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Bruno Tortarolo

Oggi vi propongo questa sintetica recensione di un libro piuttosto interessante del noto giornalista e direttore di più testate nazionali.

Come l'autore ho sottolineato l'opera di alcuni autori dal nutrito elenco in indice.

Buona lettura.




Quale elemento riesce ad accomunare grandi fotografi così diversi nel loro stile e nel loro modo di parlare alla gente?

Cosa li unisce sotto le insegne di una passione come un vessillo che esprime soprattutto l’amore per questo mondo e la sua gente?

E qual è il momento catalizzatore che riesce a coagulare dietro una serie di lenti una emozione, un evento, un dramma e una gioia? la morte e la rinascita in un ciclo fermato in una frazione di secondo per restituirci quella realtà mai immaginata e infine restituitaci, anche in modo brutale, davanti agli occhi.

Sono quelli quell’elemento, gli occhi, macchina imprescindibile che ci accompagna e che in modo consapevole o inconsapevole usiamo per registrare le nostre emozioni.

Questi autori sono accomunati da un uso straordinario di questo organo che associato a più o meno moderne attrezzature scrutano sulle vicende del mondo dandocene una visione filtrata dalla propria cultura, sensibilità e abilità, anche tecnica perché è impensabile raggiungere certe vette qualitative senza un adeguato supporto, tuttavia non è sempre vero e questo specie nel caso di Josef Koudelka che nel 1968 si trovò ad affrontare fotograficamente una invasione con il poco materiale di cui disponeva, o un Erwitt che nei primi anni 60 non disponeva certamente di mostri tecnologici come successivamente Steve McCurry il quale poteva disporre anche di un supporto logistico enorme al pari di un Sebastiao Salgado.

Anime diverse, che si definiscono in modo diverso; un misuratore di spazi, un catalogatore, un testimone, un filosofo che parla del valore della vita, un politico che scandaglia gli orrori umani, un collezionista e via dicendo, caratteri che coprono quasi tutto ciò che il genere umano sa esprimere.

Ma c’è una cosa che li accomuna maggiormente, è l’occhio che sa scavare nell’umanità più profonda, oserei dire un occhio ‘gentile’, un occhio che versa lacrime nell’istante dopo aver testimoniato un dramma di morte, o descrive la regalità di un Sudanese, o si cala dentro la tragedia ma con il necessario amorevole distacco per ‘non disturbare’ e nello stesso tempo essere testimone diretto di quella tragedia

Questo non è solo un libro di fotografia anche se ne contiene molte, note e meno note come gli autori non tutti conosciuti alla maggioranza di fotoamatori ma che non mancheranno di stupire per la loro profondità. Questo è anche un libro sul giornalismo “sull’essenza del giornalismo: andare a vedere, capire e testimoniare”, Calabresi non è un giornalista ‘prestato’ alla fotografia ma un amatore che mosse i suoi primi passi in questa nostra passione all’età di 12 anni e non l’ha più abbandonata, più o meno ricalca la storia di molti di noi, e come noi i vari Calabresi e tutti i Fotografi illustrati in questo libro, hanno lo stesso comune denominatore, gli occhi, e ad Occhi Aperti stiamo costantemente per non farci sfuggire quelle schegge di mondo che ogni giorno ci attraversano la vista. Buona lettura.

 



QUESTO LIBRO, NOTE DELL’AUTORE

Cosa potremmo sapere, cosa potremmo immaginare, cosa potremmo ricordare dell’invasione sovietica di Praga se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le immagini di un ‘anonimo fotografo praghese’, che si scoprì poi chiamarsi Josef Koudelka? Quanta giustizia hanno fatto quelle foto, capaci di raccontare al mondo la freschezza e l’idealismo di una primavera di libertà.

Ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta. Un’immagine talmente forte da riuscire a muovere sensibilità e coscienze pubbliche.





Penso al giovane Sebastiao Salgado che nel 1984 si presenta alla redazione del quotidiano Liberation con i suoi scatti in bianco e nero che denunciano gli effetti della carestia in Sahel, un racconto sconvolgente nella sua forza, che obbliga l’Occidente a fermarsi e impone di non voltare la testa dall’altra parte.



Salgado apre gli occhi al mondo e tornerà a farlo due anni dopo, rivelando l’immenso formicaio umano di una miniera d’oro a cielo aperto brasiliana, dove la vita e la fatica umana non hanno alcun valore.



Sono partito con tre immagini negli occhi, una immensa terrazza coperta di detriti da cui si vede Beirut distrutta alla fine della lunga guerra civile libanese; lo sguardo di un uomo nel momento in cui viene arrestato e vede svanire il suo sogno di attraversare il confine tra il Messico e gli USA; un gruppo di donne indiane che si abbracciano in mezzo a una tempesta di sabbia. Volevo sapere da Gabriele Basilico, Alex Webb e Steve McCurry cosa era successo un attimo prima e un attimo dopo il momento dello scatto, che cosa avevano pensato e se si erano immediatamente resi conto della magia e della forza di quella fotografia.

 


GABRIELE BASILICO

 

“Alla fine sono salito qui, sulla terrazza dell’Hilton, al sedicesimo piano e ho trovato ciò che cercavo. Ho avuto bisogno di tempo ma poi tutto è stato chiaro: Beirut non era morta, sullo sfondo respirava ancora, potevo cominciare a fotografarla”

Gabriele Basilico arriva nella capitale libanese nell’autunno del 1991, la lunghissima guerra civile è finita da poco, la città distrutta, il centro è completamente abbandonato, le uniche presenze umane sono i posti di blocco dell’esercito siriano.

“Ero in difficoltà, non riuscivo a trovare un filo: non ero concentrato, non ero contento, non ero soddisfatto. Camminavo per le strade insieme allo scrittore libanese Selim Nassib, provavo a scattare con una 6x9, senza cavalletto, per prendere confidenza con lo SPAZIO, ma non funzionava. Selim però coglie il mio disagio e mi chiede, in modo molto diretto: ‘Sei in crisi?’ ‘Sì, non sono un fotografo di guerra e nemmeno un fotogiornalista e non so come affrontare questa storia, non so neanche da dove cominciare’ Allora Sèlim mi dice di seguirlo e mi porta all’ultimo piano dell’Hilton, un ammasso di macerie che poi fu demolito. Fu una fatica arrivarci, c’erano detriti su tutti gli scalini e ognuno dei sedici piani era pericolante. Arrivato in cima, prima ancora che io possa riprendere fiato, mi lancia una domanda: ‘Cosa vedi?’. ‘Una città distrutta’ rispondo e non vedo cos’altro potrei aggiungere. Ma lui insiste con un tono perentorio: ‘Guarda più in là, cosa vedi?’. Una città distrutta, non riesco a vedere altro. ‘Guarda ancora più lontano, cosa vedi?’. Io metto a fuoco lo sfondo e vedo un po’ di fumo, dei panni stesi, cose vive. Allora lui mi dice quasi gridando: ‘Non è una città morta, ma ferita, è ancora viva. Scendi, scendi e fotografa questo’ Ho ascoltato le sue parole, ho fissato la linea dell’orizzonte e sono entrato in una vertigine: ho fatto seicento foto di grande formato in un mese. Avevo trovato la chiave per interpretare Beirut”.

Alla fine di quel viaggio…mette in pubblico il suo talento che lo porterà ad essere un grande fotografo, una figura che non era mai esistita. “Mi chiedi che fotografo sono? Bene, io sono un misuratore di spazi, arrivo in un luogo e comincio a muovermi come un rabdomante, non cerco l’acqua ma un punto di vista. L’azione fondamentale è lo sguardo, devo trovare la misura giusta tra me, l’occhio e lo spazio. La foto è la memoria tecnica fissata di questo sguardo. Ma c’è bisogno di tempo, devi sapere prima cosa guardare, la foto d’eccellenza è contemplativa”.




ALEX WEBB

 

“Esistono momenti in cui il dio della fotografia decide di farti un regalo; è esattamente ciò che è successo quel pomeriggio. Alcune fotografie le devi pianificare e ci devi lavorare a lungo. Questa è semplicemente venuta”.

“La foto colpisce per l’atmosfera rarefatta, quasi sospesa, riguardandola la immagino silenziosa, non ho ricordo di rumori, anche se sicuramente si saranno sentite le pale dell’elicottero. Mi ricordo solo di essere corso nell’erba e di aver scattato prima che venissero portati via. Vennero caricati su una macchina che era poco più in là. Guarda le facce dei due messicani, sembra ci sia rassegnazione, quasi che fosse un destino scritto, ma non c’è paura e poi c’è anche una specie di delicatezza nei movimenti degli agenti. E guarda la mano del ragazzo, sembra quasi sfiorare l’elicottero. Non sembra un arresto violento. E’ una immagine tipica di quegli anni, che oggi non esiste più”.

“Io provo sempre ad avvicinarmi il più piano possibile e in modo meno intrusivo possibile. Ci sono alcune situazioni in cui pensi di poter entrare senza problemi, in altre devi fare più attenzione. Solitamente quando la foto ha successo è perché è accaduto qualcosa di completamente inaspettato. Per me è questa la cosa più emozionante: quando il mondo ti dona qualcosa che non ti puoi minimamente immaginare…Charles Harbutt una volta ha detto che non era solamente lui che cercava la foto ma era la foto che cercava lui, una volta ogni tanto i due si incontravano”.





STEVE McCURRY

 

“Nel 1983 ho capito che per farcela dovevo entrare in quell’acqua lurida, coperta di melma, piena di rifiuti e di animali morti: per completare il mio progetto dovevo accettare tutti i rischi, anche quello di ammalarmi e morire”.





Le foto di McCurry appaiono perfette: levigate, armoniose, serene, perfino positive, anche se raccontano di India o Afghanistan, anche se parlano di fame, inondazioni o tempeste di sabbia.



Si potrebbe credere che il suo tocco magico sia quello di cogliere l’attimo senza sporcarsi, la capacità di volare alto e leggero sui problemi, sfuggendo a ogni pesantezza e dolore. Poi lo incontri, ascolti il suo tono di voce basso e senza incertezze mentre parla di queste immagini che sono tra le più note al mondo, e tutto cambia improvvisamente sapore: capisci che per cogliere l’attimo perfetto è dovuto scendere fino in fondo, nel mondo della fatica e della sofferenza.



Quella ragazza con gli occhi verdi, lo scialle rosso sui capelli, lo sguardo fiero ma anche spaventato e una piccola cicatrice sul naso, la notò nell’angolo di una tenda usata come scuola femminile nel campo profughi di Nasir Bagh, vicino a Peshawar, in Pakistan. Il ritratto della “Ragazza afghana” sarebbe diventato la più famosa copertina del NGM. L’identità di questa ragazzina, che allora aveva 12 anni, rimase sconosciuta a lungo, finchè nel 2002 McCurry la ritrovò mamma e con il burqa e scoprì finalmente il suo nome, Sharbat Gula.






Mi avevano raccontato che è stanco di questa foto e della mania che la circonda, ma quando glielo dico allarga le braccia: “E’ la foto di una ragazza e secondo me è una foto della quale non ti puoi mai stancare. La salva la sua qualità. Certo tutti mi chiedono di raccontare la sua storia, a volte può essere stancante ma faccio in modo che non mi dia fastidio, lo accetto e basta. Diciamo la verità; sarebbe peggio avere foto che non interessano a nessuno, bisogna essere grati di questa cosa e apprezzare il fatto che il tuo lavoro colpisca la gente, che trasmetta EMOZIONE”.


Grazie per l'interesse o per la semplice lettura.

Bruno.




Enrico Maniscalco

Non è per niente facile raccontare di foto di architettura.

L'argomento di per sé è molto vasto, articolato, e per certi versi non sempre di agevole classificazione.

Quello che dunque farò, o meglio che proverò a fare, è raccontarvi del mio punto di vista al riguardo. Un punto di vista personale e parziale, per nulla "accademico", con cui spero semplicemente di riuscire a stimolare interesse, e riflessioni.

 

In estrema e facile sintesi, l'architettura può essere definita come la disciplina con cui l'uomo organizza i suoi spazi vitali, progettando e costruendo le opere - edifici e strutture - destinate ad accoglierlo, nel suo quotidiano.


Questa, invece, la definizione di uno dei più noti architetti viventi, il nostro Renzo Piano: 


L'architettura è l'arte di dare rifugio alle attività dell'uomo: abitare, lavorare, curarsi, insegnare e, naturalmente, stare insieme. È quindi anche l'arte di costruire la città e i suoi spazi, come le strade, le piazze, i ponti, i giardini. E, dentro la città, i luoghi di incontro. Quei luoghi di incontro che danno alla città la sua funzione sociale e culturale. Ma naturalmente non è tutto. Perché l'architettura è anche una visione del mondo. L'architettura non può che essere umanista, perché la città con i suoi edifici è un modo di vedere, costruire e cambiare il mondo.


L'opera architettonica, tuttavia, non si limita ad assolvere alle funzioni pratiche per cui viene concepita in origine: il disegno di luoghi e di ambienti non deve solo rifarsi al rispetto di esigenze tecniche, che riguardano la funzionalità e la stabilità, ma si spinge a soddisfare, allo stesso tempo, un gusto estetico capace di coniugare l'utile con il bello.

Ragione per cui l'architettura rientra a pieno titolo nel "sublime" delle arti visive.


Venendo a noi, ai nostri scopi, come può una rappresentazione fotografica rendere giustizia a quel sublime?

Beh, credo che sia un'impresa maledettamente complicata!

Una considerazione, questa mia, che non ha alcuna intenzione di scoraggiare, com'è ovvio. Tutt'altro! Perché in realtà dovrà essere proprio questo grado di complicazione il più forte stimolo alla ricerca, affinché il risultato ultimo possa evitare di sfociare nello scontato, o in una noiosa staticità.

L'opera architettonica - sia questa un palazzo, come un ponte, o una qualsiasi altra struttura, oppure ancora uno spazio urbano - è un insieme armonico di spazi, prospettive, dettagli, contesto. Una sola immagine fotografica, con il suo limite di campo inquadrato e le sue due dimensioni, può cercare di rappresentarne un carattere, farne intuire la personalità, la presenza d'insieme, lo spirito. Ma per raccontarla, raccontarla davvero, occorrerebbe un qualcosa di simile a un reportage.


Ma come di norma avviene per tutti i generi di fotografia, anche quando ragioniamo di fotografia di architettura, la nostra ambizione invece si sofferma spesso allo scatto singolo. Quello scatto che riesca a essere il miglior interprete di una sintesi visiva, ed emotiva. Lo scatto godibile, meritevole di una pubblicazione, o di un'affissione a parete.


Detta in altri termini, si tratta, di fatto, né più né meno che di un "ritratto".

Perché le foto di architettura che di solito ci occupano, si possono sostanzialmente considerare come un ritratto dell'opera architettonica, un ritratto che la riprende dall'esterno.


Fatta questa considerazione, per praticità espositiva e di trattazione, e allo scopo di provare a fare ordine con un minimo di suddivisione sommaria (del tutto arbitraria, e di certo non esaustiva), potremmo quindi immaginare le seguenti categorie:


- ritratto ambientato: l'edificio (od opera architettonica) è ripreso insieme con parte del contesto in cui è inserito. Narra le caratteristiche dell'opera, e il suo connubio con il mondo intorno;


- ritratto del "volto": viene ripresa solo l'opera architettonica, o una sua parte significativa e distintiva;

- ritaglio: viene ripresa una porzione delimitata, anche in questo caso pur sempre distintiva (ovvero facilmente riconducibile all'opera nel suo complesso).


È evidente che ognuna delle tre categorie richiede un approccio visivo proprio, differente dalle altre due: di ampio respiro la prima, cui si chiede lo sviluppo di una visione d'insieme; di isolamento del soggetto - intero o in parte - per la seconda; di ricerca e interesse per una "porzione", nel caso della terza.


Per fare subito un paio di esempi:


Genova - Torre I Gemelli - Quartiere San Benigno



 ritratto ambientato



ritratto



ritaglio



Genova - Il "Biscione"



ritratto ambientato



ritratto



ritagli






Ogni fotografo, con maggiori attitudini in questo o quel campo, ha quasi sempre generi in cui non si cimenta mai.

La foto architettonica, invece, volente o nolente appartiene a tutti, poiché è improbabile che non sia mai capitato, o non capiti, di fotografare un edificio o un'opera architettonica, di una certa importanza o meno.

Ma come per gli altri generi solo l'estro e la soggettività del fotografo potranno conferire un valore aggiunto, rispetto a una foto puramente "oggettiva" e documentale.

Non che la foto documentale sia necessariamente di minore interesse, ma è naturale che le aspettative del gusto estetico riscontrino maggiore appagamento laddove si riescano a individuare quel taglio, o quella prospettiva, più originali o insoliti, lontani dallo standard, dall'ordinario, e di conseguenza più "intriganti".


Per arrivare a ciò, non ci sono ovviamente ricette precostituite – come sempre vince la fantasia, protagonista non codificabile – ma alcuni comportamenti possono ritenersi opportuni, in linea di massima.

Se, come detto, si tratta in fondo di foto di ritratto, ecco che allora occorre entrare in piena sintonia col soggetto, come in tutti i ritratti che si rispettino. Bisogna scrutarlo in ogni angolo, il soggetto, da ogni punto di vista (e potendo, se la disponibilità di tempo ce lo consente, in ogni condizione di luce). Girare intorno. Guardare in alto e in basso, di lato. E di nuovo girare. Per poi fermarsi. Scrutare i dettagli. Sposarli con il contesto. Scrutare di nuovo. Nuovamente girare. Girare. Girare. Lentamente. Osservare, lasciandosi trasportare dal gusto di cercare la via per farsi migliori interpreti. Senza fretta. E senza inquadrare, se non di tanto in tanto. Si porta l'occhio al mirino, o si osserva il display, solo dopo aver avuto la visione: non si inquadra se si sta ancora cercando.

Solo quando si riesce a "dialogare" col soggetto, quando finalmente se ne coglie l’intimo, solo allora si passa allo scatto. Mai prima. A meno di non volersi accontentare di immagini scontate e anonime, che andranno ad arricchire la collezione delle centinaia di migliaia in famiglia, su centinaia di cartelle dell'hard disk.


Qui di seguito ecco alcuni esempi di ritratto ambientato: una categoria che poi inevitabilmente confina, fino a confondersi, col genere del paesaggio urbano.

Dovessimo trovare una distinzione, potremmo dire che siamo nel campo di cui stiamo trattando - la foto di architettura - quando la personalità dell'elemento architettonico è ben circoscritta, evidenziata e prevalente, per quanto si possa ragionare anche in termini di paesaggio.

Nel complesso, si tratta di immagini che, seppure limitatamente alle potenzialità dello scatto singolo, lasciano immaginare una lettura del luogo, un'interpretazione, anche attraverso lo sviluppo strutturale degli edifici attori protagonisti della scena paesaggistica.


E giunti a questo punto, è doveroso un omaggio all'opera del grande Gabriele Basilico.

Questi scatti ritraggono alcuni quartieri della città di Milano.

Sono scatti all'apparenza di basso impatto estetico ed emotivo (di primo acchito), ma ben rappresentano lo spirito del luogo. Se ne respira l'atmosfera. È un paesaggio urbano, dove tuttavia è forte e prevalente la componente architettonica, nell'aspetto rigoroso degli edifici, e negli spazi.






In quest'ultima foto, notiamo che la presenza della figura umana può contribuire a dare profondità e dimensione, senza annacquare il valore architettonico e paesaggistico del contenuto.



E quindi passiamo a noi, fotografi di Maxartis, sempre nella categoria del ritratto ambientato (che ribadisco essere cugino di primo grado del paesaggio urbano).


Alessandro Cucchiero


Fiamma Magnacca


Graziano Racchelli


Antonella Giroldini


Antonella Giroldini


Enrico Maniscalco


Alberto Orlandi


Mario Vani


Enrico Maniscalco



Dal ritratto ambientato, passiamo al ritratto, la ripresa del "volto": laddove l'inquadratura si sofferma sul soggetto, isolandolo dal contesto o riprendendone una porzione significativa, capace di essere rappresentativa del tutto.

Il rigore compositivo è d'obbligo. Lo è sempre, o quasi, ma in questo genere a maggior ragione. E spesso la ricerca di simmetrie costituisce un elemento portante.



Davide Cecconi


Pietro Collini


Elis Bolis


Livio Prandoni


Enrico Maniscalco


Mario Vani


Teresa Zanetti


Enrico Maniscalco


Enrico Maniscalco



Mario Vani


Mario Vani


Ivan Catellani


Marianna Bitto


Danilo Tavecchio


Mario Vani


Mario Vani


Enrico Maniscalco


Enrico Maniscalco



La parte infine dedicata al ritaglio, spesso si spinge anche alla ricerca di equilibri rigorosamente geometrici. L'identità dell'elemento architettonico resta sempre ben visibile, ma l'esaltazione delle forme, nella loro grafia fatta di rette o di curve combinate in figure armoniche, può anche prevalere sulla "personalità" strutturale del soggetto.

In altre parole, il disegno geometrico, la prospettiva, l'elemento ripetitivo, la simmetria, la curva sinuosa, finiscono con l'assumere una rilevanza a sé, quasi rubando la scena alla protagonista principale - l'opera architettonica - senza tuttavia offuscarla, con questo, bensì valorizzandola ulteriormente.



Enrico Maniscalco


Livio Prandoni


Mario Vani


Enrico Maniscalco


Marianna Bitto


Ivan Catellani


Marianna Bitto


Livio Prandoni


Enrico Maniscalco


Mario Vani


Guido Pucciarelli


Fiamma Magnacca


Alessandro Allegretti


Maurizio Berni


Alberto Bongiorno


Enrico Maniscalco


Elis Bolis



Concludiamo questa parte cambiando radicalmente il punto di vista, e trasferendoci all'interno dell'opera architettonica: là dove si esalta l'efficienza dell'organizzazione degli spazi utilizzati dall'uomo, e dove pertanto gli spazi, insieme con l'estetica degli elementi, divengono protagonisti.>>

La rappresentazione fotografica di questi spazi può spesso indurci a inquadrature "rigide", tanto sobrie quanto scolastiche, dal valore quasi di immagine da catalogo, statica, fredda.


Qui un esempio: si tratta di uno scorcio della palazzina di caccia di Stupinigi.




Lo stesso scorcio, ripreso con maggiore "leggerezza", può coinvolgere il lettore con un maggior senso di dinamismo, e quindi di piacevolezza estetica.




Come questa inquadratura del teatro Bellini a Catania,



rispetto a quest'altra.




Nella ripresa fotografica degli interni, che intenda coniugare la rappresentazione oggettiva a un certo gusto visivo, occorre provare a evitare il punto di ripresa "frontale e piatto", dal'esito formale e scontato (per quanto utile dal lato prettamente documentale).

Anche in questo caso, come in esterno, si impone una perlustrazione attenta e meditativa, che prefiguri la scena, sguardo dopo sguardo.


In questa foto, seppure rigorosa, frontale e simmetrica, la presenza delle ombre arricchisce la scena di movimento e originalità.


Marianna Bitto


Qui una ripresa dal basso, che racconta lo sviluppo della torre senza simmetrie o geometrie troppo rigorose.


Enrico Maniscalco


Qui una composizione movimentata, quasi "musicale".


Mario Vani


In questa foto, infine, la simmetria la fa sì da padrona, ma la ripresa dall'alto in basso - non naturale - e la stessa presenza delle persone, regala una buona godibilità d'impatto, evitando la monotonia.


Michaela Dorn




E con questo, si chiude la prima parte.

Un sincero ringraziamento a chi ha potuto seguirmi fin qui.

Nella seconda parte tratterò quelle immagini fotografiche che prendono spunto da elementi architettonici, per poi invece trasformarsi in un qualcosa di differente: geometria, astratto, soggetto "alternativo".


Concluderò quindi con qualche cenno tecnico, tra cui la lavorazione delle cosiddette "linee cadenti", in sede di postproduzione.


A presto, dunque.




Enrico Maniscalco Luglio 13 '18 · Voti: 5 · Commenti: 13 · Tags: architettura, gabriele basilico, spazi, prospettiva, ritaglio, dettaglio, renzo piano
teresa zanetti
Dopo l'esperienza francese, il mio interesse per i luoghi naturali si è diluito e il paesaggio si è affacciato nei miei lavori in modo discontinuo. Il tema costante della mia ricerca continua a essere la città, ma devo ammettere che l'esperienza visiva ed esistenziale vissuta all'interno della Mission ha modificato il mio approccio alla sua rappresentazione. Non è facile descrivere in modo esatto quale cambiamento sia intervenuto, ma, per esempio, a un metodo basato sulla lettura per frammenti o per singole facciate di edifici, ho accostato la scelta di visioni più complesse, nelle quali i singoli oggetti si amalgamano fra loro a formare un tessuto urbano che ne fissa e ne configura in modo inequivocabile l'identità.

Questa rappresentazione del tessuto umano come materia compatta, concepita spesso a strati con diverse profondità prospettiche che sovente nascondono l'orizzonte, deriva forse, anche se può non sembrare evidente, da una sorta di riduzione, da quella visione più dilatata, "naturale" e contemplativa che l'esperienza francese mi ha aiutato a definire.

Gabriele Basilico, Bord de mer, Baldini&Castoldi, ed. 2003