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Risultati della ricerca di tag: "zanetti"
teresa zanetti
5 - Etnocentrismo


Un giorno, in classe, durante un incontro sull'interculturalità, chiesi ai ragazzi di darmi una definizione del termine "razzismo".

Subito il più sveglio esclamò:

"Il razzista è il bianco che non ama il nero!"

"Bene!" dissi. "E il nero che non ama il bianco?"

Mi guardarono tutti stupiti e increduli ...

ImbaRazzismi, Kossi Komla-Ebri, Edizioni dell'Arco - Marna, 2002

teresa zanetti
connotazióne s. f. [dal lat. mediev. connotatio -onis, der. di connotare «segnare insieme, in aggiunta»]. – In linguistica, elemento accessorio che, insieme con la denotazione, contribuisce a costituire il significato di una parola in un determinato contesto; consiste nelle sfumature di ordine soggettivo, e cioè i valori allusivi, evocativi, affettivi, che accompagnano l’uso della parola aggiungendosi ai suoi tratti significativi permanenti (per es., piccino, bambino,pupo, fanciullo, bimbo hanno uguale denotazione, ma diversa connotazione, in quanto, pur indicando la stessa classe d’oggetti, evocano risonanze affettive e ambientali diverse; nella parola cuore, alla denotazione di organo anatomico si accompagnano nella comune coscienza varie connotazioni, di disponibilità affettiva ed emotiva, di coraggio, ecc.) – Vo. L. It. – Treccani

 

 

 

 

teresa zanetti
Il fallimento rappresenta dunque un problema. Ed è per questo che ci interessa. Nel suo La formazione dello spirito scientifico, Gaston Bachelard dimostra a ragione che "è in forma di ostacoli che bisogna porre il problema della conoscenza scientifica". DI solito, con un ostacolo ci si scontra, è ciò che intralcia l'avanzamento della comprensione. Per Bachelard, al contrario, esso può dimostrarsi un prezioso indicatore dei processi in atto nell'esperienza cognitiva. La conoscenza è "una luce che proietta sempre ombre da qualche parte", ed è percepibili soprattutto grazie a queste. Le ipotesi di Bachelard, largamente confortate dalla psicologia cognitivista o dalle ricerche psicoanalitiche sui lapsus e gli atti mancati, hanno mostrato che esisteva una forma di conoscenza per errore, orientata verso le ombre e gli ostacoli. E' questo il modello epistemolomogico su cui si basa il nostro saggio. Che scommette su quanto segue: è nelle sue ombre, nei suoi scatti errati, nei suoi accidenti e nei suoi lapsus che la fotografia si svela e meglio si lascia analizzare; scommette insomma sull'errore fotografico come strumento cognitivo.

Clément Chéroux, L'errore Fotografico, Einaudi

teresa zanetti
Il mare è uno specchio perché riflette fedelmente la nostra immagine. In mare non vale la pena di fingere o salvare le apparenze. Finzione e millanteria sono spesso punite. Conrad parla dei suoi anni in mare come di " quel genere di esperienza che insegna a poco a poco all'uomo a vedere e a sentire". Dire che il mare riflette fedelmente la nostra immagine  e ci rivela a noi stessi equivale a dire che il rapporto tra Conrad e il mare è realistico e concreto, senza inutile romanticismo o idealismo. Per i terraioli, si sa, il mare è soprattutto uno spazio di sogno e di miti. E' il simbolo quasi parodistico della libertà e della partenza verso esotici lidi. Per il marinaio esperto, invece, il mare è un luogo che più concreto di così non potrebbe essere, un luogo di lavoro dove l'errore di giudizio, la negligenza e la leggerezza hanno la loro immediata punizione. "La puntualità è la parola d'ordine", scrive Conrad per la massima delusione dei romantici del mare. "L'incertezza che accompagna ogni sforzo artistico è assente da questa impresa regolamentata."

Björn Larsson, Raccontare il mare, Iperborea, 2015

teresa zanetti Giugno 6 '17 · Commenti: 3 · Tags: teresa, zanetti, buongiorno!, björn larsson, raccontare, mare
teresa zanetti

Carissima Teresa, le tue osservazioni sono molto interessanti e certamente pertinenti, ma ad esse puoi trovare la mia risposta in questo topic che ho pubblicato qui tempo fa:

https://www.maxartis.com/viewtopic/12/193/la_lettura_critica_in_fotografia.html

Tu dici:

"Perché, come ho già avuto modo di precisare in numerose altre conversazioni in passato, non esiste oggettività (nemmeno Zola e Verga - grandissimi fotografi oltre che narratori! - ne sono stati realmente capaci e credo che qui nessuno posa avere l'ardire di paragonarsi a loro).

L'inevitabile conseguenza è che quanto tu vedi nelle fotografie che commenti è solo ciò che ci vedi tu, mediato dalla tua cultura, dalla tua "sensibilità", dalla tua storia."

Ebbene nel mio articolo la prima osservazione che io faccio è questa:

"Superato il primo impatto, che spesso rischia di essere fuorviante, legato alle ovvie reazioni emotive personali, è necessario spogliarsi di ogni pregiudizio e della propria naturale passionalità e analizzare con la freddezza di un chirurgo quello che si osserva nell’immagine."

La cultura è, invece, assolutamente necessaria. Senza cultura non puoi leggere nessuna immagine, fotografica o pittorica o altro, ma la cultura è personale solo nel senso della sua "ampiezza".
leggere un dipinto, ad esempio cubista, è impossibile se non sai cosa è il cubismo.
Circa la sensibilità, che tradurrei con reazione emotiva, vale quanto ho riferito sopra.
La propria storia, cosa significa? Credo che sia la summa della propria cultura e psicoòogia emotiva, quindi una ripetizione di quanto detto.

Non è vero che non esiste oggettività, essa va ricercata, non filtrata, ma ricercata apposta: è un atteggiamento mentale, che va assunto quando leggi una fotografia.

La metrica che io utilizzo è sintetizzata nell'articolo citato.

Un abbraccio
Pietro

teresa zanetti Giugno 5 '17 · Commenti: 4 · Tags: teresa, zanetti, buongiorno!, chiara, gamberale, dieci minuti
teresa zanetti

Amo le persone che fanno bene il proprio lavoro: qualunque esso sia, a qualunque cosa conduca, a prescindere dalla quantità di gente che godrà del loro impegno, della loro passione.

Amo il lavoratore coscienzioso perché migliora la vita di tutti: la sua, la mia. Lavorare bene è un modo per dare senso al tempo e per capire qualcosa (sempre troppo poco) di sé. Amo il fornaio, per esempio, il fornaio che sa come cuocere il pane, e che mi offre, per accompagnare il pasto, una pagnotta croccante se dev’essere croccante, morbida se dev’essere morbida. Amo il medico che non prescrive, pigro, ricette, senza neppure far accomodare il paziente; amo il medico che dice:


(Voce fuori scena) Si spogli, per favore.

Ma io a dire il vero avrei …

(Voce fuori scena) Le ho detto si spogli, per favore.

Mi serve solo una …

(Voce fuori scena) Si spogli, e si sdrai sul lettino.


E poi ti tiene lì mezz’ora, quel medico, a tastarti e misurarti, a farti fare prove sotto sforzo, ogni volta la stessa trafila, ogni volta una visita completa, anche se tu, a dire il vero, eri passato giusto per le medicine di tua madre e non per te – tu stai benissimo – e hai lasciato l’auto sulle strisce pedonali e quando sei uscito hai trovato la multa, tra vetro e tergicristallo; e una signora anziana che passeggiava con il cane ti ha persino detto che hanno fatto bene a dartela, la multa, che non c’è più decoro.


Fabio Geda, La bellezza nonostante – Transeuropa Edizioni, Pisa 2011


teresa zanetti Giugno 3 '17 · Commenti: 5 · Tags: buongiorno, teresa, zanetti, fabio geda, bellezza