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Risultati della ricerca di tag: "buongiorno!"
teresa zanetti
... cercavo di tenermi alla larga da quei rozzi studenti universitari, tutti presi da loro stessi, e soprattutto dalla loro giovinezza, che ritenevano un soggetto interessante o un pretesto per il proprio malessere. Non mi piacevano i giovani. Preferivo di gran lunga gli amici di mio padre, dei quarantenni che mi parlavano con cortesia e affetto, dimostrando verso di me la dolcezza di un padre o di un amante. Ma Cyril mi piacque. Era alto e in certi momenti bello, di una bellezza che ispirava fiducia. Pur senza condividere l'avversione di mio padre per la bruttezza, che ci faceva spesso frequentare gente stupida, provavo una sorta di disagio, di distanza verso le persone prive di attrattive fisiche; la loro rassegnazione a non piacere mi sembrava una vergognosa debolezza ...

Bonjour tristesse, Françoise Sagan, Longanesi, 1979


Anche il Buongiorno! (e a volte Buonasera) va in vacanza.

Buona estate e, naturalmente, buon tutto a tutti

Tere

teresa zanetti
(precedente) https://www.maxartis.com/blogs/post/5


Pietro, ho avuto la fortuna sfacciata, all'università, di frequentare i corsi di Vattimo e di Bobbio.

Non me ne sono mai vantata.

E' il mio "côté sabaudo" (chissà se posso dirlo? magari "lato" è meglio), che vuoi ...

Del "pensiero debole" faccio quotidiano esercizio.

Evidentemente la tua tanto sbandierata "Cultura" non è giunta sino alla seconda metà Novecento e, oltre, sino ai giorni nostri.

Sembra che tu ti sia fermato al Leviatano di Hobbes, al massimo a Kant, all’assolutismo e all’oggettivismo della più retriva tradizione.

Ebbene, il postmodernismo, in cui siamo immersi proprio ora (a proposito, hai letto Fontcuberta? Ti gioverebbe), prende le sue mosse dal soggettivismo e dal relativismo.

Non è questione di emozioni, sentimentalismi o chissà quali altre sciocchezze.

E' questione di "dubbio".

Ho detto che, a mio avviso, il principale problema è il tuo "modo assertivo" (preferisci trombone sfiatato? è più volgare ma forse rende meglio l'idea).

Sei autoreferenziale.

Il fatto di non poter replicare, per quanto mi riguarda, è solo un fastidioso contorno.

Parli come se avessi la verità in tasca.

Ti svelo un segreto: non è così.

Citi in continuazione te stesso e cose che hai scritto, anni orsono, in post che altro non sono che la replica di ulteriori conversazioni sullo stesso tema avute con me (in relazione a una mia fotopoesia di uno scatto che ricordava "Bellezza in un'arte brutale" di Ernst Haas; a una mia domanda precisa sotto a un tuo post che ritraeva un Cristo - in cui citavi il Vangelo secondo Matteo in modo errato; a una fotografia di Paola Lorenzani in cui citavi – a sproposito –  “La mariée mise a nu par ses celibataires, même” di Duchamp).

Si era nel 2015, ancora sul vecchio Maxartis.

In esse, come adesso, ti eri sottratto al confronto alla stessa maniera.

Purtroppo ho buona memoria.

Ogni qualvolta si provi a insinuare un dubbio sui tuoi postulati, ragionamenti apodittici a suffragio dei quali chiami testi di cui ben ti guardi dal citare titoli e autori (e bada bene che scelgo le parole con attenzione), tiri fuori dal cilindro le parolette magiche “emotività”, “sentimentalismo” e tronchi sul nascere qualsiasi discussione.

Ragioni per compartimenti stagni, separando storia, filosofia e storia dell'arte, che sono invece quanto di più intimamente connesso possa immaginarsi.

Dici, insieme a cose ovviamente corrette, anche un sacco di sciocchezze.

È vero, lo fai a voce molto alta, in modo che tutti si spaventino e non abbiano coraggio di ribattere.

Hai scritto paurose inesattezze su Sander e sui Becher e i loro allievi e la Neue Sachlichkeit (chissà poi perché ti piace così tanto? Forse perché è un termine esotico alle orecchie dei più), vituperata da loro stessi – che preferivano il termine di derivazione latina "neue obiektivität" – e, infine, dallo stesso suo paladino, quel Renger-Patzsch che se ne smarcava solo due anni dopo averla teorizzata (Photokina 1929). Ho provato a dirtelo, in modo garbato, ma evidentemente non sono stata efficace.

Hai scritto delle cose su Hiroshi Sugimoto da far accapponare la pelle. E ne hai parlato in modo tale da farlo apparire un fiero imbecille.

Una sola fotografia, la citazione di Fantozzi e la corazzata Potemkin …

Anche se apparentemente ne prendevi le difese, il modo in cui ti esprimevi sottintendeva ben altro.

Nessuno zen per Sugimoto: ha studiato dai Gesuiti a Tokio e ha riscoperto le filosofie orientali solo molto essere andato negli USA.

Erano gli anni Settanta del Novecento.

Il suo discorso fotografico è tutto basato sullo scorrere del tempo, sulle rovine del mondo, sull’architettura come spazio artificiale (illusione di spazio, dice lui).

E per giunta è un discorso che si sviluppa in serie fotografiche decennali (i cinema, la cui attuale evoluzione è “i teatri”, così come i seascapes, sono serie ancora aperte a distanza di cinquant’anni, non riassumibile quindi in una sola immagine.

Ma non è che a gridar forte si abbia ragione.

Anzi, mi hanno insegnato che è proprio il contrario: chi non ha argomenti urla.

E tu utilizzi con sovrabbondanza l'ultimo stratagemma di Schopenhauer.

Va bene con la maggior parte delle persone, non con tutti.

Non esiste oggettività.

Il dubbio è l’unico tesoro dell’uomo moderno.

Baumann, oggi, insegna all'uomo postmoderno che, in quest’alba di terzo millennio, anche quella "certezza" si sta squagliando per lasciare spazio a una modernità liquida.

 

Teresa


(segue)

teresa zanetti
C'è ovviamente un altro genere di vitalità in The Americans: la vitalità dell'idioma con cui Frank vedeva il mondo. Era un modo di vedere che rivaleggiava col modo di scrivere dei Beats, uno stile che trasportava concretamente in forma visiva il ritmo del parlare quotidiano e del jazz. Era un idioma che trasformava la disperazione in un distaccato umorismo cosmico. Era uno stile che traeva un'enegia stridente fuori dalla stupidità delle automobili, facciate dei negozi, insegne e gente privata dei diritti. Era una visione personale che trasformava un mondo impersonale in una divina commedia.

Gli Anni Cinquanta, l'America e gli Americani - Antologia di testi a cura di Bruno Boveri, Agorà editrice, 1997 - Jonathan Green, American Photography, Abrams New York, 1984

teresa zanetti
Era chiaro, dal modo familiare con cui aveva parlato al capostazione la sera prima, e dal modo in cui indossava "i calzoni da montagna", che era nativa del paese delle nevi, ma il vivace disegno del suo obi, che si intravedeva sopra i calzoni, rendeva le ruvide strisce rosso brune di questi ultimi fresche e allegre e, per la stessa ragione, le lunghe maniche del suo kimono di lana avevano una certa grazia voluttuosa. I calzoni, con lo spacco proprio sotto il ginocchio, si gonfiavano sui suoi fianchi e il pesante cotone, pur nella sua naturale rigidezza, era in certo qual modo flessibile e delicato.

Kawabata Yasunari, Il paese delle nevi, Einaudi, 1959

teresa zanetti
Il giorno dopo vidi quattro macchine gialle in fila, andando a scuola. Questo ne faceva una "giornata nera", così non mangiai nulla a pranzo e rimasi seduto tutto il tempo nell'angolo della stanza a leggere il mio libro di Matematica per l'esame di livello A.

E anche il giorno dopo ancora, vidi quattro macchine gialle in fila, andando a scuola. Questo ne faceva un'altra "giornata nera", così non parlai con nessuno per tutto il pomeriggio e rimasi seduto tutto il tempo in un angolo della Biblioteca a gemere con la testa ficcata nel punto di congiunzione dei due muri e questo mi calmò e mi rassicurò.

Ma il terzo giorno tenni gli occhi chiusi per tutto il tragitto verso la scuola, sino a quando non scendemmo dall'autobus perché dopo due "giornate nere" di seguito mi autorizzavano a farlo.

Mark Haddon, The curious Incident of the Dog in the Night-time, Vintage Books, 2004

(traduzione mia)

teresa zanetti
Una volta mi persi. A sei o sette anni. Camminavo distratto e improvvisamente non vidi più i miei genitori. Mi spaventai, ma ritrovai subito la strada e arrivai a casa prima di loro.

Continuavano a cercarmi, disperati, ma quel pomeriggio pensai che si fossero persi. Che io sapevo tornare a casa e loro no.

Hai preso un'altra strada, diceva mia madre, dopo, con gli occhi ancora pieni di lacrime.

Siete stati voi a prendere un'altra strada, pensavo io. Ma non lo dicevo.

Alejandro Zambra, Modi di Tornare a casa, Mondadori, 2013

teresa zanetti
Il fallimento rappresenta dunque un problema. Ed è per questo che ci interessa. Nel suo La formazione dello spirito scientifico, Gaston Bachelard dimostra a ragione che "è in forma di ostacoli che bisogna porre il problema della conoscenza scientifica". DI solito, con un ostacolo ci si scontra, è ciò che intralcia l'avanzamento della comprensione. Per Bachelard, al contrario, esso può dimostrarsi un prezioso indicatore dei processi in atto nell'esperienza cognitiva. La conoscenza è "una luce che proietta sempre ombre da qualche parte", ed è percepibili soprattutto grazie a queste. Le ipotesi di Bachelard, largamente confortate dalla psicologia cognitivista o dalle ricerche psicoanalitiche sui lapsus e gli atti mancati, hanno mostrato che esisteva una forma di conoscenza per errore, orientata verso le ombre e gli ostacoli. E' questo il modello epistemolomogico su cui si basa il nostro saggio. Che scommette su quanto segue: è nelle sue ombre, nei suoi scatti errati, nei suoi accidenti e nei suoi lapsus che la fotografia si svela e meglio si lascia analizzare; scommette insomma sull'errore fotografico come strumento cognitivo.

Clément Chéroux, L'errore Fotografico, Einaudi

teresa zanetti
Il mare è uno specchio perché riflette fedelmente la nostra immagine. In mare non vale la pena di fingere o salvare le apparenze. Finzione e millanteria sono spesso punite. Conrad parla dei suoi anni in mare come di " quel genere di esperienza che insegna a poco a poco all'uomo a vedere e a sentire". Dire che il mare riflette fedelmente la nostra immagine  e ci rivela a noi stessi equivale a dire che il rapporto tra Conrad e il mare è realistico e concreto, senza inutile romanticismo o idealismo. Per i terraioli, si sa, il mare è soprattutto uno spazio di sogno e di miti. E' il simbolo quasi parodistico della libertà e della partenza verso esotici lidi. Per il marinaio esperto, invece, il mare è un luogo che più concreto di così non potrebbe essere, un luogo di lavoro dove l'errore di giudizio, la negligenza e la leggerezza hanno la loro immediata punizione. "La puntualità è la parola d'ordine", scrive Conrad per la massima delusione dei romantici del mare. "L'incertezza che accompagna ogni sforzo artistico è assente da questa impresa regolamentata."

Björn Larsson, Raccontare il mare, Iperborea, 2015

teresa zanetti Giugno 6 '17 · Commenti: 3 · Tags: teresa, zanetti, buongiorno!, björn larsson, raccontare, mare
teresa zanetti

Carissima Teresa, le tue osservazioni sono molto interessanti e certamente pertinenti, ma ad esse puoi trovare la mia risposta in questo topic che ho pubblicato qui tempo fa:

https://www.maxartis.com/viewtopic/12/193/la_lettura_critica_in_fotografia.html

Tu dici:

"Perché, come ho già avuto modo di precisare in numerose altre conversazioni in passato, non esiste oggettività (nemmeno Zola e Verga - grandissimi fotografi oltre che narratori! - ne sono stati realmente capaci e credo che qui nessuno posa avere l'ardire di paragonarsi a loro).

L'inevitabile conseguenza è che quanto tu vedi nelle fotografie che commenti è solo ciò che ci vedi tu, mediato dalla tua cultura, dalla tua "sensibilità", dalla tua storia."

Ebbene nel mio articolo la prima osservazione che io faccio è questa:

"Superato il primo impatto, che spesso rischia di essere fuorviante, legato alle ovvie reazioni emotive personali, è necessario spogliarsi di ogni pregiudizio e della propria naturale passionalità e analizzare con la freddezza di un chirurgo quello che si osserva nell’immagine."

La cultura è, invece, assolutamente necessaria. Senza cultura non puoi leggere nessuna immagine, fotografica o pittorica o altro, ma la cultura è personale solo nel senso della sua "ampiezza".
leggere un dipinto, ad esempio cubista, è impossibile se non sai cosa è il cubismo.
Circa la sensibilità, che tradurrei con reazione emotiva, vale quanto ho riferito sopra.
La propria storia, cosa significa? Credo che sia la summa della propria cultura e psicoòogia emotiva, quindi una ripetizione di quanto detto.

Non è vero che non esiste oggettività, essa va ricercata, non filtrata, ma ricercata apposta: è un atteggiamento mentale, che va assunto quando leggi una fotografia.

La metrica che io utilizzo è sintetizzata nell'articolo citato.

Un abbraccio
Pietro

teresa zanetti Giugno 5 '17 · Commenti: 4 · Tags: teresa, zanetti, buongiorno!, chiara, gamberale, dieci minuti