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roberto lanza

pubblico l'intervista a cui facevo riferimento nella precedente pubblicazione.
Pubblichero nei prossimi giorni un'ulteriore intervista a Marco Capovilla

Vincenzo Cottinelli, fotografo ed esperto di questioni giuridiche, ha pubblicato sul sito Fotografa & Informazione www.fotoinfo.net un
ampio, chiaro ed esauriente articolo dal titolo “Il punto sulla Street Photography” in cui esamina le questioni del diritto all’immagine sia
dal lato delle persone fotografate che di quello dei fotografi. Lo intervistiamo.


L’interesse per la privacy e il diritto
all’immagine deriva dalla tua attività
di fotografo o anche da altre esperienze professionali?

Premetto che queste mie risposte, per la
loro brevità, possono portare a conclusioni schematiche, ma l’argomento l’ho
approfondito in modo più ampio nelle
sue motivazioni legali nell’articolo

“Ilpunto sulla Street Photography” (http://tinyurl.com/cottinelli).
E’ proprio l’esperienza fotografica che mi
ha dato lo stimolo a studiare la questione, per le resistenze e i problemi che ho
incontrato durante le riprese in strada e
per la pubblicazione dei ritratti. Inoltre
avvertivo come agenzie, redazioni dei
giornali, colleghi fossero come intimiditi
e succubi per la scarsa conoscenza degli aspetti legislativi. La mia formazione
giuridica e la precedente carriera di magistrato mi hanno agevolato nella ricerca
e nell’analisi dei testi legislativi.

Nessuna delle norme che compongono l’impianto legislativo in materia
prende in considerazione il momento
della ripresa fotografica, tanto che nel
tuo articolo defnisci “la ripresa fotografica come un diritto costituzionalmente garantito”: è esatto dire che
nessun privato può impedire ad un
altro privato la ripresa della propria
persona e del proprio volto se questa
avviene in luogo pubblico?

La risposta è complessa, ma alla fne abbastanza sicura, in via di principio. L’unico limite esplicito nella fase di ripresa
riguarda i detenuti (gli arrestati) e i bambini (non di regola, solo se in condizioni di disagio ambientale), oltre a edifci
e installazioni di interesse militare o di
sicurezza. Nella generalità dei casi, la
ripresa in luogo pubblico è garantita al
“cittadino fotografo” perchè appartiene
ai diritti inviolabili della libertà dei cittadini (art.13 Cost.: divieto di qualsiasi restrizione della libertà; art.21 Cost: diritto
di manifestare liberamente il pensiero e
diffonderlo con ogni mezzo; art.33 Cost.
“L’arte e la scienza sono libere” e anzi meritevoli di sostegno: art.9 Cost.“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura”).
Va poi detto che la ripresa fotografica, su
pellicola o digitale che sia, non dà luogo
ad alcun prodotto definitivo, ma solo ad
una “creazione virtuale privata” che non
ha in quel momento alcun rilievo nella
sfera del fotografato, potendo avere i
destini più diversi che spesso nemmeno
lo stesso autore è in grado di prevedere.
Naturalmente la libertà del fotografo
va esercitata con discrezione e prudenza, sia perché il bello della fotografia di
strada, e in genere delle persone, sta nella freschezza e nella spontaneità che si
perdono se c’è opposizione e conflitto;
infatti l’ordinamento proibisce comportamenti aggressivi e molesti (il cosiddetto “paparazzismo”) come offensivi della
libertà altrui. Queste sono le leggi, ma le
leggi non possono sempre impedire un
comportamento illegale, per esempio
quello del cittadino che, ignorando le
leggi, fa violenza al fotografo. Serve un processo di profonda educazione civica per far conoscere diritti e doveri e in
questo è meritoria l’attività di Fotografia
& Informazione.

Con riferimento all’ultima parte del
tuo interessante articolo, è esatto dire
che non occorre il consenso alla pubblicazione (non serve una liberatoria)
se una fotografia viene in qualche
modo resa pubblica per scopi giornalistici o artistici senza recare pregiudizio al decoro e alla reputazione della
persona riconoscibile?

Coordinando l’interpretazione dei testi
normativi (dalla Legge n.633 del 1941
sul Diritto d’Autore al Decreto Legislativo
30 giugno 2003, n. 196, Codice in materia di protezione dei dati personali, c.d.
Legge sulla privacy) e sintetizzando una
casistica molto articolata (che ho illustrato nel mio studio ampio già pubblicato)
si può dire che i principi di fondo siano i
seguenti:
• a) l’interesse pubblico all’informazione
(con la correlata libertà d’informazione
e di stampa)
• b) la libertà della cultura e dell’arte.
Dal primo deriva che non occorre consenso alla pubblicazione di ritratti o di
immagini in cui sia riconoscibile un personaggio pubblico, o un soggetto ripreso in luogo pubblico, o in occasione di
avvenimento di interesse generale. Dal
secondo principio deriva l’esonero dalla
necessità di consenso per la pubblicazione delle immagini fatte a scopi scientifci,
didattici o culturali (perciò è libera la fotografia cosiddetta “artistica” o di reportage). Il Decreto 2003 n.196 è stato percepito come più restrittivo, ma ribadisce
invece questi stessi criteri e aggiunge
anche la libertà di pubblicare le immagini che documentano “dati sensibili”
come orientamenti religiosi o sessuali, se
questi vengono rivelati in pubblico dagli
stessi interessati (ad esempio partecipando ad una processione religiosa, ad
una parata del “gay pride”). In ogni caso
la libertà di pubblicazione senza liberatoria viene meno se la fotografia in sé, o
nel contesto editoriale in cui è collocata,
è idonea a offendere la dignità, il decoro,
la reputazione della persona ritratta.

Abbiamo notato che i soggetti ritratti
reagiscono diversamente a seconda
del mezzo che viene usato; una telecamera è molto più tollerata di una fotocamera. Da dove deriva, secondo te,
questa fobia della macchina fotografica, questo terrore della pubblicazione
delle fotografie e questa strumentalizzazione della legge sulla privacy?

Come ho detto e come ho spiegato nel
mio ampio scritto, c’è una vasta disinformazione sociale sui contenuti della cosiddetta Legge sulla Privacy e una totale
rimozione dei limiti che il cittadino è giusto sopporti in quanto si muove volontariamente e liberamente in spazi pubblici
soggetti al controllo sociale (e quindi
anche alla possibile ripresa fotografica).
C’è poi la confusione fra ripresa e pubblicazione dell’immagine e si ignora che se
non c’è riconoscibilità il problema non
si pone. Tutto questo determina una
pesante menomazione della professione e della libertà artistica del fotografo. Quanto alla differenza di reazione al
mezzo, fotocamera o telecamera, mi verrebbe da dire che è materia più da psicologo che da giurista e fotografo. A mio
parere questo atteggiamento denota la
superfcialità e la vacuità della cultura
dell’immagine attuale: tutti si mettono a nudo su facebook e senza badare
alla propria privacy; tutti si fanno selfie o
scattano senza costrutto milioni di immagini con giocattoli digitali includendo
facce e corpi nell’assoluta indifferenza
dei fotografati. Perché? E’ un gioco privo di senso. Ma se uno porta all’occhio
il mirino di una vera fotocamera, magari
analogica, per riprendere la vita reale,
questo rischia il linciaggio. E’ desolante,
ma è così: bisogna continuare a parlarne,
a denunciare, a informare. E non avere
paura.

roberto lanza Aprile 4 · Commenti: 1 · Tags: privacy, street
Mirko Fambrini
Dopo i primi tre, metto ancora segno su un'altra bella oretta e mezzo di Stefano Mirabella stavolta su Garry Winogrand.

Richiama anche materiale che avevo già segnalato, ripetere aiuta sempre.

A chi interessa ecco il link.

https://www.youtube.com/watch?v=fVvnY6KVo0E




roberto lanza

Pubblico un interessante articolo edito dalla rivista
PROGRESSO FOTOGRAFICO
e messo a disposizione gratuitamente dalla stessa sul proprio sito.
Nei prossimi giorni pubblichero anche le interviste menzionate nel'articolo


Privacy e il
diritto a fotografare


Mi pare incredibile ritrovarmi nel 2015
a parlare ancora di diritto all’immagine
delle persone fotografate, legge sulla
privacy e diritto di cronaca. Nonostante
i fiumi di parole e di inchiostro versati
sull’argomento, in Italia - ma non solo
- siamo terrorizzati da una macchina fotografica o dalla pubblicazione di una
foto. Problema esclusivamente culturale, giacché la normativa in merito parla
chiaro e tutela fotografati e fotografanti, salvaguardando privacy, diritto di
espressione e diritto di cronaca.
E’ un impianto legislativo che si fonda su
un principio di buon senso e che dovrebbe essere tenuto presente ogni qualvolta ci si trova a rendere pubblica un’immagine il cui soggetto sia una persona
riconoscibile: esiste un diritto pubblico
collettivo (ad essere informati, ad accrescere la propria conoscenza o a godere
della bellezza di un’opera) che prevale
sul diritto privato alla propria privacy.

Questo buon senso civico fatica ad essere assimilato in Italia, un paese dove
spesso i privilegi del singolo prevalgono
e mortifcano la maggioranza e la collettività, dove lo stesso singolo parla spesso dei propri diritti e pochissimo dei suoi
doveri: un paese insomma dove il senso
civico quasi non esiste.
Se poi la vogliamo vedere anche da un
punto di vista storico-politico non posso
che ribadire quanto ho già detto e scritto più volte: in Italia la fotografia è stata
vista come strumento di propaganda in
epoca fascista e come mezzo di delazione tra la fne degli anni Sessanta e negli
anni Settanta.
In parole povere, sia da destra che da
sinistra, il fotografo è sempre stato considerato uno spione, che è un po’ come
considerare ogni medico uno stregone;
questo retaggio culturale ce lo trasciniamo dietro ancora oggi e credo sia uno
dei motivi (il principale, ma non il solo)
per cui la fotografia non è riuscita in Italia a tenere il passo con lo sviluppo che
invece ha avuto in altri paesi.
É anche per questo che vediamo persone agitarsi davanti ad una telecamera
facendo di tutto per farsi riprendere, e
sono le stesse persone a minacciare un
fotografo con l’occhio al mirino della sua
fotocamera.
Oppure - mettendosi dall’altra parte
dell’obiettivo - è per questo che sentiamo persone indignarsi per una foto
scattata in metropolitana all’insaputa
del soggetto quando le stesse persone gongolano davanti alle riprese realizzate di
nascosto dai giornalisti di Report.
La fotografia avrebbe potuto essere uno
strumento per contrastare la superfcialità e
lo strapotere televisivo anche in epoche in
cui ce ne sarebbe stato un gran bisogno; ciò
non è avvenuto e anche questa opportunità
è stata persa, facendo rientrare anche ottimi
fotografi italiani nel fenomeno della fuga di
cervelli.
La Publicity contribuisce al progresso
della società
La fotocamerafobia dunque ha radici profonde ed è chiaro che i primi a preoccuparsi
di questo atteggiamento siano coloro che si
dedicano alla Street Photography. Vediamo
dunque di fare ancora una volta chiarezza,
tenendo come punto di riferimento un utilissimo articolo scritto da un bravo fotografo che un tempo è stato pure un apprezzato
magistrato, Vincenzo Cottinelli. L’articolo
“Il punto sulla Street Photography” è stato
pubblicato sul sito di Fotografa & Informazione www.fotoinfo.net ed è un contributo
la cui lettura dovrebbe essere obbligatoria
non solo per i fotografi ma anche per tutti
i giornalisti.
L’articolo parte da un principio fondamentale che è bene ribadire: in Italia esistono pochissimi divieti di ripresa e non riguardano
i privati cittadini. Anzi la ripresa fotografica
è da considerarsi un diritto costituzionalmente garantito quando si svolge in luogo
pubblico.
Come si legge all’interno di più di un documento dell’associazione nazionale fotografi professionisti, nessuna norma prende
in considerazione il momento della ripresa,
ma tutte riguardano la fase in cui viene in
qualche modo resa pubblica un’immagine
fotografica il cui soggetto sia riconoscibile.
Nessun privato può impedire ad un altro privato la ripresa in luogo pubblico della propria persona o del proprio volto.
Scrive in proposito Cottinelli: “Principio della
trasparenza nel luogo pubblico come contrappasso a quello della riservatezza nel domicilio
privato? sembrerebbe ovvio. Invece si dà fato
alla rivendicazione del diritto di “passeggiare
con l’amante”, con proibizione al fotografo di
riprendere i passanti perché la relazione, casualmente, potrebbe essere svelata ai rispettivi coniugi. Atteggiamento ottuso, oltre che
illegittimo, posto che il volto scoperto espone
qualunque passante “birichino” al possibile riconoscimento da parte di testimoni (ben più
pericolosi dell’ignaro fotografo): in strada non
ci può essere privacy, perché c’è publicity (the
state of being in the public eye).”
Questo concetto di publicity deve essere chiaro e diffuso a gran voce, perché già
il fatto che in Italia tutti si riempiono la
bocca con la privacy e manco conoscono il signifcato della parola publicity la
dice lunga sul livello di ignoranza e di
inconsapevolezza.
Ancora Cottinelli: “In nessuna norma costituzionale si rinviene la tutela del volto (o
del corpo) dall’essere visto, guardato, osservato, ripreso, disegnato, fssato su supporto sensibile, quando, beninteso, si trovi
in luogo pubblico; quando si trovi in luogo
privato è protetto dall’inviolabilità del luogo. (...) La strada, la piazza, il bar, il campo
sportivo, i parchi: è questo lo spazio dove
i cittadini possono vivere senza timori e
senza segreti (art.18 Cost.) a viso aperto,
si dovrebbe dire, l’effettività dei loro diritti
inviolabili (di associazione, circolazione,
riunione, manifestazione e diffusione del
pensiero, professione e propaganda religiosa, creazione artistica, ecc.).”
Nessun privato può impedire ad un altro
privato la ripresa in luogo pubblico della
propria persona o del proprio volto.
La legge sul diritto d’autore del 1941
Dunque la vera questione si pone nella
fase di pubblicazione di un’immagine
in cui il soggetto sia riconoscibile. Per
analizzare questi aspetti é utile fare una
breve cronistoria delle norme. Tutto ha
inizio nel 1941 quando i legislatori dell’epoca emanano la legge n. 633 sul diritto
d’autore dimostrando di vederci lontano
perché la norma è tuttora valida, anche
se leggermente aggiustata per renderla
attuale.
In essa vengono elencati alcuni principi
fondanti del diritto di cronaca, contenuti negli articoli 96 e 97, facenti parte del
Capo VI, Sez.II, Diritti relativi al ritratto.
Art.96: Il ritratto di una persona non può
essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa, salve le
disposizioni dell’articolo seguente.
Art. 97: Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione
dell’immagine è giustifcata dalla notorietà o dall’ufcio pubblico coperto, da
necessità di giustizia o di polizia, da scopi
scientifci, didattici o culturali, o quando
la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico
o svoltisi in pubblico. Il ritratto non può
tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l’esposizione o messa in
commercio rechi pregiudizio all’onore, alla
reputazione od anche al decoro della persona ritrattata.
Per gli approfondimenti rimando all’insuperabile articolo di Cottinelli (e all’intervista che pubblichiamo); qui mi limito
all’ambito della Street Photography e
faccio notare che, secondo le norme sopra riportate, è scontata la liceità della ripresa in luogo pubblico e che per la pubblicazione non è necessario il consenso
del soggetto ripreso nel caso di avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o
svoltesi in pubblico, oppure se giustifcata da scopi culturali.
Le leggi del 1996 e del 2003
I concetti ben espressi dalla legge sul
diritto d’autore già nel 1941 (onore e
merito ai legislatori per questa ampiezza
di vedute) vengono ripresi, confermati,
specifcati e resi attuali anche dalla celebre Legge sulla Privacy del 1996 (Legge
675/96), famosa più per aver interpretato
le paure e i retaggi culturali del passato
che per gli elementi di novità introdotti.
Infatti all’articolo 25 si legge: “Salvo che
per i dati idonei a rivelare lo stato di salute
e la vita sessuale, il consenso dell’interessato NON è richiesto quando il trattamento dei dati è effettuato nell’esercizio della
professione giornalistica e per l’esclusivo
perseguimento delle relative fnalità, nei limiti del diritto di cronaca, ed in particolare dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico”.
Si introduce la giusta tutela delle informazioni sullo stato di salute e le abitudini sessuali dei soggetti, ma si conferma
che non è necessario il consenso (la liberatoria) del soggetto riconoscibile se
l’immagine che lo ritrae è pubblicata per
fare informazione e/o riguarda fatti interessanti per la collettività.
Principio ribadito e ancor meglio specifcato nel successivo DLGS n. 196 del
30/06/2003 (e giungiamo ai giorni nostri) in cui al Titolo XII, che ha la chiara
intestazione “Giornalismo ed espressione letteraria e artistica” si concede ampia
libertà se si hanno fnalità giornalistiche
o per manifestare il proprio pensiero.
Nell’art.137, comma 2 si legge che “non è
necessario il consenso dell’interessato” (né
l’autorizzazione del Garante) se il trattamento dei dati (ad esempio l’archiviazione e la pubblicazione di dati, testi o fotografie) è effettuato come attività professionale di giornalisti (art.136, lett.a) e
pubblicisti (lett.b) oppure come attività
amatoriale o free-lance “per la pubblicazione o diffusione occasionale di articoli,
saggi e altre manifestazioni del pensiero
anche nell’espressione artistica” (art.136,
lett.c).
Informazione, diritto di cronaca (anche
occasionale), espressione artistica: la collettività è fnalmente tutelata.
Inoltre il comma 3 dell’art.137 del decreto che ha sostituito la legge sulla privacy
recita: “Possono essere trattati i dati personali relativi a circostanze o fatti resi noti
direttamente dagli interessati o attraverso
loro comportamenti in pubblico”.
Questa specifca è molto importante per
chi si dedica alla street photography perché ci dice che non occorre il consenso
alla pubblicazione, ovvero - cito ancora
Cottinelli e lascio a lui la conclusione di
questo articolo - che non ci sono limiti al
trattamento di dati per così dire “di provenienza diretta ed autentica dal soggetto”.
Interessante, molto interessante. In pratica
è un esonero del terzo tipo, una liberatoria
“autoprodotta” (...) Si intravede un allargamento o chiarifcazione dell’esonero, che
non copre più solo le fotografie di persone
dentro fatti, avvenimenti, cerimonie, ma
anche fotografe di semplici comportamenti in pubblico di singole persone. In altre parole è una straordinaria conferma e
uno sviluppo della linea affacciatasi già
nel 1941 e continuata nell’idea della trasparenza in luogo pubblico insita nella Costituzione.
Mostrare gli uomini “as they are” per raccontare la società, signifca concorrere al
suo progresso: mostrare esseri felici fa
bene alla speranza; mostrare uomini e
donne diversi fa bene alla tolleranza; mostrare le sofferenze stimola a rimuoverle
(art.3, secondo comma, Cost.).
Ciò anche a costo di disturbare qualche
privata comodità, qualche disinvoltura,
qualche egoismo. Naturalmente e in tutti i
casi nel rispetto della dignità umana e senza eccessi non necessari, ma anche nel
massimo rispetto della libertà intellettuale
e di opinione. La Street Photography non è
fnita, può continuare, credo. La Legge lo
consente, la Giurisprudenza, speriamo,
anche.

roberto lanza Aprile 1 · Commenti: 2 · Tags: privacy, street
Mirko Fambrini
Dopo i primi due, metto un segno su un'altra bella oretta e mezzo di Stefano Mirabella (per chi non lo conosce può cercare in rete, così approfitta per apprezzare due fotografi al prezzo di uno ) stavolta su William Klein.


A chi interessa ecco il link.


https://www.youtube.com/watch?v=_ITdpZcfJ24

Mirko Fambrini
Dopo Alex Webb metto un segno su un'altra bella oretta e mezzo di Stefano Mirabella (per chi non lo conosce può cercare in rete, così approfitta per apprezzare due fotografi al prezzo di uno ) stavolta su Joel Meyerowitz.


A chi interessa ecco il link, tempo dovreste averne.

  https://www.youtube.com/watch?v=82o_rDKBtiU


roberto lanza
Far affermare la libertà, la giustizia, la verità non è mai stato facile.
Siamo circondati da dolore e brutalità ed una delle cause di questo è sicuramente l’indifferenzadella gente, e ancora peggio l’omertà.
Poter affermare la propria esigenza di giustizia e di libertà nell’ambito di una convivenza civile dovrebbe essere un diritto naturale,
un comportamento spontaneo, ma spesso la paura di stare di fronte alle situazioni spinge la gente a ritrarsi nel proprio egoismo.
Ma c’è chi non ha dubbi su quanto sia importante affermare la giustizia e siritrova a vivere nella continua lotta.
Letizia Battaglia è una donna che ha saputo mettere in gioco anche la propria vita,usando come arma la macchina fotografica e ci ha mostrato il volto della mafia,
a cominciare dalla città di Palermo; l’impegno sociale l’ha portata a diventare assessore all’ambiente nella giunta di Leoluca Orlando in una città tanto difficile
La sua grande forza interiore, la sua resistenza alle difficoltà le hanno permesso di lasciare un segno profondo nella storia della Sicilia.
La sua è una lotta affrontata non con l’odio, ma con la compassione; le sue immagini mettono in risalto non la violenza della situazione,
bensì il contrasto tra gli ambienti familiari e quotidiani in cui i reati di mafia si manifestano e il gesto di violenza.
Le sue foto non sono scatti isolati, la sua ricerca segue un percorso dettato dalla sua sensibilità e trasforma le immagini in una storia
che assume gli aspetti della vicenda personale.

Sono tracce incancellabili che spingono alla riflessione.










fonte TUTTI FOTOGRAFI

Mirko Fambrini
Alcuni autori hanno preso iniziative per dedicare un po di tempo alla fotografia attraverso zoom (che non conoscevo).
Qui metto un segno su una bella oretta e mezzo di Stefano Mirabella (per chi non lo conosce può cercare in rete, così approfitta per apprezzare due fotografi al prezzo di uno ) su Alex Webb.
Ha un modo di esposizione molto garbata, piacevole, come le sue foto peraltro, e ci presenta una dei più grandi autori contemporanei.

A chi interessa ecco il link, tempo dovreste averne.


https://www.youtube.com/watch?v=EWggytvl6fM&feature=emb_err_watch_on_yt







roberto lanza

Il  bianco  e  nero  nella  sua  massima espressione . Il trionfo della fotografia  di  paesaggio  nella  sua  essenza più  pura. 
Un  inno  alla  natura  serena e incontaminata.
Sono le immagini di Ansel Adams, il fotografo-simbolo dei grandi spazi americani,
universalmente considerato come uno dei grandi maestri della fotografia del Ventesimo secolo.
“Le società, come gli individui, sono nutrite dal sole, dalla terra e da tutte le forme di vita.
Più bellezza nella mente, e più pace nello spirito”.
Con queste premesse, parole di Adams stesso, non stupisce trovare nelle sue immagini la solennità e la grandezza delle montagne,
la luce mistica e irreale che bagna i pae-saggi e illumina i corsi d’acqua,
il minimalismo dei dettagli naturali, come la ripresa ravvicinata di un tronco d’albero morto,
la poesia di una quercia sotto una tempesta di neve.
Un inno alla natura, per cui Adams nutriva una profonda venerazione e per la cui tutela si batté tutta la vita,
contribuendo attivamente alla nascita di importanti aree protette negli Stati Uniti.
Ma non solo. Ciò che colpisce anche l’occhio meno esperto, nelle fotografie di Adams,
è la gamma tonale particolarmente estesa, dai bianchi puri ai neri assoluti, unita ai sorprendenti contrasti.
Pura rappresentazione della realtà? Non esattamente. Così affermava Adams a proposito delle sue opere:
“Molti ritengono che le mie immagini rientrino nella categoria delle “foto realistiche”,
mentre di fatto quanto offrono di reale risiede solo nella precisione dell’immagine ottica;
i loro valori sono invece decisamente distaccati dalla realtà.
L’osservatore può accettarlo come realistico in quanto l’effetto visivo può essere plausibile,
ma se fosse possibile metterli direttamente a confronto con i soggetti reali le differenze risulterebbero sorprendenti”.

Sistema Zonale: un sistema ancora attuale per ottenere tali risultati e mettere in pratica la sua visione artistica
e la sua estetica del bianco e nero Adams, grazie alla sua grande capacità di calcolo e di previsua-lizzazione,
sviluppò quello che è oggi universalmente noto come Sistema Zonale,
un insieme di tecniche, e non di regole, legate  all’esposizione,  allo  sviluppo  e alla stampa,
che fanno da supporto alla creatività del fotografo, permettendogli di esprimere al meglio
la propria chiave di lettura emozionale del soggetto ritratto.
Il Sistema Zonale infatti, non analizza i toni così come li vediamo nella realtà,
ma di come saranno rappresentati e interpretati nella foto finale,
senza tuttavia distorcere la descrizione fotografica essenziale.
Come diceva lo stesso Adams: “Noi, senza percepire determinati valori del soggetto cerchiamo di duplicarlo sulla stampa.
Se  lo  desideriamo, possiamo simulare l’apparenza in termini di valori di densità riflessa,
oppure possiamo restituirlo ricorrendo ad altri valori, basati sull’impatto emotivo”.
Ancora oggi, i tre libri che raccolgono le teorie di Adams sul Sistema Zonale,
La  Fotocamera, Il  Negativo  e La Stampa (editi in Italia da Zanichelli, così come la sua Autobiografia),
rappresentano vere bibbie per chiunque si appassioni di fotografia e di bianco e nero.
Chi pensa che si tratti di vecchie regole  legate  unicamente  alla  fotografia argentica,
e ormai superate per l’avvento del digitale, commette quello che potremmo definire un errore o una ingenuità,
perché anche oggi, in piena epoca digitale e con strumenti di elaborazione delle immagini potenti come Photoshop,
uno scatto ben eseguito resta fondamentale, sia come base per un successivo intervento di postproduzione,
come avveniva in camera oscura, sia per ottenere già al momento dello scatto
una gamma tonale più ampia e per non perdere dettagli, bruciando le alte luci o affogandoli nel nero delle ombre.


Una vita affascinante
La vita del grande fotografo americano è affascinante quanto le sue straordinarie fotografie.
Figlio di Charles Hitchcock Adams, un uomo d’affari, e di Olive Bray, Ansel Adams 
nasce  a  San  Francisco  il  20 febbraio 1902.
Cresce in una casa tra le dune di sabbia del Golden Gate e ha solo quattro anni quando,
a causa di una scossa secondaria del grande terremoto del 1906, cade a terra rompendosi malamente il naso,
fatto che ne segnerà la fisionomia e il carattere per tutta la vita.
Una naturale timidezza e una particolare genialità, unite ai lineamenti resi particolari dal naso deforme,
rendono la vita difficile a scuola per il piccolo Adams.
Più tardi nella vita, lui stesso noterà che per le sue caratteristiche avrebbe potuto essere diagnosticato come “iperattivo”,
ed esiste anche una possibilità che soffrisse di dislessia. Di fatto, gli scarsi risultati e una certa insofferenza alla disciplina convinsero il padre, nel 1915,
a ritirarlo dalla scuola pubblica dopo diversi tentativi di inserimento in vari istituti.
Fu lo stesso Charles Adams, assieme alla zia, a occuparsi della sua educazione tra le mura domestiche.
Citare gli “insuccessi” scolastici potrebbe sembrare superfluo nella biografia di un fotografo,
ma nel caso di Adams que-sto dettaglio è fondamentale:
il risultato più eclatante della sua infanzia solitaria e “diversa” rispetto ai suoi coetanei
fu la gioia che seppe trovare nella natura, che espresse inizialmente nelle lunghe passeggiate sulle sponde,
allora ancora selvagge, del Golden Gate, tra spiagge e dune.
Nasce così, presumibilmente, la sua intensa relazione con il mondo naturale.
A 12 anni impara a suonare il pianoforte, e lo studio della musica sostituisce ben presto l’educazione scolastica tradizionale.
Per una dozzina d’anni il piano sarà la sua occupazione principale e la sua prospettiva professionale più concreta.
Anche se a un certo punto della sua vita la fotografia si sostituirà alla musica,
il piano diede alla sua erratica e frustrante giovinezza sostanza, struttura e disciplina,
così come la precisione e l’attento studio richiesti a un musicista influenzeranno  profondamente
la  sua arte visiva, i suoi scritti e i suoi inse-gnamenti legati alla fotografia.

La passione per il Yosemite National Park

Se l’amore per la natura di Adams fu alimentato dalla zona del Golden Gate in cui crebbe,
la sua vita fu “colorata e modulata dal grande gesto della terra” rappresentato  dal  Yosemite  National Park 
e  dalle  montagne  della  Sierra Nevada, dove trascorse molto del suo tempo dal 1916 fino alla sua morte.
Già dalla sua prima visita la natura selvaggia lo trasformò: tra camminate, scalate ed esplorazioni,
Adams acquisì autostima e iniziò a scattare le sue prime fotografie grazie a un regalo dei suoi genitori,
una Kodak No. 1 Box Brownie, una fotoca-mera introdotta nell’ottobre del 1901 che rimase in produzione fino al 1916.
Nel 1919 si iscrisse al Sierra Club, oggi la più grande e antica organizzazione ambientalista americana,
e trascorse la prima delle sue quattro estati consecutive nella Yosemite Valley come custode del club LeConte Memorial Lodge,
diventando amico dei fondatori del nascente movimento  ambientalista. 
Sempre  lo Yosemite  fu  teatro  dell’incontro  con la sua futura moglie, Virginia Best, che sposò nel 1928 e da cui ebbe due figli.
Il Sierra Club fu determinante per gli inizi di Adams come fotografo: le sue prime foto e scritti apparvero sul Bollettino del Club del 1922,    
e la sua prima esposizione personale fu allestita presso il quartier generale a San Francisco nel 1928.
Un altro evento legato al Sierra Club sarà determinante nella vita di Adams:
nei tardi anni Venti, con la sua macchina fotografica al seguito dell’High Trip,
un viaggio di un mese tra camminate e bivacchi in luoghi selvaggi a cui partecipavano ogni estate almeno duecento soci,
capisce ben presto che è più vicino al guadagnarsi da vivere come fotografo piuttosto che come pianista.
Intorno al 1934 la consacrazione: viene eletto tra i direttori del Club ed è riconosciuto
sia come artista sia come difensore della natura dello Yosemite.
Tuttavia,  l’anno cardine  della  vita  di Adams è il 1927,
quando scatterà la sua prima fotografia interamente visualizzata, Monolith, The Face of Half Dome,
onirica visione di una ripida parete rocciosa dello Yosemite, e intraprenderà il suo primo High Trip.
Sempre nello stesso anno conoscerà il magnate e mecenate Albert M. Bender che,
letteralmente il giorno dopo il loro primo incontro, si metterà al lavoro per la preparazione e la pubblicazione del suo primo portfolio,
Parmelian Prints of The High Sierras.
L’amicizia  e  l’incoraggiamento  di Bender, assieme al suo supporto economico, cambiano drasticamente la vita di Adams.
La sua energia creativa e l’abilità di fotografo sbocciano,
ed egli inizia a credere in se stesso e ad avere la fiducia necessaria per perseguire i suoi sogni.
Il sostegno di Bender innesca la definitiva trasformazione del pianista nell’artista la cui fotografia,
come scrisse il critico Abigail Foerstner sul Chicago Tribunenel 1992,
“ha fatto per i parchi nazionali qualcosa di comparabile a quel che l’epica di Omero ha fatto per l’Odissea”.


La nascita del Gruppo F/64

Anche se la transizione da musicista a fotografo non fu immediata, la passione cambiò rapidamente direzione non appena il magnate entrò nella sua vita,
moltiplicando progetti e possibilità.
Oltre a trascorrere le estati in Sierra Nevada, Adams iniziò a viaggiare di frequente nel Sud-Ovest,
per lavorare con la scrittrice Mary Austin, che nel 1930 pubblicò il magnifico libro Taos Pueblo,
illustrato con le sue fotografie.
Durante lo stesso anno incontrò il fotografo Paul Strand,
che ebbe un fortissimo impatto sul suo lavoro con le sue immagini,
aiutandolo ad abbandonare lo stile “pittorico” che prediligeva negli anni Venti in favore della fotografia “pura”,
di cui Adams diventò poi interprete assoluto.
Nel 1927 incontra Edward Weston, e tra i due fotografi nascono forte amicizia e collaborazione.
La grandezza di Weston e l’energia di Adams porteranno alla nascita, nel 1932, del Gruppo F/64
(ovvero  l’apertura  di  diaframma  più piccola sul grande formato,
quella che consente  la  più  ampia  profondità  di campo e la massima precisione nella resa dell’immagine)
per la promozione della fotografia pura e diretta:
“La pura fotografia è definita come assenza di qualità tecniche, compositive e ideative, che siano derivate da altre forme artistiche”.
In parole più semplici, il Gruppo, del quale fecero parte anche Imogen Cunningham, Sonya Noskowiak e  Willard  Van  Dyke, 
puntava  a  una fotografia che non fosse imitazione di altre forme d’arte.
Male organizzato e dalla vita breve, il Gruppo ebbe però il merito di portare all’attenzione nazionale la nuova visione fotografica:
il San Francisco DeYoung Museum organizzò prontamente una mostra,
e nello stesso anno Adams ebbe l’onore della sua prima personale allestita in un museo.
La sua stella all’inizio degli anni Trenta era in ascesa e nel 1933 Adams si recò per  la  prima  volta  a  New  York, 
per incontrare il fotografo Alfred Stieglitz, che  lui  considerava  il  suo  massimo ispiratore.
Tra i due nasce un rapporto intenso che darà ottimi frutti, con mostre prestigiose, la pubblicazione dei primi articoli tecnici di Adams
e del suo primo libro, Making a Photograph.
Nella sua Autobiografia, scritta nel 1985, Adams dichiarò:
“Steiglitz mi insegnò quello 120che divenne il mio primo comandamento:
l’arte è l’affermazione della vita”.
 Il riconoscimento della sua arte tuttavia non alleviò la pressione economica a cui Adams era sottoposto,
che lo costrinse a impiegare la maggior parte del suo tempo come fotografo “commerciale”,
ma ciò non gli impedì di portare avanti i suoi slanci artistici.

La seconda guerra mondiale ed il dopoguerra

Collaborò  con  la  grande  fotografa Dorothea  Lange  per  Fortune  e Time,
raccontò per immagini nel 1943 la vita degli Americani di origine giapponese internati presso il Manzanar War Relocation Center
durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo l’attacco di Pearl Harbour,
lavorò come consulente per Edwin Land, inventore della Polaroid,
pubblicò  il  volume  di  straordinario successo Yosemite  and  the  Range  of Light,
che vendette oltre duecentomila copie, fece delle sue fotografie poster e calendari
per renderle accessibili anche al grande pubblico, ricevette tre borse di studio dalla fondazione Guggenheim,
fu eletto nel 1966 membro dell’Academy of Arts and Sciences e, nel 1980,
fu insigni-to dall’allora presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter della più alta onorificenza civile del Paese,
la medaglia presidenziale della libertà.
Un altro momento storico fu la grande retrospettiva che il Museo d’Arte Moderna di New York gli dedicò nel 1979:
in quell’occasione, Time gli dedicò la copertina, primo fotografo a godere di questo privilegio nella storia della prestigiosa rivista.
Nel 1984, anno della sua morte, una vasta area che protegge uno tra i più spettacolari massicci della Sierra Nevada,
originariamente denominata Minarets Wilderness nel 1964, divenne l’Ansel  Adams  Wilderness,
e l’anno successivo venne battezzata con  il  suo  nome  una  vetta  di  3.584 metri,  sempre  nella  Sierra  Nevada.
Il  cantore  della  magnificenza  della natura ha tuttavia superato con il suo genio anche i confini di questa Terra che tanto amava,
per portarne la bellezza nello spazio: due immagini di Adams infatti, Snake River and Grand Tetons  e Golden Gate Bridge,
sono state inserite nel Voyager Golden Record, il disco che viaggia sulle prime due navicelle del Programma Voyager,
lanciato nel 1977, e che raccoglie suoni e immagini scelte per spiegare vita e cultura del nostro pianeta
a forme di vita extraterrestre o alla razza umana del futuro. 

















fonte: TUTTI FOTOGRAFI

roberto lanza Marzo 10 · Commenti: 6
roberto lanza

Ferdinando Scianna non aveva ancora ventidue anni quando fu pubblicato il suo libro Le feste religiose in Sicilia.
La prefazione del volume era dell’amico e maestro Leonardo Sciascia e nel 1965, al suo apparire, il volume provocò scalpore.
Per diversi motivi. Per le belle foto e per le tesi espresse da Sciascia quando diceva che
“la religiosità dei siciliani non ha nulla di metafisico ma è,
fatta eccezione per la settimana santa in cui si contempla il dolore di una madre per la morte del figlio tradito da un amico, fondamentalmente materialista”.
Le parole e le immagini incisero, sul mondo.
Il fotografo stesso, che aveva scattato molte riprese prima ancora di conoscere Sciascia,
dice che l’occasione fu rivelatrice.
Sciascia, dice Ferdinando Scianna, mi fece capire ad esempio che non mi interessava,
come fingevo di credere, fare l’antropologo.
Ma piuttosto che un altro era il teatro della mia esistenza,
dell’esistenza degli altri intorno a me come una sorta di metafora del modo di essere della gente,
dei siciliani e di me stesso.
Insomma: la fotografia era la vera possibilità di un racconto della vicenda umana.
Mi introdusse a una certa maniera di vedere le cose, di leggere, di pensare, di situarsi nei confronti del mondo.
Con queste premesse appare più comprensibile valutare come una festa religiosa in Sicilia possa essere davvero,
come appunto fu, ritenuta tutto tranne che una festa religiosa.
È un’esplosione esistenziale. “È dice Scianna, soltanto nella festa che il siciliano esce dalla condizione di uomo solo,
che è poi la condizione di un suo vigile e doloroso super-io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città”.
Le fotografie sono la testimonianza visiva di un rito; si scatta ai cavalli che scendono dalle montagne, ai santi portati a spalla,
ai cortei di fanciulli che cantano. Si vede e si riprende la Madonna vestita con abiti preziosi e carica di gioielli e banconote.
Si vedono gli ex-voto che tappezzano le pareti delle chiese, Santa Rosalia su carri carichi di fiori, fuochi d’artificio.


Ferdinando Scianna nasce a Bagheria, provincia di Palermo, in Sicilia, nel 1943.
Frequenta a Palermo la facoltà di Lettere e Filosofia.
Abbandona l’università e si dedica alla fotografia.
Incontra Leonardo Sciascia, nel 1963, e si dedica ad un lavoro di ricerca che nel 1965 dà origine al suo primo libro, “Feste religiose in Sicilia”.
La prefazione è dell’amico Sciascia ed il libro vince il premio Nadar per la fotografia.
Leonardo Sciascia stimola il ventenne Ferdinando Scianna a trasferirsi a Milano.
Così, nel 1966 ecco che lavora all’Europeo.
Nel 1967 è corrispondente a Parigi, dove rimane per dieci anni.
Lavora anche per Le Monde Diplomatique ed altre testate. Diventa amico di Romeo Martinez e di Henri Cartier-Bresson.
Proprio Cartier-Bresson gli chiede, nel 1982, di divenire membro dell’agenzia Magnum.
Nel 1987 è impegnato nella fotografia di reportage ma anche in quella di moda.
Scatta immagini di paesaggi, cronache, ritratti, frammenti dell’India, degli Stati Uniti, del Mali e di Kami,
quest’ultima è la storia fotografica di una piccola e chiusa comunità di minatori boliviani, un lavoro realizzato tra il 1986 e 1988.
Soggetto principale e fortemente sentito dal fotografo, lungo tutta la sua carriera, è sicuramente la Sicilia.
Nel 2006, è il momento della serie “Allo specchio”, per il calendario Epson.

I libri:
Feste religiose in Sicilia, Leonardo da Vinci, Bari, 1965, (riedizione: Feste religiose in Sicilia, L’Immagine, 1987);
Il glorioso Alberto, Milano 1971.
La Villa dei Mostri, Torino, 1977.
I Siciliani, Einaudi, Torino, 1977;
Ferdinando Scianna, Collana “I grandi fotografi”, Gruppo Editoriale Fabbri, 1983;
Il grande libro della Sicilia, Mondadori, Milano, 1984;
L’istante e la forma, Ediprint, Siracusa, 1987;
Ignoto a me stesso, ritratti di scrittori, Gruppo Editoriale Fabbri, 1987;
Kami: minatori sulle Ande boliviane, L’immagine, Milano, 1988;
Città del mondo, Bompiani, Milano, 1988; Le forme del Caos, Art&, Udine, 1989;
Leonardo Sciascia fotografato da Ferdinando Scianna, Franco Sciardelli Editore, Milano, 1989;
Marpessa, un racconto, Leonardo, Milano, 1993;
Altrove, reportage di moda, Federico Motta Editore, Milano, 1995;
Luigi Crocenzi, cultura della fotografia, CRAF, Spilimbergo, 1996;
Viaggio a Lourdes, Milano 1996; Do
rmire, forse sognare, Art&, Udine, 1997;
Jorge Luis Borges fotogra-fato da Ferdinando Scianna, Franco Sciardelli Editore, Milano, 1999;
Ignazio Buttitta, Milano 1999.
Altre forme del caos, Roma 2000.
Ninos del mundo, La Couruna, 2000.
Sicilia ricordata, Rizzoli, Milano 2001;
Obiettivo ambiguo, Rizzoli, Milano, 2001.
Bravo Scianna, Domtar, Canada, 2000
Ferdinando Scianna: altre forme del caos, Contrasto, Roma, 2000
Dacia Maraini, Sicilia ricordata, Rizzoli, 2001 ISBN 8817863858
Mondo bambino, L'arte a stampa, Milano, 2002
Quelli di Bagheria, Fondazione Galleria Gottardo, Lugano, 2002 ISBN 888645516X ISBN 9788886455169
Bibliografia dell'istante, L'ancora del Mediterraneo, Napoli, 2003 ISBN 8883251490
Siciliana, L'ippocampo, 2003 ISBN 8888585125
Ferdinando Scianna: Sicilia dentro, Pagano, Bagheria, 2003
Ferdinando Scianna, testi di Alessandra Mauro, Hachette fascicoli (I grandi fotografi n. 4), Milano, 2005
La luce fiorisce e si rappiglia, Colophon, Belluno, 2006
Ferdinando Scianna: fotografie 1963-2006, a cura di Vittorio Fagone, Fondazione Ragghianti, Lucca, 2006 ISBN 8889324120
Elisa Fulco (a cura di), Palermo andata e ritorno: Gabriele Basilico in conversazione con Ferdinando Scianna, Edizioni di passaggio, Palermo, 2007 ISBN 9788890172625
Andrea Camilleri, Gli arancini di Montalbano, Mondadori, Milano, 2006 ISBN 8804560746
Lo dolce piano, Federico Motta, Milano, 2008
La Geometria e la Passione, introduzione di Claude Ambroise, Contrasto Due, 2009 ISBN 9788869651946
Baaria Bagheria: dialogo sulla memoria, il cinema, la fotografia con Giuseppe Tornatore, Contrasto, Roma, 2009 ISBN 9788869652059
Etica e fotogiornalismo, Electa, Milano, 2010 ISBN 9788837068226
Autoritratto di un fotografo, Bruno Mondadori, Milano, 2011 ISBN 9788861596184
Piccoli mondi, Contrasto, Roma, 2012 ISBN 9788869653407
Ti mangio con gli occhi, Contrasto DUE, Roma, 2013 ISBN 9788869654473
Visti e Scritti (Roma, 2014)
Lo specchio vuoto: Fotografia, identità e memoria (Roma, 2015)


fonte: TUTTI FOTOGRAFI









roberto lanza Marzo 8 · Commenti: 2
roberto lanza
https://www.maxartis.com/blogs/post/419
roberto lanza Febbraio 18 · Tags: deandre
Mirko Fambrini
Da molti anni è presente in Italia un gruppo che percorre ancora certe strade che sono state dai più abbandonate, il gruppo Mignon.
Qui il loro bel portale, riportando dal loro about, che il gruppo nacque
...per promuovere un progetto fotografico finalizzato alla rivalutazione delle piccole cose che appartengono alla quotidianità, fissando come unico vincolo la ripresa e la stampa in rigoroso bianco e nero... Pur rimanendo legati alla grande tradizione della fotografia di strada e umanista, con l'utilizzo del sistema analogico in bianco e nero, di recente il gruppo si è aperto anche alla fotografia documentaria e di architettura, oltre che al digitale e al colore;


www.mignon.it/

A chi interessa buona visione.
Mirko Fambrini Febbraio 11
Mirko Fambrini
Nel contemporaneo un ottimo fotografo che ho avuto modo di vedere (e seguire) solo da ieri.

Jens Olof Lasthein

Ottimo il suo sito con i vari lavori, cv, info etc.
A chi interessa si prenda un po di tempo che merita.

www.lasthein.se/

Interessante anche l'ipotesi della camera che usa per i formati panoramici, forse si tratta di una widelux.
Ultimamente stavo proprio rivisitando alcuni scatti di focali grandangolari spinte proprio in formato 16:9 e l'ho trovato molto interessante.
Mirko Fambrini Febbraio 6
roberto lanza

Ultimamente fra le foto pubblicate ho notato una certa confusione nel definire una fotografia street.

Riporto il link di quello che personalmente, penso sia STREET


https://www.maxartis.com/blogs/424


https://www.maxartis.com/blogs/424


roberto lanza Gennaio 25
Mirko Fambrini
Una interessante rassegna di autrici che oggi praticano il genere era presente sul Guardian.

www.theguardian.com/cities/2017/jan/19/female-street-photographers-ins

Da qui si rinvengono non solo un po di autrici interessanti con i loro riferimenti, ma anche un blog curato da una donna, dedicato alle soli autrici contemporanee.

medium.com/her-side-of-the-street

Concentrate tutte insieme un po di foto cercherò di capire se il punto di vista delle donne si distingua o meno da quello degli uomini.


A chi interessa, buona lettura.



Mirko Fambrini Gennaio 24 · Commenti: 2
Enrico Maniscalco

Provo a lanciare l'ennesima discussione sui commenti, in particolare su quelli critici e costruttivi, da tempo ormai non così frequenti come vorremmo.

Comincio col condividere alcune riflessioni preliminari, per poi avanzare una proposta - il "Manifesto", nel prossimo post sul blog - su cui mi piacerebbe riuscire a intrattenere la comunità di Maxartis, e ovviamente lo Staff.

È una proposta che credo potrebbe costituire una base di partenza, per l'auspicato rilancio dello spirito del confronto, che sia il più possibile allargato;  una proposta che, se apprezzata, dovremmo però provare a costruire insieme.

 


Divagazione leggera sui commenti

 (e sui riscontri ai commenti)



Premessa


 

Un commento che esprime un apprezzamento positivo di sicuro gratifica, quasi sempre fa bene all'umore di chi lo riceve (e anche di chi lo esprime), ma raramente offre spunti di crescita.

Per contro, non è per niente facile esprimere una critica che metta in evidenza un difetto, e attribuisca un giudizio negativo all'oggetto considerato: le diverse sensibilità di coloro che quella critica la ricevono, possono dare origine a diverse reazioni, talvolta tese e stizzite.

In linea teorica, tuttavia, quando lo scambio avviene attraverso la forma scritta, la possibilità di premeditare la parola può meglio consentire un certo controllo. Ma occorre fissare alcune semplici regole, il cui reciproco rispetto può contribuire ad agevolare il confronto.



Le casistiche sommarie e ipotetiche del confronto


Con un processo di semplificazione estrema, potremmo catalogare i momenti di un confronto in quattro  ipotetiche tipologie, capaci di svilupparsi autonomamente o di intrecciarsi l’un l’altra, con pesi e sfumature diversi, a seconda dei casi.


Immaginiamo, per esempio, che io debba esprimere un giudizio non benevolo sulla maglia viola che indossi.


Posso dirti:


a) Secondo me quel colore non ti dona. La critica è in tema, perché specifica sull'oggetto. Non è molto circostanziata nelle motivazioni, ma resta ben delimitata entro i confini dell'argomento.


b) Francamente le maglie che hai non ti stanno per niente bene. È un'estensione: la critica si allarga a una pluralità di oggetti simili.


c) Non so dove diavolo le compri, le tue maglie! È uno sconfinamento generico: si esce dal tema, ci si allontana dalla specificità dell'oggetto, con cui tuttavia resta un legame indiretto.


d) Non ti ci vedo proprio a indossare delle maglie!  È uno sconfinamento verso la persona. Ci si allontana dall'oggetto e dai suoi richiami indiretti, per dirigersi verso la persona e le sue peculiarità.

 


Per un caso fotografico, posso per esempio immaginare di commentare un tuo paesaggio:


a) Questo paesaggio non mi dice granché. Critica in tema.


b) I tuoi paesaggi mi sembrano un po' mosci. Critica estesa.


c) Ma dove li vai mai a cercare, questi paesaggi? Sconfinamento generico.


d) Il paesaggio non è il genere che ti si addice. Sconfinamento verso la persona.

 


Gli ipotetici momenti del confronto possono ovviamente riguardare anche colui che da riscontro al commento.


La risposta al caso a) della maglia (Secondo me quel colore non ti dona) potrebbe quindi essere:


a) Dici? Secondo me invece si abbina bene ai miei pantaloni. In tema.


b) Ma se ne ho altre che ti sono piaciute! Estensione.


c) Credo che tu ce l'abbia col colore viola. Sconfinamento con legame indiretto.


d) Per favore lascia perdere. Che vuoi saperne, tu, di maglie? Sconfinamento verso la persona.


 

Mentre la risposta al caso a) del paesaggio (Questo paesaggio non mi dice granché) potrebbe essere:


a) Io invece lo trovo affascinante! In tema.


b) È un paesaggio come quelli che già  ti sono piaciuti! Estensione.


c) Non è che per caso i paesaggi non ti attirano? Sconfinamento con legame indiretto.


d) Tengo a mente, vista la galleria che ti ritrovi! Sconfinamento verso la persona.


 


La regola o accorgimento per evitare il conflitto


Il potenziale grado di conflittualità nel confronto (commento e riscontro) aumenta proporzionalmente quando ci si scosta dal caso a) al caso d). Pertanto, per provare a regolamentare lo scambio, allo scopo di evitarne l'insuccesso, si può così ragionevolmente suggerire di restare fortemente ancorati al caso a), evitando di scendere al b) e al c), se non con molta circospezione, e restando ben alla larga dal d).


Il caso a), in linea teorica, potrebbe anche reggere di fronte a batti e ribatti con toni accesi ed espressioni dure, purché venga rigorosamente rispettato il confine del tema.


Il caso d) potrebbe invece decretare la sepoltura del confronto anche con un solo monosillabo.

Enrico Maniscalco Gennaio 14 · Voti: 4.67 · Commenti: 52
Enrico Maniscalco

Il Manifesto



Per agevolare la partecipazione al commento, e in generale la condivisione di valori e finalità, può essere utile la redazione di una sorta di manifesto, che ne indichi i principi  e le regole.

Il Manifesto introduce così all'attività, al momento del confronto, e ne costituisce le linee guida, dinamiche e aggiornabili.

E’ uno strumento che traccia un indirizzo, che intende suggerire un approccio al metodo per far bene (ma non il rimbrotto a chi dovesse fare meno bene), e vuole quindi costituire un codice di base per favorire il dialogo e la relazione, stimolare la partecipazione, consentire di vincere un'eventuale timidezza se non una generica ritrosia; in estrema sintesi: uno strumento di indirizzo “positivo”, atto a favorire la condivisione, e con quella la crescita e lo sviluppo.


Il Manifesto deve essere ben visibile in testa, nella home page del sito.


Provo a lanciare un inizio di prima bozza, qui di sotto, da integrare e modificare attraverso un lavoro di gruppo, che spero possa essere il più possibile allargato. 

Col contributo di tutti potremo così giungere a una prima versione definitiva (ovviamente se si è d'accordo).



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Maxartis (il Manifesto)



La comunità cresce e si sviluppa nel confronto.

Non c'è confronto senza riscontro attivo, che si arricchisce nella pratica del commento costruttivo.

Attraverso il commento la crescita è reciproca.


Principiante non è colui che fotografa da un anno, ma accetta il confronto con gli altri.

Principiante è colui che fotografa da trent'anni, ma non ne ha mai accettato uno.



I valori del confronto:


- Altruismo

- Umiltà

- Sincerità

- Leggerezza


                                                                          aggiunte dal lavoro di gruppo:


- Consapevolezza

- Positività

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Le regole:


- Si posta una foto per condividerla, e nel contempo guadagnarne una valutazione. Pertanto, dopo aver postato a quel fine, l'autore accoglierà le considerazioni ricevute, anche se di parere diverso dal suo.


- Il confronto deve sempre riferirsi allo specifico tema (di norma la singola foto), e a quel tema preferibilmente limitarsi.

- E’ opportuno concedere sempre un riscontro, e che sia pertinente, senza mai interrompere un confronto non ancora concluso.


aggiunte dal lavoro di gruppo:


- Nel formulare un commento, tenere presente che si sta esprimendo una personale opinione, e non un giudizio o una condanna.

- Prima di replicare alle osservazioni ricevute, accertarsi di aver ben compreso le motivazioni dell'osservazione, considerando che queste sono state formulate con spirito costruttivo: la critica è sulla foto, e non sull'autore.

- In una critica costruttiva vanno evidenziati i difetti e anche i pregi. Una foto non è quasi  mai del tutto ben fatta o mal fatta.

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Enrico Maniscalco Gennaio 14 · Voti: 2 · Commenti: 14
Adolfo Fabbri
Amata da tutti i bambini, brutta come aspetto visivo, bellissima come storia e leggenda; vi presento la Befana.

Perdonate adesso la prefazione un po' prolissa, forse scontata, ma utile per rendere meglio l'idea di ciò che intendo dire.

Correvano gli anni cinquanta quando la crisi economica era assai più forte di adesso, ma si avvertiva molto meno perché mancavano le esigenze attuali. Mancavano le automobili (le avevano i ricchi), mancavano i cellulari (non li aveva nessuno) mancava il computer, la tecnologia in generale, mancavano le vacanze estive e invernali, mancavano tante cose inutili che adesso sono purtroppo diventate indispensabili per i più, ovvero tutte quelle cose che nel bene o nel male vengono intese come un miglioramento della qualità della nostra vita.

Quello che non mancava assolutamente, era il dialogo, adesso sostituito da ciniche chat, messaggini od altro.
Un dialogo vero dove per comunicare era necessario guardarci negli occhi dal vivo, e non attraverso uno schermino fatto di tanti pixel.

Chi vi parla ha comunque l'onestà di ammettere che si è adeguato ai tempi correnti, e non rinuncia tanto facilmente alle cose "inutili" di cui parlavo sopra. Perdonatelo, se non altro per la veneranda età; lui è del 1949, ed oggi 7 gennaio 2020, ha voglia di mettersi a fare qualche piccola riflessione, che può benissimo non essere condivisa.

Torniamo ora all' intramontabile Befana:

Quando il Capodanno era terminato, i bambini della mia epoca attendevano la vigilia di Befana con una trepidazione impossibile da descrivere. Questa trepidazione, che nasceva dall'incertezza del ricevere un giocattolino o un po' di carbone se non ti eri comportato bene, ti metteva in uno stato di ansia assurdo ma nello stesso momento, fantastico. Tutto questo era parte di un'attesa  meravigliosa, oserei dire ai confini con la magia. Va inoltre considerato il fatto che Babbo Natale, a quell'epoca, non portava regali.

La Befana che bussava alle porte di casa dove vivevano i bambini, era la solita vecchietta del rione, già bruttina di suo, quindi assai facile da truccare per immergerla a dovere nell'amato personaggio.

Mi resta difficile esprimere cosa provavo quando mia madre la faceva entrare in casa, per depositare sotto l'albero di Natale e accanto al presepe, un cesto pieno di arance, mandarini, noci e fichi secchi, il tutto accompagnati dai tradizionali befanini, biscotti adornati con minuscole palline colorate di zucchero, tuttora apprezzati da tutti.
Devo ammettere con soddisfazione che mio padre, pur non nuotando nell'oro, mi regalava sempre una befana con bei giocattoli di latta, che adesso costano un infinità di euro. Macchinine di quel tempo, fucilini a tappi, trottole...
Vicino dove abito, vi è un negozio che vende i giocattoli in latta, proprio gli stessi modellini di quel tempo. Non vi sto a dire quanto li fanno pagare!!

Perché tutta questa gioia infinita per la vigilia di Befana?...
Provate a chiedevelo.
Perché era l'unico giorno di un anno intero in cui potevamo ricevere dei giocattoli.
Adesso le cose sono cambiate radicalmente.
In meglio?... In peggio?... Non lo so. Sicuramente vi sono cose sotto forma di valori, che sono cambiate in peggio, altre, sotto aspetti differenti, sono cambiate certamente in meglio.
Non sono un vecchietto che affonda del tutto il pesente per esaltare il passato; sarei un vecchietto ridicolo e di parte. Nelle cose c'è sempre un equilibrio.

Vado avanti e spiego il cambiamento radicale di cui intendevo sopra:

Ho due nipotini che sono la mia vita. Avete letto bene: Sono la mia vita.

Luca, quattro anni e mezzo; Irene compirà sette anni alla fine di marzo.

Entrambi hanno atteso l'arrivo della Befana con interesse e soddisfazione, ma con ben altro entusiasmo rispetto a quello che provavo io e i miei coetanei. (Tra l'altro i miei nipotini avevano già ricevuto doni da Babbo Natale...)

Perché?...

Semplice...
Vuoi per i nonni viziatori, vuoi per gli zii, vuoi per i genitori stessi ecc...
per i bambini è Befana tutto l'anno o quasi.

Le case si  riempiono di giochi e giocattoli, sino al punto che i bambini stessi, li desiderano quasi con distacco.
Molti di loro, preferiscono addirittura giocare prendendo a calci una lattina di coca in piazza simulando una partita di calcio, anziché trascorrere il tempo giocando con armi fantascentifiche o altre diavolerie che hanno in abbondanza nelle loro camerette.

Vogliamo infine parlare dei compleanni?

Ebbene, i compleanni sono come altre befane ancora più ricche perché oltre i parenti, ci sono i regali degli amici dei genitori.

I compleanni, inoltre, non si festeggiano più una sola volta l'anno come dovrebbe essere, ma almeno 4 volte.
Una volta si festeggia intimamente in famiglia; poi si festeggia con gli amichetti dell'asilo o della scuola, il giorno dopo.  Poi si festeggia con gli amici dei genitori, infine si festeggia con i nonni.
E i giochi?... Aumentano a dismisura, ma cala l'entusiasmo di riceverli.

Carissime e carissimi tutti voi.
Se avete voglia di raccontare le vostre befane vissute, fatelo pure qua sotto; sarà un piacere leggervi.

Salutoni da me!

Adolfo


Adolfo Fabbri Gennaio 7 · Commenti: 4
Mirko Fambrini
Poco prima del Miami, alla fine di novembre si è svolto un'altro dei principali festival del genere, solo oggi ritorno al pc dopo le feste (consueto periodo di disintossicazione da rete).

Al solito, a chi interessa può vedere qui.

www.bspfestival.org/en/contests/finalists-2019/

Mirko Fambrini Gennaio 3 · Commenti: 2
Enrico Maniscalco


Difficile resistere: basta un fumante e succulento piatto di ravioli al ragù, che per la gola è subito festa.Un successo indiscusso e intramontabile, il suo. Perché sebbene qualche piccola variazione sul tema tu te la possa pure concedere - negli ingredienti o nelle quantità - la ricetta è e resta quella lì, fiera regina della casa, sempre pronta ad accogliere il commensale di turno, a sua volta sempre pronto a ripresentarsi all'appuntamento.

Lui, il ristoratore, lo conosce bene, il commensale. Perché grazie al suo piatto di ravioli al ragù riesce a catturarlo e a riempire il locale, ogni domenica; e pure nei giorni feriali se la cava discretamente.

Nel tempo si è specializzato. Ha migliorato la qualità della materia prima. Ha modulato le dosi per un migliore equilibrio dei sapori. La trattoria ha via via consolidato fama e presenze. E lui, il ristoratore, è facile che sorrida, perché la strada è ormai tracciata e ben definita. Sa che potrà cavalcare la tradizione, senza la necessità di rischiare azzardi. E quando magari gli capita di sentire di quelle nuove cose che suonano pure un po' stravagante, borbotta tra sé e sé, e tira dritto.


Anche il fotografo, come quel ristoratore, porta in dote nel bagaglio menu il suo gustoso piatto di ravioli al ragù.Lo porta in dote quando l'immagine che propone al tavolo vuole il successo nell'immediato impatto visivo; quando in quell'immagine pare adagiarsi sulla soffice comodità della tradizione, e infine legge e rappresenta uno spezzone di realtà, senza discostarsi da una statica materialità oggettiva.



Molte delle foto che scattiamo fanno fatica a discostarsi da quella statica materialità. Molte non si discostano per niente. Con l'avvento degli smartphone, poi, ne è pieno l'universo di immagini che non si discostano, o addirittura si allineano, si assuefanno allo standard, al cliché canonico. Consapevolmente, o inconsciamente. 

Talvolta raggiungiamo pure un alto grado di perizia, di competenza tecnica, e produciamo immagini anche di notevole effetto, fin da subito gradevoli e apprezzate, ma che dopo una prima consumazione sembrano arrestarsi, non ci conducono oltre, ci fanno scivolare sulla futilità della loro superficie patinata.

Produciamo quelle immagini, e ricevendone l'apprezzamento decidiamo fiduciosi di procedere in quella direzione, replicando il nostro schema abitudinario e consolidato. Come il nostro ristoratore adagiato sul comfort consolidato e immutabile dei ravioli al ragù, evitiamo di addentrarci nel terreno insidioso della ricerca, della nouvelle cousine.


Eccoci quindi a ragionare della sindrome dei ravioli al ragù che colpisce il fotografo. E lo colpisce ovunque, in ogni campo, in ogni genere.

Due su tutti, però, meglio di altri si prestano a quei sintomi: il ritratto e il paesaggio.


Partiamo dunque dal ritratto, con alcuni esempi.



Inquadratura frontale, sorriso, luminosità, bokeh.

Un classicissimo: qui la ricetta gastronomica viene seguita in maniera perfino scolastica.

Sullo sfondo del piatto, il trito fine del ragù vive da protagonista il suo ruolo altrimenti da comprimario, finendo per esaltare ulteriormente le aspettative del palato.



Nuovamente inquadratura frontale e luminosità, arricchite però da un leggero azzardo dinamico, come un lieve movimento ondulato, più accidentato, nel bordo del raviolo. Sopra un letto di salsa apparentemente più fluido.



Inquadratura frontale. Sorriso contagioso. Sguardo vivo.Qui il piatto si fa più ricco e vezzoso, come se il profumo del ragù catturasse i sensi ancora prima dell'assaggio: il gusto si accompagna così a un'atmosfera frizzante, inebriante.



Inquadratura frontale. L'aristocrazia del bianco e nero. Lo sguardo intenso, quasi sensuale.

L'ultima trattoria si propone con un piatto più elegante e sofisticato. Il taglio del raviolo è pulito, ordinato, solenne. Hai subito la sensazione di un impatto sobrio, al gusto, con l'aggiunta, poi, di quel pizzico di cacio sapientemente adagiato su un lato, e che pare tracciare alcune cifre romane.



I quattro ristoranti autori dei quattro piatti hanno tutti un punteggio molto elevato, su Tripadvisor. I commenti sono numerosi e puntano quasi sempre all'eccellente.



Restiamo al ritratto, ma proponendo ora alcuni esempi che tracciano un'altra via, e si discostano dallo stato di comfort.



Comincio da qui, da questo fulgido esempio di alta cucina: il famosissimo ritratto di Igor' Fëdorovič Stravinskij, eseguito da Arnold Newman.

In questa rappresentazione, un singolo ingrediente del piatto diviene pieno protagonista (il pianoforte, la musica), e illumina con la sua forza prepotente l'attore e soggetto principale, il musicista, relegato sì in un angolo, ma come fosse al centro.

Pesi e amalgama sono straordinari. Tre stelle Michelin, nessuna menzione su Tripadvisor.



Qui lo scultore Auguste Rodin, ritratto da Gertrude Kasebier.

Se ne vede solo il profilo, importante, su una stazza che si intuisce imponente.

La ripresa è addirittura di schiena (una ricerca gastronomica sopraffina e del tutto fuori dagli schemi, un po' come se i ravioli al ragù rinunciassero al ragù), ma la potenza visiva e compositiva ci conducono comunque a intuire la forza carismatica e austera del personaggio.



Qui invece un ritratto di Alfred Hitchcock, eseguito da Richard Avedon.

Uno sguardo che non è uno sguardo, ma che suggerisce una proiezione verso l'oltre, stimola il lato misterioso della fantasia. Un ingrediente assente - l'iride, come fosse il nostro ripieno dei ravioli - la cui assenza viene oltremodo esaltata, fino a diventare fortemente presenza.



Concludo la parentesi sul ritratto fuori dagli schemi, con questa foto di Massimo Cavalletti ricavata dagli archivi di Maxartis, che coniuga la potenza narrativa alla semplicità espressiva. I ravioli al ragù sono finiti. 
Riporto le note con le quali a suo tempo l'avevo commentata.


Leggerezza, innocenza, spensieratezza. Un'immagine dolce e delicata che di colpo annienta ogni attrito, e ti riappacifica col mondo. Quanta serenità e speranza in quel sorriso... Il gioco, poi, non fa solo da sfondo, ma pure da accompagnamento "musicale", come l'orchestra oppure il coro alle spalle del solista. Una bellissima, struggente, emozione "bambina".  



Passiamo ora ai ravioli al ragù nel "paesaggio".



Una bella palla rosso fuoco poco sopra l'orizzonte. Il mare. Il volo leggero di un pugno di uccelli. Un'immagine che potremmo anche appendere in salotto, per l'indubbia atmosfera.Quanta pace e bellezza. Un successo sicuro. Come quando il ripieno del raviolo, così come un tramonto, non mostra margini di incertezza, e conquista la gola senza esitazioni.



L'impagabile fascino esotico di un'isola immersa in un mare verde smeraldo.Aria di vacanza, respiro, evasione. La bellezza della natura che cattura l'istinto di fuga.Qui il matrimonio tra la leggerezza della pasta del raviolo e la ricchezza del ripieno si fa più vivo, corroborato dall'enfasi di un ragù particolarmente voluttuoso.



In questo caso poche pretese. Una classica panchina in primo piano. Rami di un albero a fare da cornice. Scenario di montagna, neve, vacanzieri. Aria fresca.Un piatto di ravioli standard, ma sicuro di sé. Ben presentato, e senza troppo cacio. Sai di poterlo gustare con la dovuta lentezza, e intatto piacere.



Il magnetismo un po' ruffiano del riflesso. Una gradevolezza già scontata di suo, per le sue simmetrie, il suo ordine matematico che alimenta il rigore della mente ma anche il gusto romantico dell'estetica.Un piatto di ravioli dalla presentazione elegante, raffinata. Quasi pensi che siano di produzione industriale, tanto son perfetti. Ma il gusto è gradevole, seppure casalingo.



Ora proviamo di nuovo ad allontanarci dallo stato di comfort.



Questa è "Moonrise", l'immagine forse più famosa del grande Ansel Adams.Luci e atmosfera, incorniciate in quell'imperioso e seducente bianco e nero, nemmeno consentono di inquadrarlo nella nostra metafora gastronomica.



Questa è invece una proposta di Franco Fontana, con il suo inconfondibile stile.I ravioli al ragù sono uno sbiadito ricordo, e lasciano il terreno a una sofisticata ricerca di nuova sintesi di ingredienti.



Vista di Chicago, autore Trey Ratcliff.Per certi versi un eccellente piatto di ravioli al ragù, ma così ben strutturato e originale (nelle linee compositive e nel colore), da discostarsi in modo significativo dalle tradizionali proposte di trattoria casalinga.



E anche qui chiudo con un'immagine ricavata dagli archivi di Maxartis: "Bled" di Primiano D'Apote.

Il particolare contrasto di luci conferisce alla scena un'atmosfera carica di suggestione e mistero, enfatizzata dal ricorso all'ampia gamma tonale di un deciso bianco e nero.


Qui sotto la stessa località, servita nel suo tranquillo letto di ragù.





Le foto che ci hanno preceduto, qui mostrate a rappresentare la metafora del piatto di ravioli al ragù, sono foto che ho scattato io (tutte tranne l'ultima di Bled), e giacciono comode nelle cartelle del mio hard disk. Sempre pronte per i nuovi invitati a pranzo.


Una corrente di pensiero, oggi molto in voga anche nella nostra comunità, etichetta la ricetta dei ravioli al ragù con appellativi sdegnosetti e riduttivi, come a significare ciò che è scontato, ripetitivo, la replica perenne di una noiosa rappresentazione del prevedibile.

Credo che invece si possa, in fondo, esprimere un'opinione differente, che per quanto sembri andare d'accordo con quel concetto di rappresentazione del prevedibile, provi comunque a regalare una sfumatura più generosa, e meno elitaria.

Perché se il gusto personale per quel piatto è sempre vivo e imperituro; se migliaia e migliaia di tavole imbandite, grazie a quel piatto continuano imperterrite ad accogliere astanti; non vi è ragione per disincentivarne il successo; non vi è ragione per screditarne la fama. E infine, dunque, viva i ravioli al ragù!


Ma proprio in questo, proprio in questa benevola e accondiscendente accettazione del facile e reiterato successo, sta pure la ragione in più per celebrare lo spirito di colui che vorrà invece proporsi nel nuovo cimento: la ricerca di un rinnovato e originale connubio tra dosi e ingredienti; all'orizzonte il miraggio di una quarta forchetta.



Enrico Maniscalco Dicembre 22 '19 · Voti: 5 · Commenti: 7
Pietro Collini


Fotografia autografa e autentica di Mario Giacomelli...

Presente nel famoso volume "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi"

Pietro Collini Dicembre 21 '19 · Commenti: 2
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