se ho associato subito questo accostamenti:


Sagi Kortler 
www.miamistreetphotographyfestival.org/mspf-2015-finalists?lightbox=im 

yoriyas Moroccan Photographer 
www.flickr.com/photos/yoriyas/24213405013/in/pool-apfstreet/


Curioso che a me la prima ho richiamato una fusione ideale di due fotografie di un grande padre della fotografia di strada, fotografo eclettico e dotato di molta ironia.


Guardate queste due foto e mettetele insieme:

Elliot Erwitt

shop.magnumphotos.com/products/19-north-carolina-1950-segregation-foun 

e la maya desnuda e Maya Vestida (non ho trovato il link della sola foto su magnum) 
www.lastampa.it/2018/09/27/cronaca/lo-sguardo-ironico-e-irriverente-di 


Ci sono molti modi per affrontare qualunque tematica, ed anche giocando e scherzando si può dire la verita (cit.)

E questo è il punto tre. 


Torniamo ora al titolo iniziale.


Grammatica della fantasia - introduzione all'arte di inventare storie (G.Rodari).

Il libro è teorico e non narrativo. 


Questo è il punto uno.


L'autore ci dice che "Quello che io sto facendo è di ricercare le "costanti" dei meccanismi fantastici, le leggi non ancora approfondite dell'invenzione, per renderne l'uso accessibile a tutti. Insisto nel dire che, sebbene il Romanticismo l'abbia circondato di mistero e gli abbia creato attorno una specie di culto, il processo creativo è insito nella natura umana ed è quindi, con tutto quel che ne consegue di felicità di esprimersi e di giocare con la fantasia, alla portata di tutti.".>>

In altre parole è quello di cui, molto più umilmente sto cercando di mettere insieme per la fotografia di strada, ma il percorso è molto lungo, appena iniziato, e probabilmente noioso.>>

Meglio divertirsi con Rodari e con la fotografia di strada, e continuare a studiare entrambi e, nel frattempo, fare il punto sulla lezione ed io, nel mio piccolo, ho pensato a questo:>>


"La mia mucca è turchina

si chiama Carletto

le piace andare in tram

senza pagare il biglietto.


Confina a nord con le corna,

a sud con la coda.

Porta un vecchio cappotto

e scarpe fuori moda.


La sua superficie

non l’ho mai misurata,

dev’essere un po’ meno

della Basilicata.


La mia mucca è buona

e quando crescerà

sarà la consolazione

di mamma e di papa.


(Signor maestro, il mio tema

potrà forse meravigliarla:

io la mucca non ce l’ho,

ho dovuto inventarla). (La mia Mucca. G. Rodari).


Mirko Fambrini 
www.flickr.com/photos/107055202@N02/43276692540/in/dateposted/ 
















Mirko Fambrini Novembre 22 '18 · Commenti: 7
Mario Vani
Mi sono chiesto quanto potrebbe valere oggi l'attrezzatura vintage che usiamo. 

Ho fatto delle ricerche e questo è il sorprendente risultato. 

La Nikon F con obbiettivo Nikon 50mm f/2 nel 1959 costava 359 dollari. 

Facendo un po' di calcoli sono giunto al risultato che 359 dollari del 1959 oggi sarebbero pari a circa 10.000 dollari. 

Se poi mettiamo anche le altre ottiche di quegli anni (35mm f/2, 24mm f/2.8, 50mm f/1.4, ecc...)  si sfiorano i 15.000 dollari. 

Ovviamente nessuno oggi pagherebbe tanto per quest'attrezzatura, ma questo risultato dovrebbe farci riflettere su cosa portiamo in mano oggi, magari apprezzandola di più e trattandola meglio.  

Se ci fermiamo un attimo, chiudiamo gli occhi e ci proiettiamo in quegli anni, ci ritroviamo in mano un'attrezzatura da 10.000 dollari. 

Un caro saluto a tutti,

Mario

Mario Vani Giugno 16 · Commenti: 6
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