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Risultati della ricerca di tag: "teresa zanetti"
teresa zanetti
- Come ti chiami?

- Albanese Francesco.

- E dici che non sei mai stato dentro?

- Mai, vi giuro.

- Si vede che sei stato bravo a non farti prendere.

Il ragazzo sorrise.

- Però non è che ho fatto niente di speciale. Ve l'ho detto, un poco di sigarette, un poco di macchine, di pezzi di ricambio.

- Poi vendi un po' fumo, no?

- Vabbe', qualche pezzettino, che c'è di male? Non è che mo' m'arrestate anche per queste cose che vi sto dicendo?

Il maresciallo si girò a guardare la strada senza rispondere.

Arrivarono negli uffici del nucleo radiomobile e Fenoglio scrisse rapidamente il verbale di arresto. Disse a uno dei due brigadieri intervenuti sul posto di completare gli atti per la procura e per il carcere, e di avvertire il pubblico ministero. Poi si rivolse al ragazzo: - Adesso me ne vado. Ti portano dal giudice già stamattina. Quando parli con il tuo avvocato, digli che vuoi fare il patteggiamento. Avrai la pena sospesa e non dovrai nemmeno passare dal carcere.

Quello lo guardò con gli occhi di un cane grato a cui il padrone ha tolto una spina dalla zammpa.

- Maresciallo, grazie. Se vi serve qualcosa, io me la faccio tra Madonnella e il Petruzzelli, mi potete trovare al Bar del Marinaio. Qualsiasi cosa, a disposizione.

Gianrico Carofiglio, L'estate fredda, Einaudi, 2016

teresa zanetti
La musica di Chet Baker aveva un inconfondibile profumo di giovinezza. Molti sono i musicisti che hanno impresso il loro nome sulla scena del jazz, ma chi altri ci ha fatto sentire con tanta intensità il soffio della primavera della vita?

Nel suo modo di suonare c'era qualcosa che faceva nascere in petto un ineffabile, lancinante dolore, delle immagini e dei paesaggi mentali che soltanto la qualità del suo suono e del suo fraseggiare sapevano trasmettere...

Haruki Murakami - Makoto Wada, Ritratti in jazz, Einaudi 2013

teresa zanetti
... l'angustiava, in quei giorni, la lettera della Sacra Congregazione Concistoriale inviata agli Eccellentissimi Ordinari d'Italia. Datata 31 marzo 1947, protocollo n. 216/45, firmata dal cardinale Rossi, la lettera diceva:

Eccellenza Reverendissima,

Già due volte nell'anno 1945 questa Sacra Congregazione per Augusto mandato si rivolse agli Ecc.mi Ordinari d'Italia per richiamare - se pur ve ne fosse bisogno - la Loro attenzione sul dovere pastorale di istruire i fedeli in occasione ed in prossimità di particolari eventi dai quali dipendevano le sorti del Paese nell'ordine, sovratutto, morale e sociale.

Sa bene questa Sacra Congrezione come gli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi adempirono i doveri del Loro sacro ministero, istruendo in omni patientia et doctrina, e come poterono così conseguire, in genere, consolanti resultati; è pur sicura questa medesima S. Congregazione che al rinnovarsi delle circostanze gli stessi Ecc.mi Presuli ripeteranno, in tempo opportuno, e continuando sine intermissione, i Loro solerti insegnamenti; pur nonostante, questo Sacro Dicastero vuole ancora ripetere, confortato dalla Superiore approvazione, essere necessario impartire ai fedeli, chiaramente e ripetutamente, sia che si tratti di elezioni politiche o di elezioni amministrative, di elezioni nazionali o di elezioni regionali, le seguenti norme:

1) In considerazione dei pericoli, ai quali sono esposti la religione e il bene pubblico, e la cui gravità esige la collaborazione concorde degli onesti, tutti coloro, che hanno diritto di voto, di qualsiasi condizione, sesso od età, senza alcuna eccezione, e perciò anche se professano un particolare religioso tenor di vita, sono in coscienza strettamente e gravemente obbligati a far uso di quel diritto.

2) I Cattolici possono dare il loro voto soltanto a quei candidati o a quelle liste di candidati, di cui si ha la certezza che rispetteranno e difenderanno l'osservnza della legge divina e i diritti della religione e della Chiesa nella vita privata e pubblica ...

Leonardo Sciascia, Dalle parti degli infedeli, Mondadori, 1982

teresa zanetti
Don Pino si osserva le scarpe sformate, gli ricordano quelle che riparava suo padre, quando comprarle nuove era un lusso. La luce del pomeriggio abbraccia le strade meno ferocemente e molti si godono l'aria mitigata, chiacchierano davanti alle case, seduti sulle sedie del soggiorno, inadeguate all'aria aperta, ma comode. Polvere. Basilico e menta. Bucato steso. I giovani danno inizio al loro rituale: passeggiare avanti e indietro lungo la piazza e le vie principali, per vedere ed essere visti. Lo struscio. Quello sfregare la strada, ma ancor più quello sfregarsi con gli occhi, più che con i corpi, con il movimento antico del contadino che ara un campo, su e giù, giù e su, seminando parole, casa di ogni pettegolezzo, novità e comando; e sguardi per ribadire le gerarchie. Con le parole e gli sguardi si fa e si disfa tutto in questa città. Il resto è silenzio.

Don Pino calpesta quella stessa piazza e quelle stesse strade e cerca lo sguardo dei ragazzi. Alcuni lo distolgono, altri lo prendono in giro, altri ancora gli sorridono. Qualche bambino gli si mette accanto e gli tira i pantaloni per chiedergli quando si mangiano di nuovo le pizze e le patatine.

Guarda gli occhi degli uomini e poi le proprie scarpe sformate. Che scarpe ci vogliono per camminare all'inferno?

Alessandro d'Avenia, Ciò che inferno non è, Mondadori, 2014

teresa zanetti
Gli storici ci informano che la società romana era una società immobile. Una maledetta oligarchia. Per tutta l'epoca repubblicana tutte le cariche più importanti sono state ininterrottamente appannaggio di pochissime famiglie. Dieci, quindici famiglie, sempre le stesse, che, per secoli, si sono spartite le stesse cariche: consolati, proconsolati, preture, propreture e questure.

Da qui deriva per esempio uno dei più frequenti errori di datazione in cui incorrono gli storici antichi: l'errore per consolati iterati (uno stesso console che rimaneva in carica per più anni); o l'errore per omonimia (o quasi omonimia) di consoli in carica. Un ulteriore indizio, a ogni buon conto, che il potere era sempre nelle stesse mani.

Quando qualcuno si candidava a una carica rilevante, e si apprestava a far campagna elettorale, a comprare a suon di denaro e di favori i voti che gli servivano, la domanda ricorrente era: di chi è figlio? O, come si esprime proprio Orazio: chi è questo qui? Da quale padre è nato?

Non si chiedevano, i Romani dell'epoca repubblicana, ma è capace? è bravo? ci sa fare? è competente? No. No, niente di tutto ciò. Bensì: da quale padre è nato? a quale famiglia appartiene?

Alessandro Banda, Il lamento dell'insegnante, Guanda, 2015

teresa zanetti
"Dove sono le crocifissioni?" chiesi.

Indicò una cassa di legno.

"Dove verranno esposte?".

Sulla parete prima di svoltare per prendere l'ascensore. Gli ultimi quadri che si vedranno. Il climax.

"Sono preoccupato, Anna".

"Lo so che sei preoccupato. Ma non posso permettermi di assecondare la tua preoccupazione, Asher Lev. Ora sei un avvenimento".

"Alcune persone saranno ferite da questi quadri".

"Sì? E allora? Molte sono state ferite dall'Olympia. Da Le déjeuner sur l'herbe. Dagli impressionisti. Da Cézanne. Da Picasso. Asher Lev, cosa vuoi che faccia?".

"Queste sono le persone che io amo".

"Asher Lev, faresti meglio a prestare attenzione a questa faccenda delle tasse e a dimenticarti per il momento del fatto di ferire la gente. Lasciati andare al tuo sentimentalismo ebraico quando torni a Brooklin".

Chaim Potok, Il mio nome è Asher Lev, Garzanti, 1991

teresa zanetti
Da oggi il BUONGIORNO! della domenica sarà sostituito (più o meno a quest'ora serotina ...) da questo invito AL CINEMA!


Non sto a farla troppo lunga, il cinema è una delle mie passioni (ci vado almeno una volta alla settimana, alcune settimane anche due, nei periodi di follia anche tre). Ha "qualcosa a che fare" con la fotografia e con le storie che mi piace ascoltare, leggere, raccontare.

Per cui ... fatevene una ragione e naturalmente ... Buontutto a tutti

TereZ


DUNKIRK - regia Christopher NOLAN, direttore della fotografia Hoyte Van HOYTEMA, musiche Hans ZIMMER


Ho visto il film due venerdì fa, in uno dei cinema cittadini che dispongono delle ultime tecnologie in fatto di schermo e suono.


Dunkirk, quindi. Ovvero come fare apparire gloriosa la fuga.


Tanto per rinfrescarci la memoria, la battaglia di Dunkerque si svolge a inizio guerra (la seconda guerra mondiale), nella settimana a cavallo tra la fine di maggio e i primi di giugno 1940.

I Tedeschi, grazie alle loro Panzer Divisionen, avanzano rapidamente: le Ardenne, la Mosa, e poi via, sempre più a ovest, sino alla Manica, costringendo le armate francesi e il corpo di spedizione britannico (circa 400.000 soldati) nel cuneo tra il Belgio e il Nord della Francia. Armate che, tentato, e subito fallito, un contrattacco, ripiegano sulla costa e vengono infine salvate con un'evacuazione via mare che ha del miracoloso e del fortunoso insieme.

L'operazione disorienta (anche se solo per poco) "il nemico" e gli alleati, sebbene siano allo sbaraglio, abbiano perso in mare tutto l'equipaggiamento e non siano quindi più in grado di combattere, avendo scampato la cattura e una sicura prigionia ben peggiore della morte stessa, salutano la fuga alla stregua di una vittoria.


Il film è il racconto, con uno sviluppo circolare, di quei momenti disperati.

Una settimana sulla terraferma, su una spiaggia interamente coperta di uomini distrutti, disposti in interminabili file, in attesa di salire su ogni sorta di mezzo marino (ivi compresi mercantili e imbarcazioni civili allo scopo requisiti dalla Royal Navy).

Un giorno in mare, per consentire l'arrivo delle imbarcazioni sino a Dunkerque e la partenza; con i Britannici a rivendicare il loro "diritto a salvarsi per primi" (rispetto ai Francesi), essendo l'evacuazione una loro idea; con ogni singolo uomo, di fronte a se stesso e alla paura della morte facendo la fine del topo in trappola, a inventarsi ogni sorta di stratagemma per riportare a casa la pelle.

Un'ora nei cieli, con gli Spitfire a coprire dall'alto le truppe in attesa, bombardate dalla Luftwaffe.


La fotografia di Van Hoytema è a dir poco sensazionale, basti dire che, per ottenere un effetto "immersivo", ha utilizzato la cinepresa in formato panoramico IMAX (25 kg di peso) a mano, come se fosse una comune videocamera (per questo è più che mai opportuna la visione in un cinema che disponga di mezzi idonei).


Le musiche di Zimmer accompagnano con il giusto pathos tutto il racconto.


PS: Se ci andate perché siete fan sfegatati di Kenneth Branagh, fate attenzione: la sua parte è poco più di un cameo (ma molto ben recitato!).

teresa zanetti
Quando ho iniziato a scrivere questo blog, sceglievo io i brani da proporvi, a uno a uno, secondo la mia memoria e lo stato d'animo del momento.

Ora lascio che siano i libri che ho letto a parlarmi.

Guardo la libreria, leggo i titoli, osservo le copertine ... Ogni giorno ce n'è uno che si mette in evidenza, come a dirmi "scegli me! Non ricordi le ore che abbiamo trascorso insieme? Sono io quello giusto per il 'Buongiorno!' di oggi!".

E quando l'ho preso in mano lo poso con la costa sulla scrivania e lascio che si apra alla pagina che vuole, solitamente quella su cui sono stata più a lungo, in corrispondenza della quale, sulla costa, si è creato un solco più profondo.

E il primo punto in cui si posano gli occhi è quello dal quale parto.


- Arà! Fuosko-san desu-ka? - Non ho neppure avuto il tempo di affacciarmi alla porta che m'hanno riconosciuto! Altro che Urashima Taro; proprio l'opposto; mi sembrava di essere stato assente quindici anni e son stato via quindici minuti. L'accoglienza è straordinariamente cordiale ed affettuosa. Perfino Nicky e Midy sono trascinati nell'onda dei benvenuti, loro che forse non avevano mai messo piede in un posto così giapponese. Notizie di tutta la famiglia, ricordi, un correre affannoso di donne, un fruscio di kimono, un suono di fusuma che si aprono e chiudono, tè, biscotti, dolci giapponesi che sanno di pino, di ciliegio, di mare. Ora veramente deliziosa, da riempire il cuore di gioia.

Il cielo s'è fatto intanto più cupo; la madreperla è divenuta ragnatela, soffice e lanosa come un panno; la luce si diffonde uguale, tranquilla, vecchissima sul mondo. E' meglio far presto a vagare pel giardino, forse vuol piovere. Tutti stanno conversando nella maniera più animata; gli uomini di macchine fotografiche (sì, anche il bonzo ha una magnifica Nikon, con gli ultimi obiettivi di grande luminosità), le donne non so di cosa, ma comunque cinguettano a cascatelle.

Fosco Maraini, Ore giapponesi, Corbaccio, 2010

teresa zanetti
Ma non c'è solo la vilegiante misteriosa, e altre più alla mano ed emiliane del piano di sotto, c'è il cinema all'aperto e il ballo, in quella villa; dentro ci sono bagni che sono bagni, mia cessi, col vater con la catena e manopola per tirar l'acqua (anche se non c'è l'acqua corénte che a Pàvana non c'è) e una sala bòna con spechi (mobili genovesi?), una bambola vestita da figlio della lupa e un'oleografia con Colombo che saluta prima della partenza per scoprire l'America. Vasi da fiori di bossolo di canone, e reclame a grandezza naturale della Ferrania, marca di pelìcole, perché Gigi fa anche il fotografo, e se vuoi la fototèssera o il nozze o quelo che vuoi è lui, che devi chiamare ...

Francesco Guccini, Cròniche epafàniche, Feltrinelli 1989


Mi è stato regalato per i miei vent'anni e mi ha sempre colpito il fatto che Guccini lo abbia dedicato a sua figlia con queste parole "A Teresa, sperando che impari".

Buon tutto a tutti

TereZ

teresa zanetti
Perché si chiamino crescioni e non tortelli di spinaci, vattelapesca. So che si lessano degli spinaci, secondo l'uso comune, cioè senz'acqua e, spremuti bene, si mettono, tagliati all'ingrosso, in umido, con un soffritto di olio, aglio, prezzemolo, sale e pepe; poi si aggraziano con un po' di sapa e con uva secca, a cui siano stati levati gli acini. In mancanza della sapa e dell'uva secca, si supplisce con lo zucchero e l'uva passolina. Poi questi spinaci, così conditi, si chiudono nella pasta matta N. 153 intrisa con qualche goccia d'olio, tirata a sfoglia sottile e tagliata con un disco (...)

Questi dischi si piegano in due per far prender loro la forma di mezza luna, si stringe bene la piegatura e si friggono nell'olio. Servono come piatto di trasmesso.

Artusi, La Scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene


Dedicato a Antonella Giroldini

teresa zanetti Settembre 8 '17 · Commenti: 1 · Tags: teresa zanetti, artusi, ricette, crescioni
teresa zanetti
Dicono gli Atlanti che la Sicilia è un'isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d'onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto di isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle.

Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è una Sicilia "babba", cioè mite fino a sembrare stupida. una Sicilia "sperta", cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale. Una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliante delirio...

La luce e il Lutto, Gesualdo Bufalino, Sellerio 1996


Dedicato a Ninni Prestianni che tutte le sa raccontare

teresa zanetti
Finalmente di ritorno dalle vacanze estive, riprendo con nuova energia a proporvi piccoli assaggi di letture scelte dalla mia libreria, seguendo il filo conduttore della descrizione a parole di ciò che piacerebbe anche dire per immagini.


Buon inizio a tutti, allora.

E buon tutto, naturalmente!

Tere


Quella era la vertigine, come quando si cade senza fine nei sogni e non c'è cosa a cui tenersi, se non proprio ciò che dà il capogiro. Le cellule che si trasformano tutte in nervose e poi tattili, in qualunque parte del corpo si trovino, e diventano affamate e assetate e cercano senza voler guardare quello che le sazierà.

Divoravo e ingoiavo linfa, immersa in un mondo di erba e vegetazione selvatica e calda, e più inghiottivo, più cercavo quei succhi perché la sete chiamava la sete.

Tokyo Love, Silvia Accorrà, Enrico Damiani Editore, 2014

teresa zanetti
... cercavo di tenermi alla larga da quei rozzi studenti universitari, tutti presi da loro stessi, e soprattutto dalla loro giovinezza, che ritenevano un soggetto interessante o un pretesto per il proprio malessere. Non mi piacevano i giovani. Preferivo di gran lunga gli amici di mio padre, dei quarantenni che mi parlavano con cortesia e affetto, dimostrando verso di me la dolcezza di un padre o di un amante. Ma Cyril mi piacque. Era alto e in certi momenti bello, di una bellezza che ispirava fiducia. Pur senza condividere l'avversione di mio padre per la bruttezza, che ci faceva spesso frequentare gente stupida, provavo una sorta di disagio, di distanza verso le persone prive di attrattive fisiche; la loro rassegnazione a non piacere mi sembrava una vergognosa debolezza ...

Bonjour tristesse, Françoise Sagan, Longanesi, 1979


Anche il Buongiorno! (e a volte Buonasera) va in vacanza.

Buona estate e, naturalmente, buon tutto a tutti

Tere

teresa zanetti
In cima alla scalinata, davanti alle porte chiuse del teatro, ho visto una sagoma che mi ricordava vagamente qualcuno, ma non riuscivo a capire chi. Era un uomo con un cappotto nero, reggeva come gli altri una candela, ed era circondato da diverse persone con cui parlava sottovoce. Al centro di quel cerchio dominava la folla, benché defilato attirava gli sguardi, dava l'impressione di essre importante, e per qualche strana ragione mi ha fatto pensare a un boss mafioso che partecipi, attorniato da guardie del corpo, al funerale di uno dei suoi uomini. Lo vedevo di scorcio; dal bavero rialzato del cappotto spuntava un pizzetto. Accanto a me, una donna che pure lo aveva notato si è rivolta alla vicina: "E' venuto Eduard, bene". L'uomo ha girato la testa, come se nonostante la distanza l'avesse sentita. La fiamma della candela ne ha scolpito i lineamenti.

Ho riconosciuto Limonov.

Limonov, Emmanuel Carrère, Adelphi, 2012

teresa zanetti
L'uso della linea in natura è un fenomeno molto diffuso. Questo argomento, degno di una ricerca specifica, potrebbe essere padroneggiato solo da un naturalista dotato della capacità della sintesi. Per l'artista sarebbe particolarmente importante vedere in che modo il regno autonomo della natura usi gli elementi fondamentali: quali elementi siano tenuti presenti, quali proprietà essi posseggano e in qual modo si compongano in strutture. Le leggi compositive della natura danno all'artista non solo la possibilità dell'imitazione esteriore, in cui egli vede non di rado il fine principale delle leggi naturali, ma anche la possibilità di contrapporre a queste leggi quelle dell'arte. Anche in questo punto, decisivo per l'arte astratta, scopriamo già oggi la legge della contiguità e dell'opposizione, la quale pone due principi - il principio del parallelismo e quello del contrasto - come si è già visto nelle composizioni di linee. Le leggi in tal modo separate e dotate di vita autonoma, dei due grandi regni - dell'arte e della natura - condurranno infine all comprensione della legge complessiva della composizione dell'universo e chiariranno la partecipazione indipendente di entrambe a un ordinamento sintetico superiore di esteriorità + interiorità.

Questo punto di vista è stato chiarito sinora solamente nell'arte astratta, che ha riconosciuto i suoi diritti e i suoi doveri e che non si fonda più sull'involucro esterno dei fenomeni naturali.

Wassily Kandinsky, Tutti gli scritti Vol. I - Punto e linea nel piano, Feltrinelli, 1989

teresa zanetti
(precedente) https://www.maxartis.com/blogs/post/5


Pietro, ho avuto la fortuna sfacciata, all'università, di frequentare i corsi di Vattimo e di Bobbio.

Non me ne sono mai vantata.

E' il mio "côté sabaudo" (chissà se posso dirlo? magari "lato" è meglio), che vuoi ...

Del "pensiero debole" faccio quotidiano esercizio.

Evidentemente la tua tanto sbandierata "Cultura" non è giunta sino alla seconda metà Novecento e, oltre, sino ai giorni nostri.

Sembra che tu ti sia fermato al Leviatano di Hobbes, al massimo a Kant, all’assolutismo e all’oggettivismo della più retriva tradizione.

Ebbene, il postmodernismo, in cui siamo immersi proprio ora (a proposito, hai letto Fontcuberta? Ti gioverebbe), prende le sue mosse dal soggettivismo e dal relativismo.

Non è questione di emozioni, sentimentalismi o chissà quali altre sciocchezze.

E' questione di "dubbio".

Ho detto che, a mio avviso, il principale problema è il tuo "modo assertivo" (preferisci trombone sfiatato? è più volgare ma forse rende meglio l'idea).

Sei autoreferenziale.

Il fatto di non poter replicare, per quanto mi riguarda, è solo un fastidioso contorno.

Parli come se avessi la verità in tasca.

Ti svelo un segreto: non è così.

Citi in continuazione te stesso e cose che hai scritto, anni orsono, in post che altro non sono che la replica di ulteriori conversazioni sullo stesso tema avute con me (in relazione a una mia fotopoesia di uno scatto che ricordava "Bellezza in un'arte brutale" di Ernst Haas; a una mia domanda precisa sotto a un tuo post che ritraeva un Cristo - in cui citavi il Vangelo secondo Matteo in modo errato; a una fotografia di Paola Lorenzani in cui citavi – a sproposito –  “La mariée mise a nu par ses celibataires, même” di Duchamp).

Si era nel 2015, ancora sul vecchio Maxartis.

In esse, come adesso, ti eri sottratto al confronto alla stessa maniera.

Purtroppo ho buona memoria.

Ogni qualvolta si provi a insinuare un dubbio sui tuoi postulati, ragionamenti apodittici a suffragio dei quali chiami testi di cui ben ti guardi dal citare titoli e autori (e bada bene che scelgo le parole con attenzione), tiri fuori dal cilindro le parolette magiche “emotività”, “sentimentalismo” e tronchi sul nascere qualsiasi discussione.

Ragioni per compartimenti stagni, separando storia, filosofia e storia dell'arte, che sono invece quanto di più intimamente connesso possa immaginarsi.

Dici, insieme a cose ovviamente corrette, anche un sacco di sciocchezze.

È vero, lo fai a voce molto alta, in modo che tutti si spaventino e non abbiano coraggio di ribattere.

Hai scritto paurose inesattezze su Sander e sui Becher e i loro allievi e la Neue Sachlichkeit (chissà poi perché ti piace così tanto? Forse perché è un termine esotico alle orecchie dei più), vituperata da loro stessi – che preferivano il termine di derivazione latina "neue obiektivität" – e, infine, dallo stesso suo paladino, quel Renger-Patzsch che se ne smarcava solo due anni dopo averla teorizzata (Photokina 1929). Ho provato a dirtelo, in modo garbato, ma evidentemente non sono stata efficace.

Hai scritto delle cose su Hiroshi Sugimoto da far accapponare la pelle. E ne hai parlato in modo tale da farlo apparire un fiero imbecille.

Una sola fotografia, la citazione di Fantozzi e la corazzata Potemkin …

Anche se apparentemente ne prendevi le difese, il modo in cui ti esprimevi sottintendeva ben altro.

Nessuno zen per Sugimoto: ha studiato dai Gesuiti a Tokio e ha riscoperto le filosofie orientali solo molto essere andato negli USA.

Erano gli anni Settanta del Novecento.

Il suo discorso fotografico è tutto basato sullo scorrere del tempo, sulle rovine del mondo, sull’architettura come spazio artificiale (illusione di spazio, dice lui).

E per giunta è un discorso che si sviluppa in serie fotografiche decennali (i cinema, la cui attuale evoluzione è “i teatri”, così come i seascapes, sono serie ancora aperte a distanza di cinquant’anni, non riassumibile quindi in una sola immagine.

Ma non è che a gridar forte si abbia ragione.

Anzi, mi hanno insegnato che è proprio il contrario: chi non ha argomenti urla.

E tu utilizzi con sovrabbondanza l'ultimo stratagemma di Schopenhauer.

Va bene con la maggior parte delle persone, non con tutti.

Non esiste oggettività.

Il dubbio è l’unico tesoro dell’uomo moderno.

Baumann, oggi, insegna all'uomo postmoderno che, in quest’alba di terzo millennio, anche quella "certezza" si sta squagliando per lasciare spazio a una modernità liquida.

 

Teresa


(segue)

teresa zanetti
Gli stati teocratici sono oppressivi per tutti. Ma le donne stanno un gradino ancora sotto. Non esiste un capo di vestiario maschile che copra un uomo dalla testa ai piedi. Vuoi perché sono donna, perché sono nata alla politica sul tema dell'aborto, per le mie esperienze in casa radicale, ma per me la condizione femminile è sempre stata una bussola per valutare lo sviluppo democratico di un paese. Cesare Beccaria, sulla scia di Voltaire, diceva che la decenza di un paese si verifica visitando le sue carceri, Mutuando questo ragionamento e visitando il mondo per impegno, responsabilità o curiosità, mi sono resa conto che, oltre alla crescita demografica, agli investimenti stranieri, il criterio aggiuntivo da utilizzare era una scheda sulla condizione femminile, sia dal punto di vista legislativo sia dal punto di vista dell'applicazione delle norme. Questo criterio sulla valutazione della democraticità di un paese non mi ha mai tradito: quanto più le donne sono prive di diritti, tanto più quel paese è in difficoltà.

L'apartheid fa indignare. Le discriminazioni per genere sono - chissà perché - più accettabili.

Emma Bonino, I doveri della Libertà - intervista a cura di Giovanna Casadio, Editori Laterza, 2011

teresa zanetti
C'è ovviamente un altro genere di vitalità in The Americans: la vitalità dell'idioma con cui Frank vedeva il mondo. Era un modo di vedere che rivaleggiava col modo di scrivere dei Beats, uno stile che trasportava concretamente in forma visiva il ritmo del parlare quotidiano e del jazz. Era un idioma che trasformava la disperazione in un distaccato umorismo cosmico. Era uno stile che traeva un'enegia stridente fuori dalla stupidità delle automobili, facciate dei negozi, insegne e gente privata dei diritti. Era una visione personale che trasformava un mondo impersonale in una divina commedia.

Gli Anni Cinquanta, l'America e gli Americani - Antologia di testi a cura di Bruno Boveri, Agorà editrice, 1997 - Jonathan Green, American Photography, Abrams New York, 1984

teresa zanetti
Lo studio concreto di un ambito fotografico preciso impedisce di parlare de "la fotografia" e impone, al contrario, di riconoscere una diversità di pratiche e di oggetti fotografici che, salvo sacrificarne il tratto distintivo e quello dell'ambito stesso, non possono essere ridotti al termine generico e astratto di "fotografia". La scoperta dello storico si riunisce così a quella del semiologo. I teorici non sono i soli a parlare de "la fotografia": i fotografi stessi, professionisti o dilettanti che siano, e anche i pubblicitari, per le loro campagne promozionali di apparecchi o pellicole fotografici, propongono o riprendono concezioni della fotografia che si fregiano della definizione di  "la fotografia". Il ruolo dello storico, del semiologo, così come quello del sociologo è proprio quello di rivelarne la diversità, di comprenderne le logiche, di precisare la natura delle loro differenze. Da parte nostra, i loro studi ci spronano a ritrovarvi, sotto traccia, un'assiologia* già presente in altri discorsi. E', in effetti, come se l'insieme di tutte queste pratiche potesse organizzarsi a partire dalla contrapposizione tra la concezione della fotografia intesa come ancella di scienze e arti e quella di una fotografia considerata come un'arte a se stante, le cui produzioni hanno in se stesse il loro scopo. Ma questa contrapposizione è vecchia come il discorso stesso sulla fotografia!

Jean-Marie Floch, Les formes de l'empreinte, Pierre Fanlac ed., 1986 (traduzione mia)


*Assiologia: in filosofia "dottrina dei valori", ossia ogni teoria che consideri quanto nel mondo è o ha valore e per tale aspetto si distingue di quanto invece è mera realtà di fatto.

teresa zanetti
Era chiaro, dal modo familiare con cui aveva parlato al capostazione la sera prima, e dal modo in cui indossava "i calzoni da montagna", che era nativa del paese delle nevi, ma il vivace disegno del suo obi, che si intravedeva sopra i calzoni, rendeva le ruvide strisce rosso brune di questi ultimi fresche e allegre e, per la stessa ragione, le lunghe maniche del suo kimono di lana avevano una certa grazia voluttuosa. I calzoni, con lo spacco proprio sotto il ginocchio, si gonfiavano sui suoi fianchi e il pesante cotone, pur nella sua naturale rigidezza, era in certo qual modo flessibile e delicato.

Kawabata Yasunari, Il paese delle nevi, Einaudi, 1959

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