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Risultati della ricerca di tag: "buongiorno!"
teresa zanetti
... cercavo di tenermi alla larga da quei rozzi studenti universitari, tutti presi da loro stessi, e soprattutto dalla loro giovinezza, che ritenevano un soggetto interessante o un pretesto per il proprio malessere. Non mi piacevano i giovani. Preferivo di gran lunga gli amici di mio padre, dei quarantenni che mi parlavano con cortesia e affetto, dimostrando verso di me la dolcezza di un padre o di un amante. Ma Cyril mi piacque. Era alto e in certi momenti bello, di una bellezza che ispirava fiducia. Pur senza condividere l'avversione di mio padre per la bruttezza, che ci faceva spesso frequentare gente stupida, provavo una sorta di disagio, di distanza verso le persone prive di attrattive fisiche; la loro rassegnazione a non piacere mi sembrava una vergognosa debolezza ...

Bonjour tristesse, Françoise Sagan, Longanesi, 1979


Anche il Buongiorno! (e a volte Buonasera) va in vacanza.

Buona estate e, naturalmente, buon tutto a tutti

Tere

teresa zanetti
Nell'Ottocento, quando si posava la prima pietra di importanti manufatti pubblici cittadini, era consuetudine inserire nelle fondamenta alcuni oggetti dell'epoca, a futura memoria.Anche se c'era la quasi certezza che, annegati nella pietra e nel cemento, probabilmente non sarebbero mai più saltati fuori. Così si dice che sotto l'obelisco di piazza Savoia qualcuno abbia chiuso in una cassetta alcuni giornali, una copia delle leggi Siccardi, alcune monete, un sacchetto con semi di riso, un pacco di grissini e una bottiglia di Barbera, e che nei piloni del ponte napoleonico di piazza Vittorio siano stati sotterrati denari francesi coniati appositamente per l'occasione. Invece in quelli del ponte Isabella, secondo la leggenda, ci sarebbero dei dobloni. E, come se non bastasse, su una spalletta del viadotto sarebbe stata fissata una misteriosa piastrella di argilla cotta che nessuno ha mai più ritrovato...

Maurizio Ternavasio, 50 motivi per amare Torino, Priuli&Verlucca, 2011

teresa zanetti
C'è ovviamente un altro genere di vitalità in The Americans: la vitalità dell'idioma con cui Frank vedeva il mondo. Era un modo di vedere che rivaleggiava col modo di scrivere dei Beats, uno stile che trasportava concretamente in forma visiva il ritmo del parlare quotidiano e del jazz. Era un idioma che trasformava la disperazione in un distaccato umorismo cosmico. Era uno stile che traeva un'enegia stridente fuori dalla stupidità delle automobili, facciate dei negozi, insegne e gente privata dei diritti. Era una visione personale che trasformava un mondo impersonale in una divina commedia.

Gli Anni Cinquanta, l'America e gli Americani - Antologia di testi a cura di Bruno Boveri, Agorà editrice, 1997 - Jonathan Green, American Photography, Abrams New York, 1984

teresa zanetti
Era chiaro, dal modo familiare con cui aveva parlato al capostazione la sera prima, e dal modo in cui indossava "i calzoni da montagna", che era nativa del paese delle nevi, ma il vivace disegno del suo obi, che si intravedeva sopra i calzoni, rendeva le ruvide strisce rosso brune di questi ultimi fresche e allegre e, per la stessa ragione, le lunghe maniche del suo kimono di lana avevano una certa grazia voluttuosa. I calzoni, con lo spacco proprio sotto il ginocchio, si gonfiavano sui suoi fianchi e il pesante cotone, pur nella sua naturale rigidezza, era in certo qual modo flessibile e delicato.

Kawabata Yasunari, Il paese delle nevi, Einaudi, 1959

teresa zanetti
Il giorno dopo vidi quattro macchine gialle in fila, andando a scuola. Questo ne faceva una "giornata nera", così non mangiai nulla a pranzo e rimasi seduto tutto il tempo nell'angolo della stanza a leggere il mio libro di Matematica per l'esame di livello A.

E anche il giorno dopo ancora, vidi quattro macchine gialle in fila, andando a scuola. Questo ne faceva un'altra "giornata nera", così non parlai con nessuno per tutto il pomeriggio e rimasi seduto tutto il tempo in un angolo della Biblioteca a gemere con la testa ficcata nel punto di congiunzione dei due muri e questo mi calmò e mi rassicurò.

Ma il terzo giorno tenni gli occhi chiusi per tutto il tragitto verso la scuola, sino a quando non scendemmo dall'autobus perché dopo due "giornate nere" di seguito mi autorizzavano a farlo.

Mark Haddon, The curious Incident of the Dog in the Night-time, Vintage Books, 2004

(traduzione mia)

teresa zanetti
Una volta mi persi. A sei o sette anni. Camminavo distratto e improvvisamente non vidi più i miei genitori. Mi spaventai, ma ritrovai subito la strada e arrivai a casa prima di loro.

Continuavano a cercarmi, disperati, ma quel pomeriggio pensai che si fossero persi. Che io sapevo tornare a casa e loro no.

Hai preso un'altra strada, diceva mia madre, dopo, con gli occhi ancora pieni di lacrime.

Siete stati voi a prendere un'altra strada, pensavo io. Ma non lo dicevo.

Alejandro Zambra, Modi di Tornare a casa, Mondadori, 2013

teresa zanetti
Il fallimento rappresenta dunque un problema. Ed è per questo che ci interessa. Nel suo La formazione dello spirito scientifico, Gaston Bachelard dimostra a ragione che "è in forma di ostacoli che bisogna porre il problema della conoscenza scientifica". DI solito, con un ostacolo ci si scontra, è ciò che intralcia l'avanzamento della comprensione. Per Bachelard, al contrario, esso può dimostrarsi un prezioso indicatore dei processi in atto nell'esperienza cognitiva. La conoscenza è "una luce che proietta sempre ombre da qualche parte", ed è percepibili soprattutto grazie a queste. Le ipotesi di Bachelard, largamente confortate dalla psicologia cognitivista o dalle ricerche psicoanalitiche sui lapsus e gli atti mancati, hanno mostrato che esisteva una forma di conoscenza per errore, orientata verso le ombre e gli ostacoli. E' questo il modello epistemolomogico su cui si basa il nostro saggio. Che scommette su quanto segue: è nelle sue ombre, nei suoi scatti errati, nei suoi accidenti e nei suoi lapsus che la fotografia si svela e meglio si lascia analizzare; scommette insomma sull'errore fotografico come strumento cognitivo.

Clément Chéroux, L'errore Fotografico, Einaudi

teresa zanetti
Il mare è uno specchio perché riflette fedelmente la nostra immagine. In mare non vale la pena di fingere o salvare le apparenze. Finzione e millanteria sono spesso punite. Conrad parla dei suoi anni in mare come di " quel genere di esperienza che insegna a poco a poco all'uomo a vedere e a sentire". Dire che il mare riflette fedelmente la nostra immagine  e ci rivela a noi stessi equivale a dire che il rapporto tra Conrad e il mare è realistico e concreto, senza inutile romanticismo o idealismo. Per i terraioli, si sa, il mare è soprattutto uno spazio di sogno e di miti. E' il simbolo quasi parodistico della libertà e della partenza verso esotici lidi. Per il marinaio esperto, invece, il mare è un luogo che più concreto di così non potrebbe essere, un luogo di lavoro dove l'errore di giudizio, la negligenza e la leggerezza hanno la loro immediata punizione. "La puntualità è la parola d'ordine", scrive Conrad per la massima delusione dei romantici del mare. "L'incertezza che accompagna ogni sforzo artistico è assente da questa impresa regolamentata."

Björn Larsson, Raccontare il mare, Iperborea, 2015

teresa zanetti Giugno 6 '17 · Commenti: 3 · Tags: teresa, zanetti, buongiorno!, björn larsson, raccontare, mare
teresa zanetti

… il grande amore che dovevo avere l’avevo avuto, i romanzi migliori che dovevo scrivere li avevo scritti, di certo non ne avrei scritti altri in cui mi sarei potuta così profondamente esprimere, perché non avrei vissuto nient’altro che mi avrebbe potuto così profondamente toccare, la casa d’infanzia era ormai alle spalle e con lei ogni promessa interessante di bene: “E allora. Se non c’è più da scrivere, se non c’è più da vivere, se non c’è più una famiglia che, ogni settimana, quantomeno mi dia l’illusione di essere la mia, che ci sto a fare io al mondo?” ripetevo in continuazione ogni lunedì alla mia analista, la dottoressa T.

Che un giorno di dicembre – ispirata da Rudolf Steiner ed esasperata da me –, alla fine di una seduta, mi ha buttato lì, intensa e un po’ magica com’è: “Le va di fare un gioco?”.

“…”

“Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto.”

“Cioè?”

“Una cosa qualunque. Basta che non l’abbia mai fatta in trentacinque anni.”

“Quasi trentasei.”

“Quasi trentasei. Una cosa qualunque. Nuova.”

“Per un mese.”

“Sì.”

“Per dieci minuti.”

“Per dieci minuti.”

“Ma … è sicura che funzioni?”

“Dipende da lei. I giochi sono per persone serie. Se decide di cominciare il percorso, nonn deve saltare nemmeno un giorno.”

“E poi?”

“Poi che?”

“Alla fine che cosa si vince? Riavrò indietro la mia vita?”

“Ne riparliamo fra un mese, Chiara. Intanto giochi, si impegni e non bari, mi raccomando. Arrivederci”

“Arrivederci.”>>

Chiara Gamberale, Per dieci minuti, Feltrinelli, 2016
teresa zanetti Giugno 5 '17 · Commenti: 4 · Tags: teresa, zanetti, buongiorno!, chiara, gamberale, dieci minuti