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Enrico Maniscalco

Provo a lanciare l'ennesima discussione sui commenti, in particolare su quelli critici e costruttivi, da tempo ormai non così frequenti come vorremmo.

Comincio col condividere alcune riflessioni preliminari, per poi avanzare una proposta - il "Manifesto", nel prossimo post sul blog - su cui mi piacerebbe riuscire a intrattenere la comunità di Maxartis, e ovviamente lo Staff.

È una proposta che credo potrebbe costituire una base di partenza, per l'auspicato rilancio dello spirito del confronto, che sia il più possibile allargato;  una proposta che, se apprezzata, dovremmo però provare a costruire insieme.

 


Divagazione leggera sui commenti

 (e sui riscontri ai commenti)



Premessa


 

Un commento che esprime un apprezzamento positivo di sicuro gratifica, quasi sempre fa bene all'umore di chi lo riceve (e anche di chi lo esprime), ma raramente offre spunti di crescita.

Per contro, non è per niente facile esprimere una critica che metta in evidenza un difetto, e attribuisca un giudizio negativo all'oggetto considerato: le diverse sensibilità di coloro che quella critica la ricevono, possono dare origine a diverse reazioni, talvolta tese e stizzite.

In linea teorica, tuttavia, quando lo scambio avviene attraverso la forma scritta, la possibilità di premeditare la parola può meglio consentire un certo controllo. Ma occorre fissare alcune semplici regole, il cui reciproco rispetto può contribuire ad agevolare il confronto.



Le casistiche sommarie e ipotetiche del confronto


Con un processo di semplificazione estrema, potremmo catalogare i momenti di un confronto in quattro  ipotetiche tipologie, capaci di svilupparsi autonomamente o di intrecciarsi l’un l’altra, con pesi e sfumature diversi, a seconda dei casi.


Immaginiamo, per esempio, che io debba esprimere un giudizio non benevolo sulla maglia viola che indossi.


Posso dirti:


a) Secondo me quel colore non ti dona. La critica è in tema, perché specifica sull'oggetto. Non è molto circostanziata nelle motivazioni, ma resta ben delimitata entro i confini dell'argomento.


b) Francamente le maglie che hai non ti stanno per niente bene. È un'estensione: la critica si allarga a una pluralità di oggetti simili.


c) Non so dove diavolo le compri, le tue maglie! È uno sconfinamento generico: si esce dal tema, ci si allontana dalla specificità dell'oggetto, con cui tuttavia resta un legame indiretto.


d) Non ti ci vedo proprio a indossare delle maglie!  È uno sconfinamento verso la persona. Ci si allontana dall'oggetto e dai suoi richiami indiretti, per dirigersi verso la persona e le sue peculiarità.

 


Per un caso fotografico, posso per esempio immaginare di commentare un tuo paesaggio:


a) Questo paesaggio non mi dice granché. Critica in tema.


b) I tuoi paesaggi mi sembrano un po' mosci. Critica estesa.


c) Ma dove li vai mai a cercare, questi paesaggi? Sconfinamento generico.


d) Il paesaggio non è il genere che ti si addice. Sconfinamento verso la persona.

 


Gli ipotetici momenti del confronto possono ovviamente riguardare anche colui che da riscontro al commento.


La risposta al caso a) della maglia (Secondo me quel colore non ti dona) potrebbe quindi essere:


a) Dici? Secondo me invece si abbina bene ai miei pantaloni. In tema.


b) Ma se ne ho altre che ti sono piaciute! Estensione.


c) Credo che tu ce l'abbia col colore viola. Sconfinamento con legame indiretto.


d) Per favore lascia perdere. Che vuoi saperne, tu, di maglie? Sconfinamento verso la persona.


 

Mentre la risposta al caso a) del paesaggio (Questo paesaggio non mi dice granché) potrebbe essere:


a) Io invece lo trovo affascinante! In tema.


b) È un paesaggio come quelli che già  ti sono piaciuti! Estensione.


c) Non è che per caso i paesaggi non ti attirano? Sconfinamento con legame indiretto.


d) Tengo a mente, vista la galleria che ti ritrovi! Sconfinamento verso la persona.


 


La regola o accorgimento per evitare il conflitto


Il potenziale grado di conflittualità nel confronto (commento e riscontro) aumenta proporzionalmente quando ci si scosta dal caso a) al caso d). Pertanto, per provare a regolamentare lo scambio, allo scopo di evitarne l'insuccesso, si può così ragionevolmente suggerire di restare fortemente ancorati al caso a), evitando di scendere al b) e al c), se non con molta circospezione, e restando ben alla larga dal d).


Il caso a), in linea teorica, potrebbe anche reggere di fronte a batti e ribatti con toni accesi ed espressioni dure, purché venga rigorosamente rispettato il confine del tema.


Il caso d) potrebbe invece decretare la sepoltura del confronto anche con un solo monosillabo.

Enrico Maniscalco Gennaio 14 · Voti: 4.67 · Commenti: 35
Enrico Maniscalco

Il Manifesto



Per agevolare la partecipazione al commento, e in generale la condivisione di valori e finalità, può essere utile la redazione di una sorta di manifesto, che ne indichi i principi  e le regole.

Il Manifesto introduce così all'attività, al momento del confronto, e ne costituisce le linee guida, dinamiche e aggiornabili.

E’ uno strumento che traccia un indirizzo, che intende suggerire un approccio al metodo per far bene (ma non il rimbrotto a chi dovesse fare meno bene), e vuole quindi costituire un codice di base per favorire il dialogo e la relazione, stimolare la partecipazione, consentire di vincere un'eventuale timidezza se non una generica ritrosia; in estrema sintesi: uno strumento di indirizzo “positivo”, atto a favorire la condivisione, e con quella la crescita e lo sviluppo.


Il Manifesto deve essere ben visibile in testa, nella home page del sito.


Provo a lanciare un inizio di prima bozza, qui di sotto, da integrare e modificare attraverso un lavoro di gruppo, che spero possa essere il più possibile allargato. 

Col contributo di tutti potremo così giungere a una prima versione definitiva (ovviamente se si è d'accordo).



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Maxartis (il Manifesto)



La comunità cresce e si sviluppa nel confronto.

Non c'è confronto senza riscontro attivo, che si arricchisce nella pratica del commento costruttivo.

Attraverso il commento la crescita è reciproca.


Principiante non è colui che fotografa da un anno, ma accetta il confronto con gli altri.

Principiante è colui che fotografa da trent'anni, ma non ne ha mai accettato uno.



I valori del confronto:


- Altruismo

- Umiltà

- Sincerità

- Leggerezza


                                                                          aggiunte dal lavoro di gruppo:


- Consapevolezza

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Le regole:


- Si posta una foto per condividerla, e nel contempo guadagnarne una valutazione. Pertanto, dopo aver postato a quel fine, l'autore accoglierà le considerazioni ricevute, anche se di parere diverso dal suo.


- Il confronto deve sempre riferirsi allo specifico tema (di norma la singola foto), e a quel tema preferibilmente limitarsi.

- E’ opportuno concedere sempre un riscontro, e che sia pertinente, senza mai interrompere un confronto non ancora concluso.


aggiunte dal lavoro di gruppo:


- Nel formulare un commento, tenere presente che si sta esprimendo una personale opinione, e non un giudizio o una condanna.

- Prima di replicare alle osservazioni ricevute, accertarsi di aver ben compreso le motivazioni dell'osservazione, considerando che queste sono state formulate con spirito costruttivo: la critica è sulla foto, e non sull'autore.

- In una critica costruttiva vanno evidenziati i difetti e anche i pregi. Una foto non è quasi  mai del tutto ben fatta o mal fatta.

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Enrico Maniscalco Gennaio 14 · Voti: 2 · Commenti: 10
Adolfo Fabbri
Amata da tutti i bambini, brutta come aspetto visivo, bellissima come storia e leggenda; vi presento la Befana.

Perdonate adesso la prefazione un po' prolissa, forse scontata, ma utile per rendere meglio l'idea di ciò che intendo dire.

Correvano gli anni cinquanta quando la crisi economica era assai più forte di adesso, ma si avvertiva molto meno perché mancavano le esigenze attuali. Mancavano le automobili (le avevano i ricchi), mancavano i cellulari (non li aveva nessuno) mancava il computer, la tecnologia in generale, mancavano le vacanze estive e invernali, mancavano tante cose inutili che adesso sono purtroppo diventate indispensabili per i più, ovvero tutte quelle cose che nel bene o nel male vengono intese come un miglioramento della qualità della nostra vita.

Quello che non mancava assolutamente, era il dialogo, adesso sostituito da ciniche chat, messaggini od altro.
Un dialogo vero dove per comunicare era necessario guardarci negli occhi dal vivo, e non attraverso uno schermino fatto di tanti pixel.

Chi vi parla ha comunque l'onestà di ammettere che si è adeguato ai tempi correnti, e non rinuncia tanto facilmente alle cose "inutili" di cui parlavo sopra. Perdonatelo, se non altro per la veneranda età; lui è del 1949, ed oggi 7 gennaio 2020, ha voglia di mettersi a fare qualche piccola riflessione, che può benissimo non essere condivisa.

Torniamo ora all' intramontabile Befana:

Quando il Capodanno era terminato, i bambini della mia epoca attendevano la vigilia di Befana con una trepidazione impossibile da descrivere. Questa trepidazione, che nasceva dall'incertezza del ricevere un giocattolino o un po' di carbone se non ti eri comportato bene, ti metteva in uno stato di ansia assurdo ma nello stesso momento, fantastico. Tutto questo era parte di un'attesa  meravigliosa, oserei dire ai confini con la magia. Va inoltre considerato il fatto che Babbo Natale, a quell'epoca, non portava regali.

La Befana che bussava alle porte di casa dove vivevano i bambini, era la solita vecchietta del rione, già bruttina di suo, quindi assai facile da truccare per immergerla a dovere nell'amato personaggio.

Mi resta difficile esprimere cosa provavo quando mia madre la faceva entrare in casa, per depositare sotto l'albero di Natale e accanto al presepe, un cesto pieno di arance, mandarini, noci e fichi secchi, il tutto accompagnati dai tradizionali befanini, biscotti adornati con minuscole palline colorate di zucchero, tuttora apprezzati da tutti.
Devo ammettere con soddisfazione che mio padre, pur non nuotando nell'oro, mi regalava sempre una befana con bei giocattoli di latta, che adesso costano un infinità di euro. Macchinine di quel tempo, fucilini a tappi, trottole...
Vicino dove abito, vi è un negozio che vende i giocattoli in latta, proprio gli stessi modellini di quel tempo. Non vi sto a dire quanto li fanno pagare!!

Perché tutta questa gioia infinita per la vigilia di Befana?...
Provate a chiedevelo.
Perché era l'unico giorno di un anno intero in cui potevamo ricevere dei giocattoli.
Adesso le cose sono cambiate radicalmente.
In meglio?... In peggio?... Non lo so. Sicuramente vi sono cose sotto forma di valori, che sono cambiate in peggio, altre, sotto aspetti differenti, sono cambiate certamente in meglio.
Non sono un vecchietto che affonda del tutto il pesente per esaltare il passato; sarei un vecchietto ridicolo e di parte. Nelle cose c'è sempre un equilibrio.

Vado avanti e spiego il cambiamento radicale di cui intendevo sopra:

Ho due nipotini che sono la mia vita. Avete letto bene: Sono la mia vita.

Luca, quattro anni e mezzo; Irene compirà sette anni alla fine di marzo.

Entrambi hanno atteso l'arrivo della Befana con interesse e soddisfazione, ma con ben altro entusiasmo rispetto a quello che provavo io e i miei coetanei. (Tra l'altro i miei nipotini avevano già ricevuto doni da Babbo Natale...)

Perché?...

Semplice...
Vuoi per i nonni viziatori, vuoi per gli zii, vuoi per i genitori stessi ecc...
per i bambini è Befana tutto l'anno o quasi.

Le case si  riempiono di giochi e giocattoli, sino al punto che i bambini stessi, li desiderano quasi con distacco.
Molti di loro, preferiscono addirittura giocare prendendo a calci una lattina di coca in piazza simulando una partita di calcio, anziché trascorrere il tempo giocando con armi fantascentifiche o altre diavolerie che hanno in abbondanza nelle loro camerette.

Vogliamo infine parlare dei compleanni?

Ebbene, i compleanni sono come altre befane ancora più ricche perché oltre i parenti, ci sono i regali degli amici dei genitori.

I compleanni, inoltre, non si festeggiano più una sola volta l'anno come dovrebbe essere, ma almeno 4 volte.
Una volta si festeggia intimamente in famiglia; poi si festeggia con gli amichetti dell'asilo o della scuola, il giorno dopo.  Poi si festeggia con gli amici dei genitori, infine si festeggia con i nonni.
E i giochi?... Aumentano a dismisura, ma cala l'entusiasmo di riceverli.

Carissime e carissimi tutti voi.
Se avete voglia di raccontare le vostre befane vissute, fatelo pure qua sotto; sarà un piacere leggervi.

Salutoni da me!

Adolfo


Adolfo Fabbri Gennaio 7 · Commenti: 4
Mirko Fambrini
Poco prima del Miami, alla fine di novembre si è svolto un'altro dei principali festival del genere, solo oggi ritorno al pc dopo le feste (consueto periodo di disintossicazione da rete).

Al solito, a chi interessa può vedere qui.

www.bspfestival.org/en/contests/finalists-2019/

Mirko Fambrini Gennaio 3 · Commenti: 2
Enrico Maniscalco


Difficile resistere: basta un fumante e succulento piatto di ravioli al ragù, che per la gola è subito festa.Un successo indiscusso e intramontabile, il suo. Perché sebbene qualche piccola variazione sul tema tu te la possa pure concedere - negli ingredienti o nelle quantità - la ricetta è e resta quella lì, fiera regina della casa, sempre pronta ad accogliere il commensale di turno, a sua volta sempre pronto a ripresentarsi all'appuntamento.

Lui, il ristoratore, lo conosce bene, il commensale. Perché grazie al suo piatto di ravioli al ragù riesce a catturarlo e a riempire il locale, ogni domenica; e pure nei giorni feriali se la cava discretamente.

Nel tempo si è specializzato. Ha migliorato la qualità della materia prima. Ha modulato le dosi per un migliore equilibrio dei sapori. La trattoria ha via via consolidato fama e presenze. E lui, il ristoratore, è facile che sorrida, perché la strada è ormai tracciata e ben definita. Sa che potrà cavalcare la tradizione, senza la necessità di rischiare azzardi. E quando magari gli capita di sentire di quelle nuove cose che suonano pure un po' stravagante, borbotta tra sé e sé, e tira dritto.


Anche il fotografo, come quel ristoratore, porta in dote nel bagaglio menu il suo gustoso piatto di ravioli al ragù.Lo porta in dote quando l'immagine che propone al tavolo vuole il successo nell'immediato impatto visivo; quando in quell'immagine pare adagiarsi sulla soffice comodità della tradizione, e infine legge e rappresenta uno spezzone di realtà, senza discostarsi da una statica materialità oggettiva.



Molte delle foto che scattiamo fanno fatica a discostarsi da quella statica materialità. Molte non si discostano per niente. Con l'avvento degli smartphone, poi, ne è pieno l'universo di immagini che non si discostano, o addirittura si allineano, si assuefanno allo standard, al cliché canonico. Consapevolmente, o inconsciamente. 

Talvolta raggiungiamo pure un alto grado di perizia, di competenza tecnica, e produciamo immagini anche di notevole effetto, fin da subito gradevoli e apprezzate, ma che dopo una prima consumazione sembrano arrestarsi, non ci conducono oltre, ci fanno scivolare sulla futilità della loro superficie patinata.

Produciamo quelle immagini, e ricevendone l'apprezzamento decidiamo fiduciosi di procedere in quella direzione, replicando il nostro schema abitudinario e consolidato. Come il nostro ristoratore adagiato sul comfort consolidato e immutabile dei ravioli al ragù, evitiamo di addentrarci nel terreno insidioso della ricerca, della nouvelle cousine.


Eccoci quindi a ragionare della sindrome dei ravioli al ragù che colpisce il fotografo. E lo colpisce ovunque, in ogni campo, in ogni genere.

Due su tutti, però, meglio di altri si prestano a quei sintomi: il ritratto e il paesaggio.


Partiamo dunque dal ritratto, con alcuni esempi.



Inquadratura frontale, sorriso, luminosità, bokeh.

Un classicissimo: qui la ricetta gastronomica viene seguita in maniera perfino scolastica.

Sullo sfondo del piatto, il trito fine del ragù vive da protagonista il suo ruolo altrimenti da comprimario, finendo per esaltare ulteriormente le aspettative del palato.



Nuovamente inquadratura frontale e luminosità, arricchite però da un leggero azzardo dinamico, come un lieve movimento ondulato, più accidentato, nel bordo del raviolo. Sopra un letto di salsa apparentemente più fluido.



Inquadratura frontale. Sorriso contagioso. Sguardo vivo.Qui il piatto si fa più ricco e vezzoso, come se il profumo del ragù catturasse i sensi ancora prima dell'assaggio: il gusto si accompagna così a un'atmosfera frizzante, inebriante.



Inquadratura frontale. L'aristocrazia del bianco e nero. Lo sguardo intenso, quasi sensuale.

L'ultima trattoria si propone con un piatto più elegante e sofisticato. Il taglio del raviolo è pulito, ordinato, solenne. Hai subito la sensazione di un impatto sobrio, al gusto, con l'aggiunta, poi, di quel pizzico di cacio sapientemente adagiato su un lato, e che pare tracciare alcune cifre romane.



I quattro ristoranti autori dei quattro piatti hanno tutti un punteggio molto elevato, su Tripadvisor. I commenti sono numerosi e puntano quasi sempre all'eccellente.



Restiamo al ritratto, ma proponendo ora alcuni esempi che tracciano un'altra via, e si discostano dallo stato di comfort.



Comincio da qui, da questo fulgido esempio di alta cucina: il famosissimo ritratto di Igor' Fëdorovič Stravinskij, eseguito da Arnold Newman.

In questa rappresentazione, un singolo ingrediente del piatto diviene pieno protagonista (il pianoforte, la musica), e illumina con la sua forza prepotente l'attore e soggetto principale, il musicista, relegato sì in un angolo, ma come fosse al centro.

Pesi e amalgama sono straordinari. Tre stelle Michelin, nessuna menzione su Tripadvisor.



Qui lo scultore Auguste Rodin, ritratto da Gertrude Kasebier.

Se ne vede solo il profilo, importante, su una stazza che si intuisce imponente.

La ripresa è addirittura di schiena (una ricerca gastronomica sopraffina e del tutto fuori dagli schemi, un po' come se i ravioli al ragù rinunciassero al ragù), ma la potenza visiva e compositiva ci conducono comunque a intuire la forza carismatica e austera del personaggio.



Qui invece un ritratto di Alfred Hitchcock, eseguito da Richard Avedon.

Uno sguardo che non è uno sguardo, ma che suggerisce una proiezione verso l'oltre, stimola il lato misterioso della fantasia. Un ingrediente assente - l'iride, come fosse il nostro ripieno dei ravioli - la cui assenza viene oltremodo esaltata, fino a diventare fortemente presenza.



Concludo la parentesi sul ritratto fuori dagli schemi, con questa foto di Massimo Cavalletti ricavata dagli archivi di Maxartis, che coniuga la potenza narrativa alla semplicità espressiva. I ravioli al ragù sono finiti. 
Riporto le note con le quali a suo tempo l'avevo commentata.


Leggerezza, innocenza, spensieratezza. Un'immagine dolce e delicata che di colpo annienta ogni attrito, e ti riappacifica col mondo. Quanta serenità e speranza in quel sorriso... Il gioco, poi, non fa solo da sfondo, ma pure da accompagnamento "musicale", come l'orchestra oppure il coro alle spalle del solista. Una bellissima, struggente, emozione "bambina".  



Passiamo ora ai ravioli al ragù nel "paesaggio".



Una bella palla rosso fuoco poco sopra l'orizzonte. Il mare. Il volo leggero di un pugno di uccelli. Un'immagine che potremmo anche appendere in salotto, per l'indubbia atmosfera.Quanta pace e bellezza. Un successo sicuro. Come quando il ripieno del raviolo, così come un tramonto, non mostra margini di incertezza, e conquista la gola senza esitazioni.



L'impagabile fascino esotico di un'isola immersa in un mare verde smeraldo.Aria di vacanza, respiro, evasione. La bellezza della natura che cattura l'istinto di fuga.Qui il matrimonio tra la leggerezza della pasta del raviolo e la ricchezza del ripieno si fa più vivo, corroborato dall'enfasi di un ragù particolarmente voluttuoso.



In questo caso poche pretese. Una classica panchina in primo piano. Rami di un albero a fare da cornice. Scenario di montagna, neve, vacanzieri. Aria fresca.Un piatto di ravioli standard, ma sicuro di sé. Ben presentato, e senza troppo cacio. Sai di poterlo gustare con la dovuta lentezza, e intatto piacere.



Il magnetismo un po' ruffiano del riflesso. Una gradevolezza già scontata di suo, per le sue simmetrie, il suo ordine matematico che alimenta il rigore della mente ma anche il gusto romantico dell'estetica.Un piatto di ravioli dalla presentazione elegante, raffinata. Quasi pensi che siano di produzione industriale, tanto son perfetti. Ma il gusto è gradevole, seppure casalingo.



Ora proviamo di nuovo ad allontanarci dallo stato di comfort.



Questa è "Moonrise", l'immagine forse più famosa del grande Ansel Adams.Luci e atmosfera, incorniciate in quell'imperioso e seducente bianco e nero, nemmeno consentono di inquadrarlo nella nostra metafora gastronomica.



Questa è invece una proposta di Franco Fontana, con il suo inconfondibile stile.I ravioli al ragù sono uno sbiadito ricordo, e lasciano il terreno a una sofisticata ricerca di nuova sintesi di ingredienti.



Vista di Chicago, autore Trey Ratcliff.Per certi versi un eccellente piatto di ravioli al ragù, ma così ben strutturato e originale (nelle linee compositive e nel colore), da discostarsi in modo significativo dalle tradizionali proposte di trattoria casalinga.



E anche qui chiudo con un'immagine ricavata dagli archivi di Maxartis: "Bled" di Primiano D'Apote.

Il particolare contrasto di luci conferisce alla scena un'atmosfera carica di suggestione e mistero, enfatizzata dal ricorso all'ampia gamma tonale di un deciso bianco e nero.


Qui sotto la stessa località, servita nel suo tranquillo letto di ragù.





Le foto che ci hanno preceduto, qui mostrate a rappresentare la metafora del piatto di ravioli al ragù, sono foto che ho scattato io (tutte tranne l'ultima di Bled), e giacciono comode nelle cartelle del mio hard disk. Sempre pronte per i nuovi invitati a pranzo.


Una corrente di pensiero, oggi molto in voga anche nella nostra comunità, etichetta la ricetta dei ravioli al ragù con appellativi sdegnosetti e riduttivi, come a significare ciò che è scontato, ripetitivo, la replica perenne di una noiosa rappresentazione del prevedibile.

Credo che invece si possa, in fondo, esprimere un'opinione differente, che per quanto sembri andare d'accordo con quel concetto di rappresentazione del prevedibile, provi comunque a regalare una sfumatura più generosa, e meno elitaria.

Perché se il gusto personale per quel piatto è sempre vivo e imperituro; se migliaia e migliaia di tavole imbandite, grazie a quel piatto continuano imperterrite ad accogliere astanti; non vi è ragione per disincentivarne il successo; non vi è ragione per screditarne la fama. E infine, dunque, viva i ravioli al ragù!


Ma proprio in questo, proprio in questa benevola e accondiscendente accettazione del facile e reiterato successo, sta pure la ragione in più per celebrare lo spirito di colui che vorrà invece proporsi nel nuovo cimento: la ricerca di un rinnovato e originale connubio tra dosi e ingredienti; all'orizzonte il miraggio di una quarta forchetta.



Enrico Maniscalco Dicembre 22 '19 · Voti: 5 · Commenti: 7
Pietro Collini


Fotografia autografa e autentica di Mario Giacomelli...

Presente nel famoso volume "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi"

Pietro Collini Dicembre 21 '19 · Commenti: 2
Mirko Fambrini
Anche quest'anno è terminato uno dei più famosi, se non il più famoso, festival della street.

Qui i vincitori ed i finalisti.

A chi interessa, buona visione.

www.miamistreetphotographyfestival.org/2019-finalists
Mirko Fambrini Dicembre 16 '19 · Commenti: 4
Mirko Fambrini
Un ottimo articolo di Michele Smargiassi contiene tante interessanti riflessioni o spunti, come spesso accade.
L'oggetto della materia viene dal passato, anche lontano, ed è aperto da sempre; al momento anche la vicenda processuale rimane tuttora in corso, aperta verso il futuro.
Con rammarico aspetterò facendo il tifo.

smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2019/12/06/tony-gentile-fo
Mirko Fambrini Dicembre 6 '19
Mirko Fambrini
Ieri al Photolux ho scoperto uno che sa ancora raccontare storie... segnatevi il suo nome perché si aggiungerà ai grandi.
Dmitry Markov.

Una trentina di stampe in pari lato di circa 25 cm mi hanno incantato per le storie che racchiudono.
Un audio-video all'interno della mostra (con sottotitoli) che lui racconta di alcune fotografie è stato davvero impagabile.
Non si trova ancora moltissimo di articoli (sarò curioso di cercare il suo libro), mette tutto sul suo profilo Instagram:
www.instagram.com/dcim.ru/?fbclid=IwAR2Qxv-X8QMUeRaRWq3QIjmHQAe1zj5rbJ

e sul suo profilo FB da cui estrapolo il link di una foto di cui mi sono innamorato ed una raccolta di un suo post in cui scorrendo sono racchiuse molte storie:

www.facebook.com/photo.php?fbid=2069068543110048&set=a.206906575311032

www.facebook.com/photo.php?fbid=2069073256442910&set=a.206906575311032

Ho pochi dubbi e remore, nella diversità di tempo, luoghi e di mezzi, nell'accostare un ricordo ai lavori di Frank, ed ho detto tutto.

Segnatevi questo nome.
Mirko Fambrini Dicembre 2 '19 · Commenti: 1
Bruno Tortarolo

Oggi vi propongo questa sintetica recensione di un libro piuttosto interessante del noto giornalista e direttore di più testate nazionali.

Come l'autore ho sottolineato l'opera di alcuni autori dal nutrito elenco in indice.

Buona lettura.




Quale elemento riesce ad accomunare grandi fotografi così diversi nel loro stile e nel loro modo di parlare alla gente?

Cosa li unisce sotto le insegne di una passione come un vessillo che esprime soprattutto l’amore per questo mondo e la sua gente?

E qual è il momento catalizzatore che riesce a coagulare dietro una serie di lenti una emozione, un evento, un dramma e una gioia? la morte e la rinascita in un ciclo fermato in una frazione di secondo per restituirci quella realtà mai immaginata e infine restituitaci, anche in modo brutale, davanti agli occhi.

Sono quelli quell’elemento, gli occhi, macchina imprescindibile che ci accompagna e che in modo consapevole o inconsapevole usiamo per registrare le nostre emozioni.

Questi autori sono accomunati da un uso straordinario di questo organo che associato a più o meno moderne attrezzature scrutano sulle vicende del mondo dandocene una visione filtrata dalla propria cultura, sensibilità e abilità, anche tecnica perché è impensabile raggiungere certe vette qualitative senza un adeguato supporto, tuttavia non è sempre vero e questo specie nel caso di Josef Koudelka che nel 1968 si trovò ad affrontare fotograficamente una invasione con il poco materiale di cui disponeva, o un Erwitt che nei primi anni 60 non disponeva certamente di mostri tecnologici come successivamente Steve McCurry il quale poteva disporre anche di un supporto logistico enorme al pari di un Sebastiao Salgado.

Anime diverse, che si definiscono in modo diverso; un misuratore di spazi, un catalogatore, un testimone, un filosofo che parla del valore della vita, un politico che scandaglia gli orrori umani, un collezionista e via dicendo, caratteri che coprono quasi tutto ciò che il genere umano sa esprimere.

Ma c’è una cosa che li accomuna maggiormente, è l’occhio che sa scavare nell’umanità più profonda, oserei dire un occhio ‘gentile’, un occhio che versa lacrime nell’istante dopo aver testimoniato un dramma di morte, o descrive la regalità di un Sudanese, o si cala dentro la tragedia ma con il necessario amorevole distacco per ‘non disturbare’ e nello stesso tempo essere testimone diretto di quella tragedia

Questo non è solo un libro di fotografia anche se ne contiene molte, note e meno note come gli autori non tutti conosciuti alla maggioranza di fotoamatori ma che non mancheranno di stupire per la loro profondità. Questo è anche un libro sul giornalismo “sull’essenza del giornalismo: andare a vedere, capire e testimoniare”, Calabresi non è un giornalista ‘prestato’ alla fotografia ma un amatore che mosse i suoi primi passi in questa nostra passione all’età di 12 anni e non l’ha più abbandonata, più o meno ricalca la storia di molti di noi, e come noi i vari Calabresi e tutti i Fotografi illustrati in questo libro, hanno lo stesso comune denominatore, gli occhi, e ad Occhi Aperti stiamo costantemente per non farci sfuggire quelle schegge di mondo che ogni giorno ci attraversano la vista. Buona lettura.

 



QUESTO LIBRO, NOTE DELL’AUTORE

Cosa potremmo sapere, cosa potremmo immaginare, cosa potremmo ricordare dell’invasione sovietica di Praga se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le immagini di un ‘anonimo fotografo praghese’, che si scoprì poi chiamarsi Josef Koudelka? Quanta giustizia hanno fatto quelle foto, capaci di raccontare al mondo la freschezza e l’idealismo di una primavera di libertà.

Ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta. Un’immagine talmente forte da riuscire a muovere sensibilità e coscienze pubbliche.





Penso al giovane Sebastiao Salgado che nel 1984 si presenta alla redazione del quotidiano Liberation con i suoi scatti in bianco e nero che denunciano gli effetti della carestia in Sahel, un racconto sconvolgente nella sua forza, che obbliga l’Occidente a fermarsi e impone di non voltare la testa dall’altra parte.



Salgado apre gli occhi al mondo e tornerà a farlo due anni dopo, rivelando l’immenso formicaio umano di una miniera d’oro a cielo aperto brasiliana, dove la vita e la fatica umana non hanno alcun valore.



Sono partito con tre immagini negli occhi, una immensa terrazza coperta di detriti da cui si vede Beirut distrutta alla fine della lunga guerra civile libanese; lo sguardo di un uomo nel momento in cui viene arrestato e vede svanire il suo sogno di attraversare il confine tra il Messico e gli USA; un gruppo di donne indiane che si abbracciano in mezzo a una tempesta di sabbia. Volevo sapere da Gabriele Basilico, Alex Webb e Steve McCurry cosa era successo un attimo prima e un attimo dopo il momento dello scatto, che cosa avevano pensato e se si erano immediatamente resi conto della magia e della forza di quella fotografia.

 


GABRIELE BASILICO

 

“Alla fine sono salito qui, sulla terrazza dell’Hilton, al sedicesimo piano e ho trovato ciò che cercavo. Ho avuto bisogno di tempo ma poi tutto è stato chiaro: Beirut non era morta, sullo sfondo respirava ancora, potevo cominciare a fotografarla”

Gabriele Basilico arriva nella capitale libanese nell’autunno del 1991, la lunghissima guerra civile è finita da poco, la città distrutta, il centro è completamente abbandonato, le uniche presenze umane sono i posti di blocco dell’esercito siriano.

“Ero in difficoltà, non riuscivo a trovare un filo: non ero concentrato, non ero contento, non ero soddisfatto. Camminavo per le strade insieme allo scrittore libanese Selim Nassib, provavo a scattare con una 6x9, senza cavalletto, per prendere confidenza con lo SPAZIO, ma non funzionava. Selim però coglie il mio disagio e mi chiede, in modo molto diretto: ‘Sei in crisi?’ ‘Sì, non sono un fotografo di guerra e nemmeno un fotogiornalista e non so come affrontare questa storia, non so neanche da dove cominciare’ Allora Sèlim mi dice di seguirlo e mi porta all’ultimo piano dell’Hilton, un ammasso di macerie che poi fu demolito. Fu una fatica arrivarci, c’erano detriti su tutti gli scalini e ognuno dei sedici piani era pericolante. Arrivato in cima, prima ancora che io possa riprendere fiato, mi lancia una domanda: ‘Cosa vedi?’. ‘Una città distrutta’ rispondo e non vedo cos’altro potrei aggiungere. Ma lui insiste con un tono perentorio: ‘Guarda più in là, cosa vedi?’. Una città distrutta, non riesco a vedere altro. ‘Guarda ancora più lontano, cosa vedi?’. Io metto a fuoco lo sfondo e vedo un po’ di fumo, dei panni stesi, cose vive. Allora lui mi dice quasi gridando: ‘Non è una città morta, ma ferita, è ancora viva. Scendi, scendi e fotografa questo’ Ho ascoltato le sue parole, ho fissato la linea dell’orizzonte e sono entrato in una vertigine: ho fatto seicento foto di grande formato in un mese. Avevo trovato la chiave per interpretare Beirut”.

Alla fine di quel viaggio…mette in pubblico il suo talento che lo porterà ad essere un grande fotografo, una figura che non era mai esistita. “Mi chiedi che fotografo sono? Bene, io sono un misuratore di spazi, arrivo in un luogo e comincio a muovermi come un rabdomante, non cerco l’acqua ma un punto di vista. L’azione fondamentale è lo sguardo, devo trovare la misura giusta tra me, l’occhio e lo spazio. La foto è la memoria tecnica fissata di questo sguardo. Ma c’è bisogno di tempo, devi sapere prima cosa guardare, la foto d’eccellenza è contemplativa”.




ALEX WEBB

 

“Esistono momenti in cui il dio della fotografia decide di farti un regalo; è esattamente ciò che è successo quel pomeriggio. Alcune fotografie le devi pianificare e ci devi lavorare a lungo. Questa è semplicemente venuta”.

“La foto colpisce per l’atmosfera rarefatta, quasi sospesa, riguardandola la immagino silenziosa, non ho ricordo di rumori, anche se sicuramente si saranno sentite le pale dell’elicottero. Mi ricordo solo di essere corso nell’erba e di aver scattato prima che venissero portati via. Vennero caricati su una macchina che era poco più in là. Guarda le facce dei due messicani, sembra ci sia rassegnazione, quasi che fosse un destino scritto, ma non c’è paura e poi c’è anche una specie di delicatezza nei movimenti degli agenti. E guarda la mano del ragazzo, sembra quasi sfiorare l’elicottero. Non sembra un arresto violento. E’ una immagine tipica di quegli anni, che oggi non esiste più”.

“Io provo sempre ad avvicinarmi il più piano possibile e in modo meno intrusivo possibile. Ci sono alcune situazioni in cui pensi di poter entrare senza problemi, in altre devi fare più attenzione. Solitamente quando la foto ha successo è perché è accaduto qualcosa di completamente inaspettato. Per me è questa la cosa più emozionante: quando il mondo ti dona qualcosa che non ti puoi minimamente immaginare…Charles Harbutt una volta ha detto che non era solamente lui che cercava la foto ma era la foto che cercava lui, una volta ogni tanto i due si incontravano”.





STEVE McCURRY

 

“Nel 1983 ho capito che per farcela dovevo entrare in quell’acqua lurida, coperta di melma, piena di rifiuti e di animali morti: per completare il mio progetto dovevo accettare tutti i rischi, anche quello di ammalarmi e morire”.





Le foto di McCurry appaiono perfette: levigate, armoniose, serene, perfino positive, anche se raccontano di India o Afghanistan, anche se parlano di fame, inondazioni o tempeste di sabbia.



Si potrebbe credere che il suo tocco magico sia quello di cogliere l’attimo senza sporcarsi, la capacità di volare alto e leggero sui problemi, sfuggendo a ogni pesantezza e dolore. Poi lo incontri, ascolti il suo tono di voce basso e senza incertezze mentre parla di queste immagini che sono tra le più note al mondo, e tutto cambia improvvisamente sapore: capisci che per cogliere l’attimo perfetto è dovuto scendere fino in fondo, nel mondo della fatica e della sofferenza.



Quella ragazza con gli occhi verdi, lo scialle rosso sui capelli, lo sguardo fiero ma anche spaventato e una piccola cicatrice sul naso, la notò nell’angolo di una tenda usata come scuola femminile nel campo profughi di Nasir Bagh, vicino a Peshawar, in Pakistan. Il ritratto della “Ragazza afghana” sarebbe diventato la più famosa copertina del NGM. L’identità di questa ragazzina, che allora aveva 12 anni, rimase sconosciuta a lungo, finchè nel 2002 McCurry la ritrovò mamma e con il burqa e scoprì finalmente il suo nome, Sharbat Gula.






Mi avevano raccontato che è stanco di questa foto e della mania che la circonda, ma quando glielo dico allarga le braccia: “E’ la foto di una ragazza e secondo me è una foto della quale non ti puoi mai stancare. La salva la sua qualità. Certo tutti mi chiedono di raccontare la sua storia, a volte può essere stancante ma faccio in modo che non mi dia fastidio, lo accetto e basta. Diciamo la verità; sarebbe peggio avere foto che non interessano a nessuno, bisogna essere grati di questa cosa e apprezzare il fatto che il tuo lavoro colpisca la gente, che trasmetta EMOZIONE”.


Grazie per l'interesse o per la semplice lettura.

Bruno.




Mirko Fambrini
Per chi non lo sapesse il genio di Kubrick, da giovane, ha iniziato con la fotografia.
Ho trovato questa rassegna interessante in ogni caso.

Buona lettura a chi interessa.

E' in Inglese, solito discorso per il traduttore automatico.



https://www.demilked.com/old-photos-new-york-streets-stanley-kubrick/?fbclid=IwAR39rOQGGS5Le432fB4_H4EV1o9ijkCmnm8XZoB7Y2IEuqzJllYQKHsPLUA

Mirko Fambrini Novembre 18 '19 · Voti: 5 · Commenti: 3
Mirko Fambrini
Come da titolo. 

Una recensione con alcuni spunti interessanti su Mark Cohen, un grande autore ed interprete della fotografia di strada.

Molto particolare lui, è davvero interessante seguire il suo modo di fotografare.

Anche questo è in inglese, ma la pagina si traduce (almeno a me) in modo automatico.


Buona lettura a chi interessa.


https://independent-photo.com/news/mark-cohen-dark-knees/?fbclid=IwAR3d-UMzuJBVJr-L5iFcRbJPeW-FiCqx6rd5n6nQb06SkOfOeapgy31uNVY#.Xb8XrjIdyOE.facebook

Mirko Fambrini Novembre 5 '19 · Commenti: 4
Mirko Fambrini
Come da titolo un interprete dei nostri giorni della fotografia di strada, con molti passaggi secondo me interessanti.

A chi interessa può trovare materiale e riferimenti ad altri autori ed alla sua filosofia.


Buona lettura (E' in Inglese ma il traduttore automatico aiuta)


https://www.thedailybeast.com/jonathan-higbees-photographs-turn-new-yorks-happy-accidents-into-art?ref=scroll



Mirko Fambrini Novembre 4 '19 · Voti: 2 · Commenti: 3
Bruno Tortarolo
“La panchina (diminutivo di panca) è solitamente un elemento dell'arredo urbano: si tratta di un sedile che può ospitare più persone, solitamente situato all'aperto in aree pubbliche come piazze o parchi, è costruita con diversi materiali.”


Questo è ciò che comunemente definisce l’oggetto che ognuno, almeno una volta nella vita, ha usato nelle più svariate situazioni e luoghi; è anche ciò che quasi tutti, almeno una volta nella vita, ha fotografato come soggetto primario oppure come elemento in una composizione, solitaria oppure di una serie, al mare come in montagna, in città come nella solitudine di un parco.

La caratteristica peculiare di questo oggetto è quella di essere occupata oppure libera e il primo caso è certamente il più interessante da un punto di vista anche della sintassi applicata alle arti figurative e grafiche cioè il rapporto fra gli elementi delle composizioni e le loro rispettive funzioni, questo sarà oggetto di una più approfondita analisi che comporta anche implicazioni filosofiche ed esistenziali


Questo concetto si può applicare anche all’oggetto libero come nell’esempio di Elis Bolis:



la relazione tra gli elementi che concorrono alla “costruzione” di quella proposizione, panchina-albero-panchina, gioca sul sicuro appeal che la ripetizione di uno stesso oggetto ha su di un ipotetico spettatore che trova, nella sottolineatura, un preciso e forte messaggio su cosa l’autore voleva mettere in evidenza.

Lo stesso effetto lo si ottiene come nella foto di Francesco Ercolano:



A differenza della precedente viene posto l’accento sul soggetto in primo piano relegando il secondo, seppur ben presente e riconoscibile, ad un elemento che riempie e bilancia l’immagine intorno alla verticalità del lampione.

In questo caso viene introdotto un terzo elemento, vivo, che in qualche modo anticipa, seppur in modo improprio, ciò che sarà oggetto di analisi nel rapporto tra uomo e manufatto e soprattutto perché ciò rappresenta grande motivo d’interesse per chi si dedica alla passione fotografica.


Tuttavia l’effetto più tradizionale rimane quello immortalato nella perfetta composizione sempre di Francesco Ercolano:



Fotograficamente parlando la suddivisione in terzi dona il giusto equilibrio alla scena superiormente occupata dal ramo che bilancia la pavimentazione e la balaustra con il nostro soggetto primario, la panchina solitaria, in una condizione di attesa.

Non vediamo persone, animali, niente che sembra dover interagire con quel semplice sedile eppure sentiamo, percepiamo che qualcosa o qualcuno incombe; potremmo stare lì ad osservare quella scena, consapevoli che si tratta di una immagine, immaginando di veder apparire quella persona che verrà ad occuparla perché in fondo ognuno di fronte a questa situazione, anche in modo recondito, è ciò che farebbe e lo farebbe maggiormente se la situazione fosse proprio quella che ci appare, così perfetta per lo svolgersi dell’azione.

L’immagine parla chiaro: ha spiovuto e intorno non sembra esserci alcuno, la stagione non è la migliore dell’anno (ma dipende dai punti di vista), l’albero è senza foglie e il mare è calmo, il cielo sembra schiarire e la residua umidità sfuma l’orizzonte rendendo ancor più indefinito il paesaggio.

Ma la panchina è lì, attrae, invita, quasi lo chiede, stai passando, probabilmente hai dei pensieri, sei riflessivo in quel momento, stai per rivolgerti a qualche entità spirituale e ti senti stanco sotto il peso dei pensieri, quale migliore occasione per fermarsi, sedersi e volgere lo sguardo verso l’orizzonte e pensare.


Quando ogni cosa è vissuta fino in fondo non c'è morte né rimpianto, e neppure una falsa primavera. Ogni orizzonte vissuto spalanca un orizzonte più grande, più vasto, dal quale non c'è scampo se non vivendo.”

(Henry Miller)


Oppure sei una persona innamorata e il tuo cuore esplode di quel sentimento, la leggerezza dell’essere rarefà l’aria e quel capogiro va assecondato da un momento di rilassatezza vagando con la mente e farsi soccorrere da parole adeguate.


Le panchine custodiscono migliaia di storie meravigliose, ricordi di mani che si cercano, promesse mai mantenute, baci improvvisi. Tutti ne abbiamo una sulla quale il cuore è ancora seduto.”

(Anonimo)


Quella panchina della foto è ancora vuota ma serba tutti quei ricordi, pensieri e persone, di quelle passate e che passeranno e che cederanno al fascino misterioso di quel misto di ferro, legno, pietra o resina che invita, a volte fagocita, spesso dona quel momento necessario all’equilibrio, sempre è una presenza indispensabile nel panorama e della quale quasi non ti accorgi finchè ne brami la presenza.

E’ il momento in cui la persona si impossessa del manufatto e lo fa per le più svariate motivazioni.


Nella foto di Alessandro Cucchiero una motivazione ormai delle più desuete, scrivere, farlo veramente come ci è stato insegnato nella nostra infanzia e oltre finchè la tecnologia moderna ci ha dato gli strumenti per farlo diversamente:



Scrivere o disegnare, non ha molta importanza, in entrambi i casi potrebbe essere una forma d’arte e quale miglior posto per creare arte se non al cospetto di un panorama, perlomeno uno spazio libero, probabilmente quell’orizzonte che ci fa gettare lo sguardo e la mente oltre ad esso, in un luogo indefinito che prende il nome di fantasia e creatività, dove non c’è un altro orizzonte se non quello che noi poniamo come limite alla nostra immaginazione che può essere infinita come l’universo stesso, ma un universo tutto nostro dove poterci muovere senza alcun limite espressivo proprio come anche la fotografia che pratichiamo qui, che ha limiti solo fisici del supporto ma immensi come pensiero.

Il pensiero porta alla filosofia ed è straordinario come Aristotele quasi ci spieghi ciò che oggi applichiamo “religiosamente” ogni volta che ci dedichiamo alla nostra passione;

per Aristotele il concetto preminente è senz’altro quello di arte, considerata come una Techne (tecnica, arte, il “fare bene qualcosa”, l’abilità di portare a compimento una cosa, possedere una tecnica, conoscere come qualcosa può essere realizzato in maniera compiuta), in netta opposizione al concetto platonico di Bello, che è un’idea, una ispirazione tendente ad autosoddisfarsi e compiersi, si potrebbe sostenere che il platonico sia autoreferenziante, l’aristotelico creativo e industrioso nel perseguire i suoi tecnicismi mai fini a se stessi e che sfociano nella creatività. Guardando la foto viene da chiedersi cosa si celi al di là, quale ispirazione possa aver trovato il soggetto e magari quanto comoda o scomoda possa essere quella seduta, non sembra delle migliori ma spesso è maggiore l’idea di panchina che la panchina stessa.

All’attività manuale subentra quella cerebrale, la panchina come primario luogo di riflessione e contemplazione; anche in questo caso la filosofia ci apre una visione moderna: sempre Aristotele individua nella contemplazione, intesa come pura attività dell’intelletto, il bene dell’uomo, la sua felicità, tale attività è amata per sé stessa, in contrapposizione alle attività pratiche orientate alla produzione di un elemento distinto dall’azione.


In questa foto:



lo sguardo perso all’orizzonte e la postura che indica un “abbandono” non solo corporeo porterebbero a questa concezione nell’abbandonarsi alla felicità, pensare al proprio bene, individuare quell’equilibrio (qui evidenziato anche dal puro dato tecnico di bilanciamento dell’immagine dove la barca si pone in perfetto contraltare al primo soggetto che è la panchina, soggetto e oggetto primario, punto da cui parte l’azione proprio in virtù della sua presenza assai strategica e che compie proprio quell’azione di fagocitare il “viandante” come vedremo nella prossima immagine donandogli anche quella giusta dose di privacy nello svolgere le proprie azioni.

Non sappiamo il volto di quella persona ma lo immaginiamo bearsi del panorama e del fluire dei propri pensieri, c’è sempre un orizzonte dove questi vanno ad infrangersi ma ci sarà sempre un mare che li restituirà al legittimo proprietario.


Anna Marogna con la sua foto ci apre ad una nuova possibilità:



La panchina si trasforma a sua insaputa e diventa supporto utile e concreto, il significato intrinseco e sottinteso indirizza al tema del viaggio che presume nella sua peculiarità una insita difficoltà dovuta al muoversi, all’essere esposti ad un certo disagio che si identifica nella stanchezza dello spostarsi, spesso senza una dimora certa se non al traguardo di questo peregrinare.

I pesi del bagaglio accentuano questa fatica ed è così che la panchina assurge al suo ruolo salvifico, ci si scorda la sua scomodità e diventa all’occorrenza punto di ristoro, di riposo, di riflessione; estemporaneo deposito bagagli e sala di lettura, improvvisato ristorante con il cartoccio di prelibatezze locali che il titolare del secondo zaino è appena andato ad acquistare lì a pochi metri da questa straordinaria “veranda” sul mare dove il “padrone di casa” sembra non gradire o viceversa gradirà molto ciò che gli verrà benevolmente dispensato.

Immagine dalla interessante lettura che invita ad un ipotetico dialogo tra gabbiano e viaggiatore, una sorta di comunione di sensazioni. Sembra di sentire i pensieri dell'uno rispondere a quelli dell'altro:

“anche tu sosti un poco prima di riprendere il viaggio eh?”

“già, giusto il tempo per mangiare un panino poi mi rimetto in cammino”

Semplice e lineare ma è proprio ciò che quella panchina serberebbe come ricordo di quella doppia sosta.


Nella terza fotografia concessa da Francesco Ercolano:



Oltre agli elementi fondamentali quali ovviamente la panchina, la persona seduta, il mare di fronte oggetto di osservazione e si presume fonte d’ispirazione (anche se il soggetto sembra intento a qualcosa d’altro) l’immagine introduce un elemento squisitamente compositivo.

Non abbiamo più il terzo superiore occupato dall’albero ma in questo caso il terzo di destra; notare come la figura umana insista esattamente sul terzo di sinistra ma a questo punto anche su quello di destra complice l’introduzione dell’intelligente riflesso, completano proprio la panchina e la striscia bianca della pavimentazione.

Insomma, benissimo la panchina come prosecuzione del tema, ma anche un esempio da studiare su quanto la composizione può donare ad una perfetta fruizione di un lavoro di questo tipo.


Questa foto ribalta totalmente il concetto appena espresso:



La panchina assume il ruolo di supporto passivo, non è più il luogo di un estemporaneo incontro, di quella “attesa” dell’ospite che vi avrebbe trovato riposo, complicità, ispirazione, contemplazione, quasi una dimora coatta; abbiamo visto panchine rivolte materialmente in modo come ad invitare l’ospite a sedersi di fronte ad un palcoscenico straordinario; quel ribaltamento, anche se in modo involontario dettato da regole urbanistiche, determina uno scenario spogliato di ogni poesia accrescendo quel senso di disagio già ampiamente espresso dal soggetto seduto e la sua postura indefinita come fosse un corpo estraneo che non sa trovare pace da quell’abbinamento; “together” sembra quasi irridente in questo dialogo della solitudine ma se volessimo dare un senso antropomorfico alla situazione si potrebbe infine leggere come un riscatto, un invito, una esortazione…stiamo insieme, annulliamo questa nostra rispettiva solitudine.

Mi piace citare il commento di una autrice, ritiratasi dalla fotografia, che rilasciò su questa foto:


La persona è assolutamente celata da questo richiudersi in se stessa, dal chinarsi del capo, come a scomparire. E paradossalmente invece questo corpo è massiccio, e quasi amplificato in volume dall'atteggiamento delle membra. Esattamente quello che talvolta chi soffre non vorrebbe, combattuto fra la voglia di invisibilità e il desiderio invece di aiuto invocato con la presenza. Una foto coraggiosa, che sfida il rischio banalità di questo genere di soggetto ma che riesce indenne da un angolo periglioso, facendosi paradigmatica. Le foglie cadute, il rado tappeto di anime vegetali perdute, sono la sola concessione visiva, un tocco struggente, in una foto altrimenti dura e senza sconti. Non è per me un ritratto ad un disagio, ma un ritratto al disagio con la D maiuscola, al perdersi di un anima che si palesa fisicamente al bordo di una via, ma che nella posa sfatta del corpo, ha solo la tappa finale di un viaggio complesso.

Fotografa una condizione, con tratti vitrei ed incisi, e se genera disagio che si fa pietas, in questo viluppo dettagliato di carne e tessuto, dimenticato in se stesso, sul ferro di una panchina, davvero colpisce nel segno.”


Trovo questo commento straordinario dove vengono espressi concetti importanti meritevoli di una profonda riflessione, a cominciare da quella “pietas” che non è pietà in senso letterale cioè sentimento di commossa e intensa partecipazione al dolore ma sentimento di affetto.


La storia della Fotografia, attraverso i suoi più grandi esponenti, non è immune dall’aver trattato questo soggetto e lo ha fatto nelle sue innumerevoli varianti.

Fino a questo momento abbiamo trattato l’argomento panchine come un qualcosa dai molteplici risvolti positivi.

Abbiamo visto come può essere un luogo accogliente pur nella sua “fredda” concezione di sedile, oggetto inanimato ma che sembra trarre energia dal suo fruitore divenendone un tutt’uno, sia che faccia esprimere buone vibrazioni sia che sia supporto ad un disagio umano.

L’attrazione a livello fotografico potrebbe essere indicativa di quell’immedesimarsi nella situazione che ci si appresta a riprendere oltre a tutte le implicazioni tecniche relative alla vocazione simmetrica e alla ripetizione del soggetto come abbiamo visto all’inizio di questo articolo.

Dicevo dell’aspetto positivo legato a ciò che è stato esposto fino ad ora; per ribaltare questo concetto userò come esempio ciò che un grande fotografo ungherese del 900, André Kertész, realizzò negli anni 60.


Il riferimento è questa foto:



Il titolo è “Broken bench” e il messaggio che sembra voler trasmettere è quello che le panchine, in certi momenti e anche in base al nostro stato d’animo, suscitano tristezza, rassegnazione, senso di abbandono anche interiore.

Rappresentano un luogo dove fermarsi per isolarsi dal mondo, un luogo dove sedersi a riflettere sui nostri affanni e preoccupazioni o lasciarsi andare alla malinconia.

Proviamo ad immaginare una panchina nel parco con una persona anziana seduta, non sto neanche a dire qual’è il pensiero che viene subito in mente, oppure una panchina in una stazione con persone che aspettano impazienti un treno o un autobus, mentre vorrebbero essere in viaggio o già sul luogo di arrivo, crea insomma una sorta di frustrazione. Lo stare seduti su una panchina in attesa da l’idea del provvisorio, della precarietà; ora sono qui ma tra poco me ne andrò, sembra quasi un’attesa impaziente della morte.

Nel volume “L’infinito istante” di Geoff Dyer l’autore pone alcune fondamentali osservazioni su quella che potrebbe definirsi una vera ossessione che Kertész aveva per la panchina:


“Sarebbe chiedere troppo affermare che le sagome che si vedono in molte fotografie di Kertész sembrano sempre dirette incontro alla morte o attenderla con impazienza, ma sarebbe abbastanza ragionevole sostenere che sono sempre in cerca di una panchina.

E la panchina rappresenta una sorte di morte. Una panchina sta… in panchina. Sta a bordo campo, condannata al ruolo di spettatore, marginale.

L’uomo sulla panchina è proprio un surrogato della situazione di Kertész: osserva la vita ma non vi partecipa più. Almeno, come la gente fotografata da Brassaï e Weegee, ha ancora una panchina.

Il 20 settembre del 1962 a New York, dopo anni e anni di mortificazioni e affronti, Kertész realizzò uno scatto che riassumeva perfettamente la propria situazione, o la sua percezione della propria situazione.

E adesso la panchina non è solo vuota, ma anche rotta.

Etimologicamente avrebbe senso se l’uomo che dà le spalle alla macchina fotografica avesse dichiarato da poco fallimento ma, allo stesso tempo, potrebbe essere solo un passante che guarda interrogativo la panchina. Per dirla sommariamente, se Kertész voleva che la panchina rotta riflettesse la rovina dell’osservatore, egli vede anche, e vede se stesso in quel modo, qualcuno che sta a guardare, curioso, comprensivo ma distaccato.

E’ questa ambiguità ripetuta e condensata che riesce a salvare l’immagine dal sentimentalismo che la minaccia.”


Una gustosa osservazione /rivelazione su questa foto della panchina rotta, la foto è costruita; Kertész prepara la scena come un regista di teatro.

Le due donne sullo sfondo sedute su una panchina sono Elizabeth la moglie del fotografo con una amica e l’uomo di spalle che guarda la panchina è Frank Thomas, il socio di Elizabeth nella ditta di cosmetici, che oltretutto è cieco.

Praticamente Kertész, come osserva sempre Dyer, aveva sistemato le cose per dare alla fotografia il rimando simbolico che desiderava.

Questa importante asserzione, in chiusura a questo lavoro, apre in realtà ad un grosso argomento e fondamentale quesito che investe la fotografia moderna, il dibattimento verte inevitabilmente sul significato di foto cosiddetta Street della quale corrente Kertész è un grande esponente, è probabile che ciò faccia crollare miti in un caso o metta seriamente in difficoltà in un altro chi è dedito a questo aspetto che per definizione dovrebbe essere “genuino”, tuttavia ci porterebbe fuori tema.


Grazie per l'interesse eventualmente suscitato.

Ringrazio in particolare:

Alessandro Cucchiero

Anna Marogna

Elis Bolis

Francesco Ercolano

per aver dato il consenso alla pubblicazione delle loro immagini a corredo del testo.

Le restanti foto sono dell'autore.

Bruno Tortarolo


roberto lanza

Se a qualcuno interessa per approfondire l'argomento

e ha voglia di leggersi questo lungo articolo  (magari stampandolo per una più facile lettura) :


http://www.nadir.it/tecnica/COMPOSIZIONE/composizione.htm

roberto lanza Ottobre 21 '19 · Commenti: 6
Bruno Favaro

Il 14 Agosto di un anno fa, alle ore 11:36, crollava il Ponte Morandi e portava con sè 43 vittime innocenti.

Ad un anno di distanza non esiste più nulla del vecchio Ponte, se non l’enorme montagna di detriti conseguente all’abbattimento controllato del 28 giugno scorso delle due pile sovrastanti le case, di cui avevo mandato testimonianza fotografica a suo tempo.


Al di fuori di ogni retorica, e al fuori di ogni giudizio positivo o negativo su come stiano procedendo le cose, oggi voglio portarvi con me nelle vie che più hanno sofferto per quella tragedia immane, e che ancora oggi sono nel disagio, ma cercano con grande forza di venirne fuori.

Via Porro è senza dubbio il simbolo del crollo. E’ la via dove si trovano le case che erano sovrastate dal Ponte. Buona parte della via è zona rossa ancora oggi, tanto vale che se oggi cercate su Google Maps questa strada, la visione in Street View è ancora antecedente al crollo, in quanto la macchina di Google non ha potuto transitarvi per poter recepire gli aggiornamenti, ed il Ponte è ancora lì a sovrastare le abitazioni, come un enorme gigante, purtroppo con i piedi di argilla

Ecco un’ immagine di via Porro che ho tratto appunto da Google Maps di recente:



Foto di Via Porro in Google Maps, come era prima del crollo e come la si vede anche adesso in rete



L’adiacente Via Walter Fillak forse è meno nota a chi non abita a Genova, ma è una grande arteria di comunicazione cittadina tra i popolosi quartieri periferici della Val Polcevera ed il centro di Genova. Anche questa via è bloccata dal giorno del crollo, ed anche questa via in Google Maps appare come era un anno fa. Eccola:




Qui sopra due foto di Via Fillak in Google Maps, come era prima del crollo e come appare anche ora in Google Maps



Ed oggi?

Molte case di Via Porro hanno dovuto essere abbandonate, altre sono state abbattute ed altre lo saranno ancora, ma altre invece hanno continuato ad essere abitate, pur se tra un milione di difficoltà.

Le case di Via Walter Fillak non hanno subito danni, ma la strada è stata tagliata in due, trasformandosi da strada trafficatissima piena di attività in un deserto senza vita. In particolare, i detriti dell’esplosione controllata del 28 giugno scorso l’hanno definitivamente spezzata in due tronconi, col conseguente tracollo delle attività commerciali della zona.

Qui sotto due mie immagini di sabato scorso di via Fillak come è ora, da entrambi i versanti dei detriti del Ponte.


Foto dei detriti del Ponte in via W. Fillak, da Sud verso Nord



Foto dei detriti del Ponte in via W. Fillak, da Nord verso Sud



Il problema più grosso di Via Fillak, di Via Porro e di altre strade adiacenti sono state le polveri dovute al crollo e al maneggiamento dei detriti, e hanno continuano ad esserlo in tutti questi mesi, in particolare durante l’esplosione del 28 giugno. Camminando in prossimità del cantiere ho avvertito ancora in questi giorni l’odore della polvere nell’ aria. La gente che abita ai confini della zona rossa cerca di resistere come può, e lo fa anche affidando la propria rabbia e la propria determinazione a scritte ed a cartelli improvvisati esposti artigianalmente là dove si può.




I manifesti della gente che abita nelle zone adiacenti la zona rossa



Più a nord di Via Porro c’è il popoloso quartiere di Certosa. Qui per fortuna non ci sono stati danni fisici alle cose o alle persone, ma il crollo ne ha collassato la micro economia proprio per le difficoltà di comunicazione. Per lungo tempo per andare in centro da qui si doveva fare un lungo giro vizioso, intasato di macchine. E se la scuola era “al di là del Ponte”, anche i bambini erano in grossa difficoltà.

Per cercare di rivitalizzare la zona e provare a fare qualcosa di positivo, sono stati invitati di recente i migliori Writers, lasciandogli a disposizione le facciate delle case per la loro arte. E la risposta dei Writers non si è certo fatta mancare. Di seguito alcuni miei scatti di sabato scorso.







I Murales nel quartiere di Certosa




Nella città di Paolo Villaggio non poteva mancare lui...il Ragioniere per eccellenza: ed ecco che una delle case è stata dipinta proprio col faccione del mitico Ugo Ragionier Fantozzi!

Inutile dire che è il murales più visitato…e quello che io stesso ho fotografato di più.





Il Ragionier Ugo Fantozzi




I murales non possono cancellare la tragedia, questo no, ma di sicuro possono migliorare l’umore. Devo dire che mi sentivo bene e leggero nel girare tra questi enormi disegni a cielo aperto. Il lavoro dei Writers non si è limitato ai grandi murales, molte serrande di proprietari consenzienti sono state rivitalizzate e rallegrate, come potete vedere qui sotto.



I Writers all'opera anche nelle serrande




Lungo l’argine del fiume, nella zona dove il 14 Agosto 2018 precipitarono auto e camion, ha voluto lasciare lasciare la sua testimonianza anche il famoso writer che si firma “Manu Invisibile”. Qui sotto la sua opera


Il Murales di "Manu Invisibile"





Mi piace chiudere queste mie brevi righe con una immagine estremamente positiva che ho scattato domenica mattina: questo è il primo pilone del nuovo ponte che sta nascendo. L’ho scattata domenica scorsa, 11 Agosto, alle ore 7:19 del mattino. 


Il primo pilone del nuovo ponte


Se osservate bene in basso a sinistra si vede un operaio al lavoro, ed il cantiere era perfettamente operativo. E proprio oggi è stato aperto un bypass stradale sfruttando via Porro, in modo da poter aggirare in parte il blocco di via Walter Fillak. Insomma, la volontà di tutti di fare in fretta c’è! E magari potrà transitare la macchina di Google Maps per aggiornare la situazione, così il vecchio Ponte Morandi sparirà anche dalla Street View di Google



Grazie di cuore a chi mi ha seguito fino a qui.

Bruno






Bruno Favaro Agosto 12 '19 · Voti: 5 · Commenti: 15
Ester Di Stefano
Salve ragazzi, desidero condividere con voi  l'articolo di un mio amico: https://www.economiaefinanzaverde.it/2019/06/20/fotografo-contro-scrittore/                                  Io l'ho trovato molto interessante. Lo dedico a tutti i fotografi-scrittori di Maxartis.                               Buona giornata!

   Ester Di Stefano

Ester Di Stefano Giugno 20 '19 · Commenti: 5
Mirko Fambrini

Stavolta vi ho fregato, eh? 

Immagino che per molti la grammatica delle fantasia sia un ossimoro, altri più furbetti hanno googolato e sono arrivati a Gianni Rodari.

Ok ci risiamo, direte voi.

Già ci risiamo.

L'autore non è casuale e sarà il filo conduttore per ben tre motivi.

Mettevi l'animo in pace o abbandonate serenamente.


Giovanni Rodari è l'autore perfetto per comprendere lo spirito della fotografia di strada, musicalmente mi verrebbe in mente il grande Sergio Endrigo, anche se più complesso per la poliedricità.


Visto che ho fatto un ripasso.. (bugia! ndr) ...ehm volevo approfondire alcuni temi, riassumo che è stato un uno scrittorepedagogistagiornalista e poeta italiano, specializzato in letteratura per l'infanzia e tradotto in molte lingue. 


Ha scritto frasi, favole, filastrocche e poesie per bambini.


Ditemi se voi se il mondo che lui racconta non è l'emblema di una certa fotografia di strada.


" Con un po’ di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da Giacomo Leopardi" (Lezioni di ottimismo G. Rodari).


Jan Rockar 
www.flickr.com/photos/jrockar/39230735165/in/pool-2768749@N20/ 

JAD JADSADA 
www.flickr.com/photos/124069208@N04/14793264470/in/pool-2768749@N20/ 

Oppure leggete "La passeggiata di un distratto" (è un po lunga da riportare" 

www.filastrocche.it/contenuti/la-passeggiata-di-un-distratto/ 

e guardate se non si ritrova in queste fotografie:>>


Yannis Bautrait 
www.flickr.com/photos/yaya13baut/31858760378/in/pool-2768749@N20/ 

f.d. walker 
www.flickr.com/photos/fdwalker/31319051486/in/pool-streetfight/ 

Edas Wong 
www.flickr.com/photos/edaswong/39199572214/in/pool-streetfight/ 


Arsenio Jr Nidoy 
www.flickr.com/photos/109545888@N06/31259218431/in/pool-streetfight/ 

xaris p 
www.flickr.com/photos/xarisp/26303811254/in/pool-streetfight/ 

Mi è capitato molte volte di leggere negli autori della fotografia di strada un richiamo al senso del gioco, al tornare bambini, a cercare di mantenere il loro punto di vista diverso (anche fisicamente dal basso) da quello dell'adulto.>>

Più curioso, più istintivo, con una maggiore capacità di meravigliarsi e stupirsi per le piccole cose, per la maggiore ampiezza nel vedere particolari microcosmi e mondi paralleli.

E' questo è il punto due. 

Ma il punto uno?

Dopo. 

Vediamo se riesco a spiegarmi meglio. 


Ripassiamo il punto due, ed il mondo di Rodari, niente punto uno ancora.


Leggete questa:  


"C’era una volta un punto

e c’era anche una virgola:

erano tanto amici, si sposarono e furono felici. 

Di notte e di giorno

andavano intorno

sempre a braccetto:

“Che coppia modello”

la gente diceva

“che vera meraviglia

la famiglia Punto-e-virgola”.


Al loro passaggio

in segno di omaggio

perfino le maiuscole

diventavano minuscole:

e se qualcuna, poi,

a inchinarsi non è lesta

la matita del maestro

le taglia la testa." (La famiglia Punto e virgola. G. Rodari).


Ditemi se tutto questo non è espresso in questa foto:


Michele Liberti 

www.flickr.com/photos/mikyliber/29839915411/in/dateposted/ 


Oppure questa:


"Se andrete a Firenze 

vedrete certamente 

quel povero 'ane 

di cui parla la gente.


È un cane senza testa, 

povera bestia. 

Davvero non si sa 

ad abbaiare come fa.


La testa, si dice, 

gliel’hanno mangiata… 

(La “c” per i fiorentini 

è pietanza prelibata).


Ma lui non si lamenta, 

è un caro cucciolone, 

scodinzola e fa festa 

a tutte le persone.


Come mangia? Signori, 

non stiamo ad indagare: 

ci sono tante maniere 

di tirare a campare.


Vivere senza testa 

non è il peggior dei guai: 

tanta gente ce l’ha, 

ma non l’adopera mai!" (Il ane senza testa. G. Rodari).


Dite che non esiste quel cane?


TAVEPONG PRATOOMWONG 
www.flickr.com/photos/tavepong/14578805317/in/pool-apfstreet/
Ho subito associato questo modo di vedere al mondo che Rodari racconta ai bambini ed ho provato, giocando, ad unire i due mondi scoprendo cose per me interessanti.


Ma il punto uno? 

Calma e pazienza come al solito, guardiamo ancora qualcosa:


"Per colpa di un accento

un tale di Santhià

credeva d’essere alla meta

ed era appena a metà.


Per analogo errore

un contadino a Rho

tentava invano di cogliere

le pere da un però.


Non parliamo del dolore

di un signore di Corfù

quando, senza più accento,

il suo cucu non cantò più." (Per colpa di un'accento. G. Rodari).


Guylecliff

www.flickr.com/photos/leguiff/35409105754/in/pool-2768749@N20/


Ancora:

Non si può essere mai

sicuri di quello che

un bambino impara

guardando la televisione.


E non si deve mai sottovalutare

la sua capacità di reagire

creativamente al visibile.(I bambini e la televisione. G. Rodari).


Francesco Luppolo.

www.flickr.com/photos/luppolofrancesco/42700636395/in/dateposted/


Si potrebbe proseguire ancora a lunga, ma credo sia giunto il momento di passare al punto tre.

Ed il punto uno?

Calma.


Può uno foto di strada, secondo questa tipo di accezione avere anche un contenuto più "serio e riflessivo?

Anche in questo caso il mondo di Rodari può essermi di aiuto.

In questa filastrocca:


"Filastrocca per tutti i bambini,

per gli italiani e per gli abissini,

per i russi e per gli inglesi,

gli americani ed i francesi;


per quelli neri come il carbone,

per quelli rossi come il mattone;

per quelli gialli che stanno in Cina

dove è sera se qui è mattina.


Per quelli che stanno in mezzo ai ghiacci

e dormono dentro un sacco di stracci;

per quelli che stanno nella foresta

dove le scimmie fan sempre festa.


Per quelli che stanno di qua o di là,

in campagna od in città,

per i bambini di tutto il mondo

che fanno un grande girotondo,

con le mani nelle mani,

sui paralleli e sui meridiani…(Girotondo di tutto il mondo. G. Rodari).


non credo di forzare se ho associato subito questo accostamenti:


Sagi Kortler 
www.miamistreetphotographyfestival.org/mspf-2015-finalists?lightbox=im 

yoriyas Moroccan Photographer 
www.flickr.com/photos/yoriyas/24213405013/in/pool-apfstreet/


Curioso che a me la prima ho richiamato una fusione ideale di due fotografie di un grande padre della fotografia di strada, fotografo eclettico e dotato di molta ironia.


Guardate queste due foto e mettetele insieme:

Elliot Erwitt

shop.magnumphotos.com/products/19-north-carolina-1950-segregation-foun 

e la maya desnuda e Maya Vestida (non ho trovato il link della sola foto su magnum) 
www.lastampa.it/2018/09/27/cronaca/lo-sguardo-ironico-e-irriverente-di 


Ci sono molti modi per affrontare qualunque tematica, ed anche giocando e scherzando si può dire la verita (cit.)

E questo è il punto tre. 


Torniamo ora al titolo iniziale.


Grammatica della fantasia - introduzione all'arte di inventare storie (G.Rodari).

Il libro è teorico e non narrativo. 


Questo è il punto uno.


L'autore ci dice che "Quello che io sto facendo è di ricercare le "costanti" dei meccanismi fantastici, le leggi non ancora approfondite dell'invenzione, per renderne l'uso accessibile a tutti. Insisto nel dire che, sebbene il Romanticismo l'abbia circondato di mistero e gli abbia creato attorno una specie di culto, il processo creativo è insito nella natura umana ed è quindi, con tutto quel che ne consegue di felicità di esprimersi e di giocare con la fantasia, alla portata di tutti.".>>

In altre parole è quello di cui, molto più umilmente sto cercando di mettere insieme per la fotografia di strada, ma il percorso è molto lungo, appena iniziato, e probabilmente noioso.>>

Meglio divertirsi con Rodari e con la fotografia di strada, e continuare a studiare entrambi e, nel frattempo, fare il punto sulla lezione ed io, nel mio piccolo, ho pensato a questo:>>


"La mia mucca è turchina

si chiama Carletto

le piace andare in tram

senza pagare il biglietto.


Confina a nord con le corna,

a sud con la coda.

Porta un vecchio cappotto

e scarpe fuori moda.


La sua superficie

non l’ho mai misurata,

dev’essere un po’ meno

della Basilicata.


La mia mucca è buona

e quando crescerà

sarà la consolazione

di mamma e di papa.


(Signor maestro, il mio tema

potrà forse meravigliarla:

io la mucca non ce l’ho,

ho dovuto inventarla). (La mia Mucca. G. Rodari).


Mirko Fambrini 
www.flickr.com/photos/107055202@N02/43276692540/in/dateposted/ 
















Mirko Fambrini Novembre 22 '18 · Commenti: 7
MAX ARTIS
Abito a Firenze, dalle parti della stazione.

Nel post che promuove questa iniziativa leggo di mandare foto “che raccontino la vostra città, paese, quartiere…”.

E fin qui va bene perché le foto sono prese nel raggio di 200 metri da casa.

Ma più oltre ci sarebbe anche scritto che deve essere “un posto dove stai bene,
che ti piace passarci anche solo qualche ora.
 Un posto tuo”.

Ecco, su questo purtroppo non ci siamo per niente, perché tanto sto bene dentro casa,
quanto mi irrita fuori.
 È un abitare è schizofrenico, il mio: dentro casa pace e tranquillità,
fuori folla e confusione.

Perciò non sono affatto sicuro che le mie foto rispondano
del tutto allo spirito di questa iniziativa, anche perché alcune, più che mostrare suggeriscono;

ma c’è il rischio che suggeriscano solo a me…


 Il tetto di casa con quelli vicini




Gioco d’ombra sulla classica pulsantiera di ottone



 L’importante è il rispetto




Estetica del denaro


Giungla urbana





 Catacombe funzionali





Priorità




   La bellezza nonostante


Gente, gente e merci




… ma sei comunque solo



Un abbraccio,

Alessandro




MAX ARTIS Novembre 17 '18 · Commenti: 8
Mirko Fambrini

Con le mani sbucci, le cipolle. 

Zucchero Sugar Fornaciari (nome d'arte che mi ricorda un po photographer) ha scritto questo pezzo (Con le mani) nel 1987, diventando un ritornello molto popolare, oscurando quasi un grande brano come Hey Man. 
Ma non voglio parlare di "Sugar" Fornaciari, peraltro non mi sta nemmeno particolarmente simpatico, considerazione personale di cui lui se fregherebbe altamente. 

Cosa c'entrano quindi le mani e le cipolle con la fotografia? 

Come per Pirandello e la fotografia di strada, abbiate pazienza e capirete. 
Lasciamo da parte un momento le cipolle e prendiamo le mani. 

Girando in rete mi sono ritrovato davanti a questa foto di Gianni Berengo Gardin: 

www.artribune.com/wp-content/uploads/2013/02/2.G.Berengo-Gardin_Catani 

Ecco allora spiegato il richiamo alle mani della canzone del nostro "Sugar" nazionale. 
Più bravi e preparati di me potrebbero meglio spiegare il senso di questa fotografia, trovando aspetti denotativi, connotativi, percorso dell'autore e molte altre cose interessanti, tra cui il "punctum" barthesiano delle mani. 
Ora che GBG sia un grande Autore noto e straconosciuto è scontato; meno scontato è che questa foto sia stata vista da altri autori contemporanei di foto di strada, probabilmente non bravi come lui, ma messaggeri sempre di mani, ed ancora meno probabile è che conoscano la canzone del nostro "Sugar" nazionale: 

Nappadol Maitreecit 
www.flickr.com/photos/124543994@N05/40380334285/in/pool-2768749@N20/ 

Kevin Ballance 
www.flickr.com/photos/squintyeye/42755142590/in/faves-107055202@N02/ 

o anche variazioni sul tema con mani artificiali: 

Chu Viet Ha 
www.flickr.com/photos/chuvietha/44110152225/in/faves-107055202@N02/. 

E chissà quante altre non mi vengono in mente! 

"...le tue mani così all'improvviso..." 

Comincia ad essere più chiaro il tema? 

Meno probabile ancora, come già detto è che tutti anche questi conoscessero il nostro Adelmo Fornaciari. 
Eppure come non notare la similitudine tra questo verso "Si sono fatte strada fuori e dentro di me... usa le tue mani, su di me... e questa fotografia di Giacomo Vesprini: 

www.flickr.com/photos/giacomovesprini_in-side/16359556868/in/dateposte 

proseguendo con il canticchiare "e accarezzi il gatto, con le mani..." 

questa di Aaron Aardvark: 

www.flickr.com/photos/anteatertheater/8081857518/in/faves-107055202@N0 

Tra mani come soggetto, oggetto, punctum, variazioni sul tema, mi vengono in mente 
Ilan Ben yehuda 

www.flickr.com/photos/116685283@N05/34516328892/in/faves-107055202@N02 

Djan13 
www.flickr.com/photos/djan13/11563754353/in/pool-onthestreet/ 

Nico Ferrara 
www.flickr.com/photos/nicolasferrara/43335526925/in/pool-streetfight/< 

e mille altre se ne potrebbero aggiungere. 

Ok direte voi, ma le cipolle? 

Beh, quelle lasciamole ancora da parte un momento, perchè mica solo la fotografia di strada si interessa alle mani. 

Mi permetto di sconfinare in un'altro settore affascinante. 

Il ritratto. 

Potrei probabilmente richiamare Pirandello anche per questa disciplina, ma avendone già fatto uso potrei solo ripetermi. 
Preferisco allora proseguire nel racconto di alcuni passaggi personali e continuare con Zucchero Fornaciari. 

Nell'avvicinarmi alla materia ricordo di essere partito dapprima con lo studio dei tagli, primo piano, mezzo busto, busto intero, americano e via. 
Nel fare pratica mi si sono poste moltissime questioni alla quali, come semplice dilettante di fotografia, cercavo di trovare quale soluzione mi convinceva maggiormente. 

Ve ne era una particolarmente difficile da risolvere: le mani nei primi piani. 

Ancora le mani è quel motivetto che oggi mi piace tanto. 

"...per provare nuove sensazioni, farsi trasportare dalle emozioni...". 

E' relativamente più facile fare un primo piano senza inserire le mani del soggetto. 
Dico relativamente perchè essendovi meno elementi gli spazi sono più liberi. 
Molto più difficile è inquadrare un volto con la presenza delle mani. 
Ricordo un utente generoso che in un commento sotto un ritratto scrisse più o meno qualcosa come: la gestualità delle mani, ove inserita con un taglio stretto sul volto deve essere in sintonia con l'espressione del viso. Già è difficile trovare l'espressività che si cerca, aggiungere poi le mani è difficilissimo perchè due parti espressive diverse (volto e mani) hanno un proprio linguaggio che deve essere ricondotto ad un unico insieme, di accordo o di contrasto, ma non di dissonanza". 

Quasi mi viene da pensare di tagliarle 'ste cipolle, almeno non piango solo per disperazione 

Le cose peggiorano quando ci accorgiamo che gli spazi nel frame sono troppo spesso piccoli per non tagliare qualcosa in malo modo. 
Una cosa particolarmente turbante accadeva quando le mani comparivano dal basso, entrando nella frame moncate e con una parvenza quasi estranea, suggeritrice di battute da parte dell'osservatore del tipo "ma le mani sono del soggetto, sembrano di un'altra persona." 
In effetti guardi e riguardi e ti convinci che ha ragione. 
Ti riproponi che la prossima volta o non le metti oppure non tagli nemmeno un filo di braccio. 
Ok. 
Al massimo taglio le cipolle. 

Poi un giorno ad una mostra di Lartigue, grandissimo fotografo eclettico e godereccio, rimasi fermo mezz'ora su questo suo bellissimo ritratto (SCORRETE SINO A 1945 E CLICCATE SULLA FOTO PERCHE' NON RIESCO A SALVARE SOLO IL RITRATTO) 

www.lartigue.org/en/jacques-henri-lartigue/chronology/ 

Il più bello di tutti quelli ho visto sinora ad ora. 
Una sorta di Gioconda leonardesca, anzi più magnetica. 
Meno famosa delle icone del Che, di quelle di Jim Morrison, Marylin, e ciascuno aggiunga quello che crede. 
Una luce incredibile, uno sguardo sublime, la trina del velo, l'ombra sul volto e... quella mano. 
Quella mano, quel gesto in parte ombra in parte in luce, tocca, sfiora, suggerisce, parla. 

Guardi, rimiri, osservi contempli quella foto, entusiasta, poi ad un certo punto realizzi. 
Ma la mano è tagliata! 

Ricominci il motivetto " per provare nuove sensazioni, farsi trasportare dalle emozioni". 

Mi ero proposto di non tagliare più e mi tocca iniziare da capo, farmi nuove domande. 

E voi continuate invece a domandarmi: ma le cipolle? 

Beh, leggendo sopra quello che scritto sopra, mia nonna mi avrebbe detto da buona toscana: "oh bi' lo sai come si dice quando ti si ascolta ? 
Dove vai? Son cipolle". 

Ha certamente ragione mia nonna, e pertanto le cipolle centrano sempre. 


Mirko Fambrini Novembre 13 '18 · Commenti: 3
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